Sorella Ilaria“Una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo!”

Domenica 15 Marzo (DOMENICA – Viola o Rosaceo)
IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)
1Sam 16,1.4.6-7.10-13   Sal 22   Ef 5,8-14   Gv 9,1-41

di sorella Ilaria Monastero di Bose🏠home

Se domenica scorsa era l’acqua l’elemento naturale intorno al quale Giovanni ha sviluppato tutta la narrazione dell’incontro di Gesù con la donna samaritana, oggi l’elemento che ci accompagna è la luce, quella luce che manca negli occhi del cieco nato, ma che manca anche ai discepoli che non sanno vedere nel cieco un uomo bisognoso ma solo uno “colpito” per qualche peccato suo o dei suoi genitori, e che manca anche a quelli che stanno intorno all’uomo cieco, anch’essi incapaci di vedere, di discernere le opere di Dio compiute da Gesù.

Gesù, luce vera venuta nel mondo, donando al cieco la vista gli dà la possibilità di nuova vita e di coraggiosa testimonianza del bene ricevuto da Dio.

Dalle tenebre alla luce è il percorso compiuto da quest’uomo cieco fin dalla nascita, percorso che egli può compiere grazie alla sua onestà e apertura del cuore. Se infatti egli viene presentato come mendicante che stava seduto a chiedere l’elemosina (v.8) lungo la narrazione egli si rivelerà come un uomo che non solo sa tenere aperta la mano in quel gesto così umiliante di chiedere aiuto per il corpo, ma sa anche tenere aperto il cuore per accogliere, tramite l’obbedienza, sia il dono che dà nuovo slancio alla sua vita, sia colui che gli offre questo dono.

Egli fa quello che Gesù gli dice (“Va’ a lavarti nella piscina di Siloe… quelli andò, si lavò e tornò che ci vedeva” v.7) e dice, a più riprese, quello che Gesù ha fatto per lui (v. 11.15.25), così, pian piano, forse proprio ritornando a ridire quello che è avvenuto, egli arriva a credere e confessare Gesù come profeta, poi figlio dell’uomo e infine Signore.

In questo brano la luce naturale che ci permette di vedere, di conoscere ciò che ci sta intorno, diventa paradigma della luce che ci fa conoscere il Signore e ci fa riconoscere il bene che egli compie per noi (“Una cosa so: prima ero cieco e ora ci vedo” v.25). Tutta la narrazione ruota attorno a questo tema della conoscenza, del sapere e del non sapere, potremmo dire dei chiaroscuri che la luce, il Cristo, rivela: c’è qualcuno che è evidentemente cieco e che arriva a vedere, c’è qualcun altro che presume di vedere ma in realtà è, e resta, cieco: “Siccome dite: ‘Noi vediamo!’ il vostro peccato rimane” afferma Gesù alla fine della nostra pericope.

Anche la conoscenza è un dono di Dio, perché solo lui può donarci la capacità di non guardare l’apparenza ma il cuore, la capacità di discernimento.

Nel racconto del Primo libro di Samuele, Dio invia Samuele a ungere quello che sarà il futuro re d’Israele, dopo che il Signore stesso ha ripudiato Saul (cf. 1Sam 16,1) e Samuele dovrà imparare che le vie del Signore sono diverse dalle nostre e che egli spesso sceglie il più piccolo, o quello che noi scarteremmo (vengono in mente le parole del Salmo 118: “La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo”).

Davide – che è il più piccolo tra i suoi fratelli e che non è stato neppure convocato – viene scelto da Dio come guida del suo popolo; il cieco nato che viene a più riprese interrogato e zittito diviene testimone del Signore.

Sia Davide sia il cieco nato sperimentano nella loro vita una straordinaria novità che è dono di Dio e che li strappa dalla loro condizione precedente (pastore di pecore, cieco nato) per immetterli su un cammino di progressiva conoscenza del Signore, del suo amore misericordioso, del suo accompagnarli con la sua fedeltà.

Davide arriverà a conoscere e confessare il proprio peccato, il cieco nato arriverà a conoscere e confessare Gesù come Signore, ma entrambi impareranno, passo dopo passo, a riconoscere che Dio è un padre che perdona e si prende cura dei suoi figli e per questo a lui ci si può affidare pienamente, vincendo così la tentazione di mettere alla prova il Signore e il suo amore, tentazione con cui il diavolo aveva provato anche Gesù secondo la narrazione di Matteo 4,5-7.

La capacità di vedere, di conoscere che il cieco riceve è frutto del suo ascolto attento e privo di pregiudizi, di precomprensioni; ascolto che accoglie, ascolto che discerne. Quest’uomo è di una semplicità disarmante: fa quello che Gesù gli dice, dice quello che Gesù ha fatto per lui e porta i suoi interlocutori a dire, malgrado loro stessi, una verità: “Suo discepolo sei tu!”. Sì, quest’uomo senza saperlo ha compiuto tutti i passi dell’autentico discepolato: riceve da Gesù il dono della luce e diventa figlio della luce, capace di agire e parlare proprio come Gesù stesso. Colpisce infatti come il suo modo di dialogare e di stare di fronte agli altri richiami lo stesso atteggiamento che altrove nei vangeli è riferito a Gesù: ascolta e risponde, sta in dialogo con chi si pone in atteggiamento polemico, interrogato interroga, e per finire, non a caso riceverà lo stesso rifiuto che colpirà anche Gesù (al v. 34 Giovanni annota: “lo (il cieco nato) cacciarono fuori” e di Gesù si dirà che sarà crocifisso fuori Gerusalemme).

Il Signore ci doni un cuore come quello del cieco nato, capace di ascolto e obbedienza, capace di riconoscere i suoi doni e di accoglierli, capace di riconoscere le nostre tenebre e accogliere la sua luce per diventare a nostra volta testimoni della luce.


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