Domenica 1 Marzo (DOMENICA – Viola)
II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Gen 12,1-4 Sal 32 2Tm 1,8-10 Mt 17,1-9
diBattista Borsato
Per cogliere bene il messaggio di questo episodio, detto della trasfigurazione, occorre precisare il contesto storico e la situazione di crisi che i discepoli, per primi Pietro, attraversavano. Sappiamo che l’idea del Messia era il sogno e l’aspirazione di tutto il popolo. Anche in Gesù albergava questo sogno continuamente risvegliato nella catechesi e nelle liturgie giudaiche. Ma come abbiamo più volte sottolineato, la gente pensava a un messia forte, potente, che veniva a rifondare la religione e a ridare libertà e dignità al popolo. Era visto come il grande liberatore e anche restauratore politico. Ad un certo punto, Gesù comincia a parlare di morte, di sconfitta, di sofferenza. E dice chiaramente che il “figlio dell’uomo”, cioè il Messia, verrà catturato e verrà ucciso. Che Messia è se è un perdente? Se viene sconfitto? I discepoli e tutta la gente non si raccapezzano più. Si smarriscono. Allora Gesù prende con sé tre discepoli: Pietro, Giacomo e Giovanni, e va su un alto monte. Mi soffermo a riflettere su alcuni particolari o espressioni del Vangelo. “Due personaggi, Elia e Mosè, conversano con Gesù”. Qual è il significato di questa conversazione? Gesù era giudicato eretico perché si distanziava dalle leggi e dalle regole religiose del suo popolo. Gesù sembrava non tener conto di Mosè, il grande legislatore, e di Elia, il rappresentante dei profeti. Il fatto che ci sia un dialogo tra Gesù, Elia e Mosè vuol dire che Gesù non è contro il passato, ma che egli è venuto a completarlo. C’è un legame tra Gesù e i profeti e l’antica alleanza. Non una rottura, ma una continuità, anzi il perfezionamento, il compimento. Allora, l’evangelista Matteo, che era l’animatore della comunità ebraico-cristiana, vuole rassicurare la perfetta continuità con il passato. Gesù quindi è una voce nuova, ma non contro il passato. “Ascoltatelo”. A mio parere, il centro di tutto il racconto è la voce del Padre: Ascoltatelo! Questo verbo “ascoltare” ha diversi significati: vuol dire “fidatevi delle sue parole e del suo progetto”, “seguitelo, non staccatevi”. “Ascoltare” vuol dire anche saper leggere i segni dei tempi e non fermarsi al passato; “ascoltare” vuol dire mettere tra parentesi le nostre idee e le idee della nostra religione. Il rischio più grande è la religione, perché la religione pretende di definire Dio e la verità e non ti spinge a cercare, a camminare. La crisi dei discepoli, di Pietro in primis, è che Gesù si distanziava dai dettami religiosi, dalle regole della comunità giudaica. Il passare dalla religione alla fede è costoso, è perdere le sicurezze, lasciare i principi indiscutibili. Papa Francesco non parla più di principi non negoziabili. La religione porta a vedere Dio come pensato dagli uomini, la fede invece è camminare verso l’imprevedibile di Dio, perché Egli è una continua sorpresa. C’è da sottolineare il linguaggio affettuoso di Dio Padre: questi è il mio figlio! Non so se l’evangelista pensasse al grado di parentela tra il Padre e Gesù, ma certamente di intimità e di confidenza, sì! E qui in questo “ascoltatelo” c’è il passaggio dall’alleanza di Mosè a quella di Gesù. L’alleanza di Mosè non viene tolta, ma completata. “Salì su un alto monte”. Anche qui c’è un raccordo e un richiamo a Mosè. Pure Mosè “sei giorni dopo va sul monte Sinai”. In Es. 24, 16 si dice: “Per sei giorni la nube coprì il monte e al settimo Dio parlò a Mosè”. Come già si accennava, Matteo era forse l’animatore della comunità ebraico-cristiana e questa comunità era più legata a Mosè che a Gesù, allora Matteo vuol annunciare che Gesù è il nuovo Mosè, e che Gesù non è in contrasto con Mosè, ma il suo compimento. Gesù compie, porta a pienezza, Mosè e i profeti. “Non è venuto per abolire ma portare a pienezza” (Mt 5,17). Però il monte ha pure un significato simbolico. L’andare sul monte simboleggia lo staccarsi dalla quotidianità per cercare e ritrovare idee forse perdute, tensioni etiche, sguardi più ampi e aperti al futuro. Il nostro tempo, così a me sembra, si è appiattito sul giornaliero, sulle cose da fare, si è logorato dietro al desiderio di avere, dietro alla bramosia dell’accumulo, ed è povero di fantasia. Perché? Perché mancano pause in cui riposarsi, in cui ci siano lo spazio e il tempo per guardare lontano. Mancano le mete a lungo raggio, ci si adagia sull’immediato, sul concreto: la concretezza, beninteso, è un valore, ma non l’unico valore. Anche il sognare è un valore, oggi in crisi, valore disprezzato. Si cercano persone fornite di senso pratico, che sappiano organizzare e si trascurano quelle animate da pensieri liberi e da una fantasia fervida. “Niente è più concreto dell’astratto”, sosteneva Platone. Oggi, viceversa, sono ammirati i tecnici, non i poeti. Eppure il mondo ha bisogno di poesia: essa dà gusto alla vita, ravviva il sentimento, aguzza l’immaginazione. Essa nasce nel cuore di quanti sanno ritirarsi per pensare e per contemplare: il mondo ha bisogno di idealità. Dobbiamo allenarci a pensare in grande: non si possono risolvere i problemi con idee troppo piccole, troppo ristrette. È necessario affrontarli con uno sguardo ampio, orientato all’orizzonte: “Agire nel concreto e pensare in grande”, era una delle affermazioni più frequenti di Tonino Bello, vescovo di Molfetta. “È bello per noi essere qui. Se vuoi facciamo tre tende una per te, una per Mosè e una per Elia”. Qual è il significato di tali parole? Pietro non accetta la passione, non accetta l’ostilità: vuole un messianismo glorioso: il messianismo della “pancia” non quello che rompe, ma quello che accontenta e accarezza i nostri istinti. “Io non sono venuto a portare la pace sulla terra ma la divisione” (Lc 12, 51). Il cammino della pace e della giustizia è conflittuale. Esige l’inserimento nella vita fatto di contraddizioni e anche di contrasti. Gesù accetta il contrasto, il dissenso. Egli non ama certo il dissenso e il contrasto, ma questo è l’unico modo per portare avanti il progetto di liberazione. Così il discepolo, così la Chiesa non deve cercare i favori della gente, la benevolenza, ma il bene della gente e questo bene esige anche affrontare gli scontri e gli urti. Una Chiesa che non è perseguitata non è una vera Chiesa. La svolta costantiniana di una chiesa al centro e omaggiata ha fatto perdere il suo sale e il suo sapore. Pietro è per una chiesa trionfalistica!
Due piccoli impegni:
- Passare dalla religione alla fede.
- Il coraggio di una Chiesa combattiva.




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