Domenica 1 Marzo (DOMENICA – Viola)
II DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Gen 12,1-4 Sal 32 2Tm 1,8-10 Mt 17,1-9
di Don Luciano Labanca🏠home
Nella II domenica di Quaresima, la liturgia ci conduce sempre a contemplare il mistero della Trasfigurazione di Gesù, narrato in tutti e tre i vangeli sinottici. Quest’anno, ci viene proposta la versione dell’Evangelista San Matteo. Dopo la prima domenica, dedicata alle tentazioni nel deserto, la Chiesa ci fa salire su un monte di luce, come tappa necessaria per poter affrontare questo cammino di Quaresima fino in fondo, guidati dalla sapienza battesimale, in queste tappe di progressiva “illuminazione”. L’evangelista sottolinea che Gesù conduce i discepoli “su un alto monte”, senza specificarne il nome. La tradizione lo ha identificato con il Monte Tabor, ma più che un luogo geografico esso appare come uno spazio teologico: un nuovo Sinai, luogo dell’incontro con Dio. È significativo che, poco prima, Gesù abbia annunciato apertamente la sua passione e la sua morte, suscitando la reazione di Pietro, incapace di accettare un Messia sofferente. La Trasfigurazione avviene dunque dopo l’annuncio della croce, non prima: è una luce che illumina la fatica del cammino. Sul monte Gesù si manifesta nella sua gloria. Il suo volto risplende, le vesti diventano candide e accanto a lui compaiono Mosè ed Elia, la Legge e i Profeti. La loro presenza rivela che Gesù non è in opposizione alla storia della salvezza, ma è il compimento delle Scritture. Tutto ciò che Dio ha detto e promesso trova in lui la sua pienezza. La nube luminosa e la voce del Padre confermano quanto i discepoli stanno vivendo: Gesù è il Figlio amato, colui che va ascoltato. Questa esperienza di luce è un dono, un anticipo della Pasqua, concesso ai discepoli perché non si scandalizzino della croce e non si fermino davanti alla fatica del percorso. Per questo Pietro vorrebbe trattenere il momento, costruire tre tende, rendere stabile ciò che è per sua natura transitorio. È la tentazione di ogni credente: voler arrivare subito alla meta, senza attraversare il cammino. Tante volte anche nella nostra vita quotidiana facciamo esperienza della stessa tentazione: volere subito risultati, senza abbracciare le sfide del cammino per raggiungerli. La Trasfigurazione, però, non è fatta per essere trattenuta. Dopo la visione, bisogna scendere dal monte e riprendere il cammino verso Gerusalemme. La luce non è data per fermarsi, ma per andare avanti. Essa rimane nel cuore come memoria e promessa, come forza silenziosa nei momenti di prova. Anche nel nostro cammino di fede esistono momenti di luce, di consolazione, di chiarezza interiore, accanto a giorni di fatica, di silenzio e di attesa. La Quaresima ci educa ad accogliere entrambi, sapendo che la luce intravista sul monte non è un’illusione, ma l’anticipazione di una meta certa. È la Pasqua che ci attende, una luce senza tramonto, verso la quale continuiamo a camminare.
Impegno di Quaresima
In questa settimana di Quaresima ripercorro il mio cammino di fede. Quante volte ho preferito o preferisco trattenere come Pietro il momento o rimanere fermo nel cammino? Chiedo al Signore la grazia di camminare anche nell’attesa, nel dolore e nel silenzio e non solo nei tempi di luce.

Bene-dire (a cura di Mons. Francesco Diano)
La solitudine è un elemento antropologico costitutivo: l’uomo nasce solo e muore solo. Egli è certamente un «essere sociale», fatto «per la relazione», ma l’esperienza mostra che soltanto chi sa vivere solo sa anche vivere pienamente le relazioni. Di più: la relazione, per essere tale e non cadere nella fusione o nell’assorbimento, implica la solitudine. Solo chi non teme di scendere nella propria interiorità sa anche affrontare l’incontro con l’alterità. Ed è significativo che molti dei disagi e delle malattie «moderne», che riguardano la soggettività, arrivino anche a inficiare la qualità della vita relazionale: per esempio, l’incapacità di interiorizzazione, di abitare la propria vita interiore, diviene anche incapacità di creare e vivere relazioni solide, profonde e durature con gli altri. Certo, non ogni solitudine è positiva: vi sono forme di fuga dagli altri che sono patologiche, vi è soprattutto quella «cattiva solitudine» che è l’isolamento, il quale implica la chiusura agli altri, il rigetto del desiderio degli altri, la paura dell’alterità. Ma tra isolamento, chiusura, mutismo, da un lato, e bisogno della presenza fisica degli altri, dissipazione nel continuo parlare, attivismo smodato, dall’altro, la solitudine è equilibrio e armonia, forza e saldezza. Chi assume la solitudine è colui che mostra il coraggio di guardare in faccia se stesso, di riconoscere e accettare come proprio compito quello di «divenire se stesso»; è l’uomo umile che vede nella propria unicità il compito che lui e solo lui può realizzare. E non si sottrae a tale compito rifugiandosi nel «branco», nell’anonimato della folla, e neppure nella deriva solipsistica della chiusura in sé. Sì, la solitudine guida l’uomo alla conoscenza di sé, e gli richiede molto coraggio. La solitudine allora è essenziale alla relazione, consente la verità della relazione e si comprende proprio all’interno della relazione. Capacità di solitudine e capacità di amore sono proporzionali. Forse, la solitudine è uno dei grandi segni dell’autenticità dell’amore. Scrive Simone Weil: «Preserva la tua solitudine. Se mai verrà il giorno in cui ti sarà dato un vero affetto, non ci sarà contrasto fra la solitudine interiore e l’amicizia; anzi, proprio da questo segno infallibile la riconoscerai». La solitudine è il crogiuolo dell’amore: le grandi realizzazioni umane e spirituali non possono non attraversare la solitudine. Anzi, proprio la solitudine diviene la beatitudine di chi la sa abitare. Facendo eco al medievale «beata solitudo, sola beatitudo», scrive MarieMadeleine Davy: «La solitudine è faticosa solo per coloro che non han sete della loro intimità e che, di conseguenza, l’ignorano; ma essa costituisce la felicità suprema per coloro che ne hanno gustato il sapore». In verità, la solitudine, certamente temibile perché ci ricorda la solitudine radicale della morte, è sempre solitudo pluralis, è spazio di unificazione del proprio cuore e di comunione con gli altri, è assunzione dell’altro nella sua assenza, è purificazione delle relazioni che nel continuo commercio con la gente rischiano di divenire insignificanti. E per il cristiano è luogo di comunione con il Signore che gli ha chiesto di seguirlo là dove lui si è trovato: quanta parte della vita di Gesù si è svolta nella solitudine! Gesù che si ritira nel deserto dove conosce il combattimento con il Tentatore, Gesù che se ne va in luoghi in disparte a pregare, che cerca la solitudine per vivere l’intimità con l’abba e per discernere la sua volontà. Certo, come Gesù, il cristiano deve riempire la sua solitudine con la preghiera, con la lotta spirituale, con il discernimento della volontà di Dio, con la ricerca del suo volto. Commentando Giovanni 5,13 che dice: «L’uomo che era stato guarito non sapeva chi fosse [colui che l’aveva guarito]; Gesù infatti era scomparso tra la folla», Agostino scrive: «È difficile vedere Cristo in mezzo alla folla; ci è necessaria la solitudine. Nella solitudine, infatti, se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è chiassosa; per vedere Dio ti è necessario il silenzio». II Cristo in cui diciamo di credere e che diciamo di amare si fa presente a noi nello Spirito santo per inabitare in noi e per fare di noi la sua dimora. La solitudine è lo spazio che apprestiamo al discernimento di questa presenza in noi e alla celebrazione della liturgia del cuore.
Il Cristo poi, che ha vissuto la solitudine del tradimento dei discepoli, dell’allontanamento degli amici, del rigetto della sua gente, e perfino dell’abbandono di Dio, ci indica la via dell’assunzione anche delle solitudini subite, delle solitudini imposte, delle solitudini «negative». Colui che sulla croce ha vissuto la piena intimità con Dio conoscendo l’abbandono di Dio, ricorda al cristiano che la croce è mistero di solitudine e di comunione. Essa, infatti, è mistero di amore! (E. BIANCHI, Le parole di spiritualità. Per un lessico della vita interiore, Milano, Rizzoli, 21999, 181-184).
Preghiera
Signore Gesù,
che hai preso con Te Pietro, Giacomo e Giovanni
per condurli in disparte, su un alto monte,
prendi anche me per mano oggi.
Aiutami a salire oltre le pianure della mia quotidianità,
oltre le nebbie delle mie preoccupazioni e la polvere della stanchezza,
perché io possa contemplare, con gli occhi del cuore,
il Tuo volto splendente come il sole.
Davanti alla Tua veste bianca come la luce,
scuoti il mio torpore:
non permettere che io mi abitui alla Tua presenza,
ma donami lo stupore di Pietro,
anche quando non trovo le parole giuste per ringraziarti.
Padre, che nella nube luminosa hai fatto udire la Tua voce,
ripeti anche alla mia anima: “Questi è il Figlio mio, l’amato”.
Insegnami l’arte dell’ascolto,
perché la Parola di Gesù sia la bussola dei miei giorni.
E quando la visione svanisce e la gloria sembra lontana,
aiutami a scendere dal monte senza paura,
sapendo che Tu cammini accanto a me nella valle,
Tu solo, Gesù,
nostra luce che non tramonta.
Amen.




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