Domenica 15 Febbraio (DOMENICA – Verde)
VI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO A)
Sir 15,16-21 Sal 118 1Cor 2,6-10 Mt 5,17-37
Di Sorella Ilaria Monastero di Bose🏠home
Proseguiamo in questa domenica la nostra lettura cursiva del “discorso della montagna” nei capitoli 5-7 del vangelo di Matteo e, dopo aver meditato nelle domeniche scorse sul testo delle beatitudini e sulle immagini del sale e della luce utilizzate da Gesù per parlare del discepolo, oggi incontriamo le prime di una serie di antitesi costruite tutte con la stessa struttura: “Avete inteso che fu detto… ma io vi dico…” e queste sono precedute dai versetti 17-20 che aprono il testo di oggi e che ne sono una spiegazione, una chiave interpretativa: Gesù non è venuto ad abolire la Legge ma a portarla a compimento e questo non con una radicalizzazione della Legge in senso letterale ma in senso spirituale, ovvero riconducendo i comandamenti dati da Dio alla volontà di bene e di vita che ne sono stati l’origine, la fonte, la radice appunto. Per questo Gesù al versetto 20 parla di una giustizia più abbondante (traduzione migliore che “superiore”) necessaria per entrare nel regno dei cieli, per coglierne la logica altra dalla nostra.
È la sapienza altra di Dio che si può conoscere per mezzo dello Spirito e di cui parla Paolo nella seconda lettura (1Cor 2,6-10) e di cui parla anche il Siracide nella prima lettura: “Grande è la sapienza del Signore, forte e potente egli vede ogni cosa” (Sir 15,18).
Una sapienza che dona vita offrendo agli umani una via di bene, di pienezza, insegnando loro a vivere in questo mondo scegliendo il bene e non il male, la vita e non la morte (cf. Dt 30,15).
“Se vuoi, puoi” dice il Siracide: occorre una scelta, una volontà di vivere secondo la sapienza del Signore, secondo il suo cuore che vuole la vita non il male per i suoi figli.
Gesù ha sempre voluto e scelto di compiere questa volontà di Dio, fino alla fine, fino a pagarne il prezzo sulla croce. Ascoltando questo “se vuoi, puoi” del Siracide viene in mente la narrazione di Matteo 8,1-4 dove è un lebbroso ad avvicinarsi a Gesù dicendogli con fiducia: “Signore, se vuoi, puoi purificarmi!” e Gesù prontamente risponde: “Lo voglio: sii purificato!”.
Gesù nel discorso della montagna svela questa volontà di bene che abita il cuore di Dio, svela la “sapienza di Dio, che è nel mistero, che è rimasta nascosta” come dice Paolo (1Cor 2,7) ma che lui, il Figlio, ha rivelato a noi perché non vivessimo più sotto la Legge ma sotto la grazia, o meglio: sotto la legge della grazia, che non schiaccia con pesanti fardelli (cf. Mt 23,4) ma che spande benedizione purificando la fonte, purificando il cuore, luogo da cui nascono ed escono tutti i nostri propositi di male.
Gesù oggi ci invita a guardare alle cause e non agli effetti, a scoprire che il male prima di essere compiuto è covato nel cuore, sta accovacciato alla porta del nostro cuore (cf. Gen 4,7) e che occorre “dominarlo, addomesticarlo” lì, perché la sorgente torni a essere pura, limpida e non sia più torbida.
Questa è la sapienza che anche i padri del deserto e i monaci hanno a lungo meditato e insegnato (pensiamo per esempio allo scritto di Evagrio Pontico: “Contro i pensieri malvagi”), una sapienza che chiede di scendere nel cuore per decidere lì di vivere secondo i comandamenti del Signore, secondo la sua parola di vita, secondo la via tracciata da Gesù, via di bene e rispetto.
Il rispetto, questo atteggiamento che oggi sembra essere scomparso nelle nostre relazioni e nella nostra società, può essere una chiave interpretativa delle parole di Gesù nel vangelo di oggi: Gesù ci insegna ad avere radicalmente rispetto degli altri e di Dio, lasciando a ciascuno il suo spazio vitale, senza avere verso il fratello giudizi mortiferi ed “etichettature” (vv. 21-22), sapendo fare il primo passo per cercare vie di pace e riconciliazione (vv. 23-24), riconoscendo il debito verso l’altro (vv. 25-26), senza ridurre l’altro a cosa, a merce, covando cupidigia, desiderio di possesso (vv. 27-28), sapendo rinunciare a ciò che di per sé è un dono ricevuto dal Signore (la mano, l’occhio) ma che se non custodito può corrompersi (vv. 29-30), e infine aver rispetto anche di Dio con una sobrietà nel linguaggio che non usi il suo nome per “tirarlo” dalla nostra parte (vv. 33-36), sobrietà che è chiarezza, semplicità e determinazione: “Il vostro parlare sia sì, sì, no, no: il di più viene dal maligno” (v. 37).
Proprio queste ultime parole di Gesù ci svelano come questo suo discorso, che sembra aggravare il fardello della Legge aumentando le cose a cui fare attenzione, in realtà le semplifica chiedendoci una “spoliazione”, una essenzializzazione che va alla radice, che toglie tutti i fronzoli, per lasciare ciò che è veramente determinante e che passa nel poco non nel molto, passa nel segreto del cuore non nell’evidenza delle “pagine dei giornali”, passa nella capacità di custodire il bene per poi concretizzarlo nel nostro vivere quotidiano, nelle relazioni con chi ci sta accanto, in una fedeltà che cammina con noi e che ci rende “compiuti” (teleioi dice Paolo in 1Cor 2,6), ovvero capaci di bene, portatori della bontà e della giustizia di Dio rivelataci in Gesù Cristo che per noi è, e resta, “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).



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