Domenica 18 Gennaio (DOMENICA – Verde)
II DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Is 49,3.5-6 Salmo 39 1Cor 1,1-3 Gv 1,29-34
Di don Lucio D’abbraccio🏠home
Nel Vangelo di oggi la figura di Giovanni il Battista si staglia come un dito puntato verso l’essenziale. Non trattiene nulla per sé, non cerca discepoli per sé, non costruisce un proprio seguito. Il suo unico compito è indicare: «Ecco l’Agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo».
Queste parole, che ascoltiamo in ogni Messa prima della Comunione, rischiano di diventare abitudine. Eppure contengono il cuore stesso del cristianesimo.
Immaginate di trovarvi in una stazione affollata, piena di rumore, di annunci, di gente che corre in tutte le direzioni. Non sapete quale treno prendere, siete confusi. All’improvviso qualcuno vi indica con chiarezza: «È quello. Solo quello ti porta a casa». Giovanni fa esattamente questo nella confusione delle nostre idee, delle religioni, delle paure e delle illusioni: indica Gesù.
Lo chiama Agnello. Non leone, non condottiero, non giudice severo. L’agnello è l’animale del sacrificio pasquale, è colui che non risponde alla violenza con la violenza, ma la disarma offrendo se stesso. Nell’Esodo il sangue dell’agnello sulle porte aveva salvato il popolo dalla morte e aveva aperto la via alla libertà. Nel Tempio l’agnello veniva offerto ogni giorno per l’espiazione dei peccati. Giovanni ci dice che tutto questo si compie ora in una persona: Gesù.
Sant’Agostino lo esprime con un paradosso potente: «L’Agnello è condotto al macello, e tuttavia è il Signore dell’universo». Il Dio onnipotente si fa fragile per vincere ciò che ci distrugge.
E Giovanni aggiunge una frase decisiva: «che toglie il peccato del mondo». Non dice che lo copre, non che lo ignora, non che lo minimizza. Dice che lo toglie, lo rimuove, lo porta via. Il peccato non è solo una macchia esterna, è una ferita profonda che ci separa da Dio, dagli altri e da noi stessi. Gesù non mette una toppa: va alla radice.
È come un chirurgo che asporta un tumore maligno, come chi solleva un peso insopportabile dalle spalle di chi non ce la fa più. Cristo non si limita a “gestire” il problema del peccato, ma interviene alla fonte e guarisce la natura umana ferita.
Oppure pensiamo a quando in una casa si verifica una perdita d’acqua: all’inizio si cerca di tamponare, si mette un secchio, si asciuga. Ma la vera soluzione arriva solo quando si individua la tubatura rotta e la si sostituisce. Così Cristo non si limita a tamponare: va alla radice del male e lo estirpa.
Giovanni poi confessa qualcosa di sorprendente: «Io non lo conoscevo». Eppure erano parenti. Questo ci dice che non basta conoscere Gesù “di nome”, per tradizione o per abitudine. C’è un conoscere che viene solo dallo Spirito. È la differenza tra sapere che esiste il mare e immergersi nelle sue acque.
E infatti Giovanni testimonia: «Ho contemplato lo Spirito discendere come una colomba e rimanere su di lui». Lo Spirito non passa e non fugge: rimane. In un mondo instabile, dove tutto cambia e si consuma, Dio ci offre una presenza che resta. Anche nella nostra vita, quando accogliamo Cristo, lo Spirito non viene come turista, ma come residente.
Questo è ciò che accade nel nostro Battesimo. Quando portiamo un bambino al fonte battesimale, non stiamo semplicemente compiendo un rito tradizionale per far contenta la nonna o per rispettare le convenzioni familiari. Stiamo immergendo quella creatura nella vita stessa di Dio, la stiamo innestando in Cristo, le stiamo aprendo le porte dell’eternità. Non è poco! È la trasformazione più radicale che possa esistere: da creature mortali a figli immortali di Dio.
Vorrei raccontarvi una breve storia.
Un mendicante sedeva da decenni sul ciglio di una strada, appoggiato a una vecchia cassa di legno. Chiedeva l’elemosina ogni giorno. Un viandante gli chiese: «Cosa c’è dentro quella cassa?». «Niente, è solo una vecchia scatola», rispose. «Hai mai guardato?» «No».
Il viandante insistette. Il mendicante aprì la cassa e scoprì che era piena d’oro. Per tutta la vita era stato seduto su un tesoro senza saperlo.
Giovanni il Battista fa questo per noi oggi: ci dice di guardare meglio. Nell’Eucaristia, nel Vangelo, nel volto del fratello, non c’è solo un rito o un uomo buono: c’è il Tesoro, l’Agnello di Dio che salva.
Affidiamo questo sguardo a Maria. Lei, che ha portato in grembo l’Agnello e lo ha seguito fino alla croce, ci insegni a riconoscerlo nella semplicità della nostra vita. E ogni volta che diciamo: «Ecco l’Agnello di Dio», non lasciamo che siano parole vuote, ma l’atto di fede di chi ha finalmente aperto la cassa del tesoro. Amen!



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