Domenica 15 Marzo (DOMENICA – Viola o Rosaceo)
IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)
1Sam 16,1.4.6-7.10-13 Sal 22 Ef 5,8-14 Gv 9,1-41
di Lucia Piemontese 🏠home
Gesù è la luce del mondo. Questa identità, già annunciata nel precedente capitolo 8 del quarto Vangelo, viene manifestata nel segno del cieco nato.
Gesù è con i suoi discepoli e, passando, vede un mendicante cieco dalla nascita, un uomo in una condizione di terribile solitudine, che non chiede nemmeno di essere guarito perché non sa cosa sia la luce, essendo nel buio da sempre. I discepoli guardano l’uomo attraverso la lente di una concezione retributiva e castigante secondo la quale la malattia era segno del peccato commesso da chi era malato o dai suoi genitori. Lo sguardo del Signore è diverso, penetra nel cuore e si impietosisce per la sofferenza; Gesù non accetta la logica corrente e spiega che, al contrario, la malattia è una situazione nella quale si compie l’opera di Dio. Per questo spalma con un po’ di fango fatto con la terra e la saliva gli occhi del cieco– gesto considerato allora curativo, che richiama qui la creazione dell’uomo secondo il racconto di Genesi 2 – e lo manda a lavarsi nella piscina di Siloe. L’evangelista deve spiegare che Siloe significa “inviato”, così si capisce che il cieco si lava nell’acqua dell’inviato, che è Gesù stesso, l’inviato del Padre. Questo lavacro è una chiara allusione al battesimo. Il cieco va a lavarsi e ci vede. Dobbiamo notare la sua obbedienza fiduciosa alla Parola del Signore, l’adesione libera quale elemento indispensabile per la sua “nuova creazione”, la sua vera venuta alla luce che è Cristo.
Dopo averlo guarito, Gesù si allontana lasciando il cieco risanato da solo ad affrontare e a misurarsi con le reazioni e i dissensi che la sua guarigione provoca negli altri. Ma è proprio in questo confronto che l’ex cieco – fondandosi fortemente sull’esperienza fatta – vive un cammino di crescita, una progressione nella fede, una identificazione, che si manifesta molto bene attraverso i titoli che pian piano attribuisce a Gesù. All’inizio, parlando con i vicini, lo definisce “quell’uomo che si chiama Gesù” e non sa dove sia; poi lo definirà “profeta” cioè un uomo di Dio, e dopo ancora ne affermerà la provenienza da Dio (“se costui non venisse da Dio…”).
L’ex cieco è sottoposto ad un processo da parte dei farisei, all’interno del quale vediamo il primo crescere nella luce e i secondi precipitare nelle tenebre della loro supponenza. Nel primo interrogatorio i farisei disapprovano l’aver fatto del fango e la guarigione in quanto azioni compiute di sabato (“quest’uomo non viene da Dio, perché non osserva il sabato”) e poi ipotizzano una truffa, una guarigione inesistente. Per questo chiedono la testimonianza dei genitori dell’uomo, i quali confermano la cecità nativa del figlio ma per proprio tornaconto non prendono posizione sul miracolo, così da non essere cacciati dalla sinagoga. Nel secondo interrogatorio i farisei si appellano al loro sapere (“noi sappiamo che quest’uomo è peccatore”). Ne segue un dialogo molto serrato nel quale il cieco guarito ribatte in modo molto stringente e, a tratti, un po’ provocatorio. Alla fine i farisei non hanno argomenti e così lo insultano e lo cacciano dalla sinagoga. La loro resistenza esprime chiaramente la cecità dalla quale sono afflitti; attaccati alle loro regole di interpretazione della Legge, non sono liberi e in grado di cogliere il segno che Gesù ha compiuto.
Nella parte finale, udito che l’ex cieco è stato cacciato, Gesù lo trova e gli si rivela: “tu credi nel Figlio dell’uomo?… E chi è Signore perché io creda in lui?… L’hai visto: è colui che parla con te…Credo Signore!”. Gesù è riconosciuto Kyrie/Signore, il cieco risanato è portato alla piena illuminazione; ai farisei viene ribadita la loro condizione di cecità e peccato proprio perché sono convinti di vedere bene.
Nel vangelo del cieco nato ci sono due asserzioni di Gesù che fanno da chiave di lettura: “Io sono la luce del mondo” nei versetti iniziali e poi “Sono venuto in questo mondo per un giudizio” nella parte finale. La prima affermazione ci rimanda al prologo del IV Vangelo, alla luce vera che illumina ogni uomo e che le tenebre non hanno vinto perché non possono vincerla. Quanto al giudizio, questo è un discrimine, un far chiarezza nei cuori. Chi presume di vedere è cieco e tale rimane, mentre chi è consapevole della propria cecità/bisogno può viene risanato, ri-creato nel battesimo.
Nel cieco guarito riconosciamo la nostra storia di battezzati e discepoli, chiamati a far memoria dell’incontro personale con il Signore, di quell’esperienza che ha trasformato la nostra vita e che è un punto fermo per risvegliare il cuore e trovare nuovo slancio per vivere la fede in modo sempre più autentico. “Eravate tenebra e ora siete luce nel Signore. Comportatevi perciò come figli della luce” leggiamo nella seconda lettura: che la nostra testimonianza di persone che si riconoscono amate e guarite possa essere una luce in questo mondo caratterizzato da tante illusioni e chiusure, che non vuole aprire gli occhi per vedere alla luce di Cristo.




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