Domenica 22 Febbraio (DOMENICA – Viola)
I DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Gen 2,7-9; 3,1-7 Sal 50 Rm 5,12-19 Mt 4,1-11
di
Testi di riferimento: Gen 3,19.23; 4,7; Dt 6,13.16; 8,2-3; 10,20; 1Re 19,8; 1Cr 21,1; Gdt 8,25-27;
Gb 1,12; 2,6; 7,21; 10,8-9; 34,14-15; 42,6; Sal 90,3.10; 91,11-12; 103,14; 104,29; 119,25; 146,4;
Qo 3,20; 5,15; 12,7; Sap 3,5; Sir 4,17; 16,26; Sir 10,9; Is 7,12; 26,5; 51,3; Dn 12,2; Mt 16,23; Lc
22,3.31.43; Gv 12,27; 14,30; 1Cor 10,9-10; 15,47-49; Ef 6,11-17; 1Ts 3,5; Eb 1,14; 2,14-18; 4,15;
Gc 4,7; 1Pt 1,6-7; 5,8-9; Ap 2,10
- Il ritorno alla terra.
- Il peccato primordiale. La prima domenica di quaresima presenta sempre le tentazioni di Gesù nel deserto. In questo anno “A” si sottolinea, attraverso le prime due letture, il legame con la tentazione e il peccato delle origini. La prima lettura ci dice che l’essere umano, creato dalla “polvere della terra” (Gen 2,7), è sottoposto alla tentazione di non accettare la sua condizione di creatura. Il “limite” che Dio pone all’uomo rivela, tale condizione creaturale. Essere creature significa necessariamente avere dei limiti. Ed è nel riconoscimento e nel rispetto di tali limiti che la creatura umana sarà in grado di non morire. La tentazione del serpente spinge l’uomo a non accettare tali limiti, a non accettare cioè di essere creatura, dipendente da Dio, e di volere invece essere come Lui. Infrangendo il limite, l’uomo e la donna si arrogano il diritto di essere come Dio. Questo è l’inizio dell’infelicità umana, ciò che causa la perdita del giardino che simboleggia la comunione con Dio. Fuori dalla comunione con Dio, a causa del peccato, l’uomo è condannato alla infelicità. Però Dio stesso gli mostra la via del “ritorno”, della conversione.
- «Polvere tu sei e in polvere tornerai» (Gen 3,19). Questo non è soltanto l’annuncio della morte e della corruzione corporea. È anche l’indicazione della strada per il ritorno a Dio, la prima chiamata a conversione. La conversione, il ritorno per l’uomo consiste nel volgersi a quella polvere della terra con cui è stato formato (Gen 2,7). Tornare alla terra significa prendere coscienza che l’essere umano (’adam) non è altro che terra (’adamah), e quello che ci dà vita è il “soffio vivente di Dio” (Gen 2,7); e quindi senza di Lui non c’è vita in noi. Nel momento in cui Dio si riprende il Suo soffio l’uomo ritorna da dove è venuto (Gb 34,14-15; Qo 12,7). Tornare alla terra significa riconoscere che l’uomo non esiste e non può vivere senza Dio. Senza il Creatore la creatura scompare (Gaudium et spes 36). Allora il ritorno alla terra (Gen 3,19; prima ricorrenza nella Bibbia del verbo shuv, ritornare, convertirsi) acquista un valore altamente simbolico in riferimento alla conversione. Occorre continuamente tornare nella nostra dimensione creaturale da dove ci siamo voluti innalzare al livello di Dio. È l’accettazione coraggiosa della nostra estrema precarietà, il riconoscimento che i nostri giorni non sono che un soffio, che tutto va verso la morte. La strada del ritorno a Dio e quindi della salvezza per l’uomo passa dal recupero della sua dimensione creaturale. Le ceneri che si ricevono all’inizio della quaresima ci dicono proprio questo.
- Però tornare alla terra significa anche morire. Perciò la penitenza chiama l’uomo alla morte. Quando ci capita una mortificazione essa ci riporta improvvisamente alla realtà della nostra condizione. La mortificazione, il dare morte a noi stessi, è un invito ad accettare la nostra creaturalità; è il richiamo costante alla verità di quello che siamo. È ritornare già oggi alla polvere della terra; è l’accettazione della nostra totale dipendenza da Dio e la preparazione all’incontro con Lui. In tal modo l’uomo può scoprire la sua grandezza; può scoprire che, nonostante il suo essere nulla, Dio lo ha fatto poco meno degli angeli (Sal 8,6). E in tal modo può ritrovare qualcosa di quel paradiso che ha perduto a causa della sua dimenticanza della sua condizione “terrena”. La quaresima, le ceneri, il pentimento, il digiuno, in altre parole, il ritorno alla terra, riportano in qualche modo l’uomo alla primitiva comunione con Dio, facendogli riscoprire Colui che l’ha plasmato dalla polvere della terra, e dalla polvere della terra lo risveglierà (Dn 12,2).
- La conversione consiste allora innanzitutto nella presa di coscienza della propria realtà. Per questo la penitenza comincia nel momento in cui comincia il peccato; dal momento in cui il peccato entra nel mondo, deve entrare anche la penitenza. La penitenza serve a convertirsi, cioè a ritornare indietro. E ritornare indietro non soltanto verso Dio, ma anche verso la nostra dimensione creaturale, verso l’accettazione del nostro essere “polvere dalla terra”. Caino, chiamato alla penitenza, non ritorna indietro perché non accetta la mortificazione, non accetta il comportamento di Dio, volendo affermare una sua giustizia. Quando l’uomo non accetta la sua condizione creaturale sente come un’ingiustizia l’essere privato di qualche cosa. Se muore un figlio, se si incrina la salute, se perdiamo qualcosa di prezioso, avvertiamo tale perdita come una ingiustizia. Ma dietro a ciò c’è l’erronea concezione che io sono padrone di qualcosa, in fondo che sono dio. Caino riflette questo atteggiamento; e la conseguenza è l’uccisione del fratello. Se l’uomo pensa di essere Dio agisce come se fosse Dio. Non di rado ci assale una specie di delirio di onnipotenza, viviamo come se non ci fossero limiti. Poi però arrivano situazioni che, di colpo, ci rivelano tutta la nostra impotenza; e di queste situazioni la più evidente è la morte. Soltanto la penitenza ci permette di accettare di non avere il controllo delle situazioni. La penitenza ci riporta alla verità dell’estrema precarietà della nostra esistenza.
- Il Vangelo.
- Il deserto. Dopo il peccato, la terra diventa un luogo ostile all’uomo. Il deserto simboleggia nel migliore dei modi questo stato di ostilità. Il deserto è esattamente il contrario del “paradiso”, del giardino in cui Dio aveva posto l’uomo; esprime perciò la condizione di ostilità del suolo dovuta al peccato originale (Gen 3,17). Avendo perso il giardino, avendo rotto con Dio, l’uomo si trova a sperimentare tutta la sua debolezza di creatura. E nel deserto l’uomo sperimenta la presenza di un satana che gli è accovacciato alla porta e che deve imparare a dominare (Gen 4,7). Gesù entra in pieno in questa realtà umana, con tutti i suoi limiti e segnata dal peccato (Eb 2,17-18; 4,15). Egli si carica di tutto ciò che significa essere uomo, cominciando dall’esperienza del deserto e della tentazione. Con Gesù si realizza la promessa di una inversione degli effetti del peccato originale annunciato in Is 51,3: «Il Signore renderà il deserto come l’Eden, e la sua desolazione come il giardino del Signore». Gesù è così il nuovo Adamo che ci riapre la via al giardino perduto.
- La tentazione. Nei Vangeli soltanto Gesù è sottoposto ad “essere tentato” (peirazo; cfr. Mt 16,1; 19,3; 22,18; ecc.), mentre i discepoli sono in pericolo di cadere nella “tentazione” (peirasmos; cfr. Mt 26,41; Lc 22,31.40). Gesù si sottopone alla tentazione perché questa è la realtà tipica dell’esistenza umana. L’essere tentato di cui si parla nel Vangelo non ha il nostro significato di stimolo della concupiscenza, è piuttosto la prova, la difficoltà, insita nella nostra condizione di creature. L’essere creatura, e quindi non essere Dio, implica la precarietà, la sofferenza, la morte, un limite; quel limite che i progenitori hanno rifiutato disobbedendo a Dio. Infatti è nel rifiuto della condizione umana che ruota ogni forma di tentazione da parte del demonio. Nella “prova”, che fa parte della precarietà della condizione umana, si inserisce la “tentazione” di rifiutare tale precarietà. Le tre tentazioni narrate dal Vangelo presentano, in fin dei conti, l’invito ad evitare la sofferenza, rifiutando la volontà di Dio. Il demonio/satana invita Gesù a “cambiare strategia”, a percorrere una strada diversa da quella prevista da Padre. Così come – inconsapevolmente – lo inviterà a fare Pietro/“satana” (Mt 16,23) e Giuda/“satana” (Lc 22,3). Gesù rinuncia al potere umano e a quello divino per evitare di soffrire; ora che ha fame, come in seguito quando affronterà la croce. L’alternativa a questa rinuncia sarebbe una continua fuga – in balia delle seduzioni del demonio (cfr. Lc 22,31) – dalla sofferenza e dalla morte, che tuttavia inevitabilmente ci vincerà. Gesù invece entra in questa dimensione accettando, prima di iniziare la missione pubblica che il Padre gli ha affidato, tutto quanto comporta l’essere uomo. Pur essendo Dio, egli si fa uomo con tutto ciò che esso comporta (Fil 2,6-8).
- Il tutto è in funzione della Pasqua. La quaresima non è fine a se stessa, ma una preparazione alla Pasqua, non soltanto alla Pasqua annuale, ma soprattutto a quella ultima e definitiva che è l’ingresso nella casa del Padre. Per questo la quaresima è un simbolo, un “sacramento” (Colletta della Messa) dell’intera esistenza terrena. Il deserto ha costituito per Israele il periodo di preparazione alla terra promessa. Dio ha portato volutamente il popolo nel deserto perché imparasse la fede (Es 13,17). Quindi il deserto non è né un inconveniente, né fine a se stesso, ma necessario in funzione della terra promessa, come la quaresima è orientata al tempo di Pasqua. Il tempo di quaresima e quello di Pasqua costituiscono i due aspetti dello stesso mistero, vale a dire il mistero pasquale, che ha due aspetti: la passione (e morte) e la risurrezione (e glorificazione) di Cristo. Sono i due aspetti dell’unico mistero che celebriamo nel triduo pasquale. Il tempo che va dal mercoledì delle ceneri alla Pentecoste celebra questo unico mistero nei suoi due aspetti.



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