Domenica 15 Marzo (DOMENICA – Viola o Rosaceo)
IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)
1Sam 16,1.4.6-7.10-13 Sal 22 Ef 5,8-14 Gv 9,1-41
di Lila Azam Zanganeh
Da dove viene la luce? E noi, chiunque noi siamo — «gentili o ebrei», come disse una volta Shakespeare riferendosi a tutta l’umanità — possiamo partecipare a questa luce? Leggendo il racconto sul cieco nel Vangelo di Giovanni, ci viene data, in modo sottile e paradossale, la risposta a entrambe queste domande metafisiche.
Gesù sta passando, ci dice il Vangelo, e vede un mendicante, «un uomo cieco dalla nascita». Quello che mi colpisce della storia del cieco, in Giovanni, è la presenza di narrative intersecanti e opposte che diventano rivelatrici. I discepoli chiedono a Gesù: «Rabbì», che significa Signore sia in ebraico sia in arabo, «chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». La domanda non va presa alla leggera. È al centro degli ecosistemi buddista e indù: la questione del karma. E il karma non è solo individuale ma anche tribale, familiare, perfino nazionale. Ci sono torti che influenzano intere comunità. Il dharma, nel pensiero indù, è l’equilibrio del mondo. Lo sconvolgimento del dharma causerà sofferenze in questo nostro mondo, un riassetto dell’ordine universale.
Quindi, essenzialmente i discepoli stanno chiedendo: quest’uomo è cieco a causa di una punizione karmica? Gesù risponde con vigore di no: «Né lui ha peccato […], ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio». È una bellissima risposta, in cui Gesù, come è sua abitudine, ribalta la domanda. La risposta, secondo me, potrebbe essere intesa in due modi. Potrebbe essere intesa come: perché il Figlio dell’Uomo possa compiere miracoli su di lui (la versione più letterale); o meglio ancora: perché quest’uomo possa vedere e diventare una metafora vivente per il resto dell’umanità attraverso l’opera del Figlio dell’Uomo.
Ed ecco la parte più misteriosa e più bella. Gesù dice: «Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando nessuno può agire. Finché io sono nel mondo, sono la luce del mondo». È come se Gesù stesse dicendo che finché è ancora qui, sulla terra, deve compiere l’opera del Padre, prima della sua morte sulla croce, dopo la quale la sua opera visibile sulla terra cesserà.
«Detto questo, sputò per terra, fece del fango con la saliva, spalmò il fango sugli occhi del cieco e gli disse: “Va’ a lavarti nella piscina […]”. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva». La piscina è quella di Silo’am a Gerusalemme, la piscina dell’illuminazione spirituale. I vicini e altre persone che lo hanno visto in precedenza come mendicante lo riconoscono. Il mendicante dice «Sono io!». Egli indica colui che ha compiuto il miracolo come «l’uomo che si chiama Gesù». E anche questa frase è stranamente commovente. In questo semplice riconoscimento c’è già l’impronta di Dio. Un commento apparentemente semplice, che in realtà racchiude tutto, perché all’improvviso c’è un’equazione a malapena celata: «l’uomo che si chiama Gesù» fa eco a «sono io», sicché in queste due frasi che s’intersecano i due sono quasi resi uguali.
L’argilla è l’argilla di Dio e quindi la tempra sia dell’uomo sia di Dio. Quindi ora i vicini cercano quest’altro uomo “che si chiama Gesù”. E conducono, il giorno del sabato, l’uomo che era stato cieco dai farisei. I farisei, da sempre legalisti tradizionalisti, chiedono al mendicante come ha ricevuto la vista. La seconda volta che ascoltiamo la storia percepiamo tutta la forza della metafora “lavare e vedere” e come essa si estenderà al mondo. I farisei, da parte loro, negano che “l’uomo che si chiama Gesù” provenga da Dio sulla base del fatto che non ha osservato il sabato. Ma altri dicono: «Come può un peccatore compiere segni di questo genere?». C’è divisione tra loro.
Il cieco ora chiede loro, come se fosse una cosa ovvia, «volete forse diventare anche voi suoi discepoli?». E loro rispondono: «Noi siamo discepoli di Mosè!». In quanto a quel Gesù, dicono, semplicemente non sanno di dove sia! L’uomo che prima era cieco risponde: «Eppure mi ha aperto gli occhi». Loro dicono che da che mondo è mondo nessuno ha mai aperto gli occhi a un cieco nato. Presentano il dilemma e il loro dubbio emergente: se quell’uomo non venisse da Dio, non avrebbe potuto fare nulla, dicono. Assaliti dal dubbio, cacciano via il mendicante.
Gesù gli domanda: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo? […] Lo hai visto: è colui che parla con te». E quando il mendicante si prostra davanti a lui, Gesù gli rivela il punto cruciale della questione: «Io sono venuto in questo mondo, perché coloro che non vedono, vedano e quelli che vedono, diventino ciechi». Il paradosso perfetto, luminoso. Al che i farisei gli domandano, con arroganza ma forse anche con dubbio crescente: «Siamo ciechi anche noi?». E Gesù dice: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite “Noi vediamo” il vostro peccato rimane».
Perché vedono pur continuando a vedere solo il buio che è semplicemente assenza di Dio.




Lascia un commento