S.B. Card. Pizzaballa Meditazione IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)

Domenica 15 Marzo (DOMENICA – Viola o Rosaceo)
IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)
1Sam 16,1.4.6-7.10-13   Sal 22   Ef 5,8-14   Gv 9,1-41

S.B. Card. Pizzaballa🏠home

Il cammino della Quaresima che ci viene proposto da quest’anno liturgico A, ci fa incontrare, dopo le domeniche delle tentazioni e della trasfigurazione, tre brani tratti dal Vangelo di Giovanni: il brano della Samaritana, che abbiamo ascoltato domenica scorsa; quello del cieco nato, che leggiamo oggi (Gv 9,1-41); e quello di Lazzaro, domenica prossima.

Oggi ci troviamo dunque al centro di queste tre domeniche. E proprio questa domenica ci può essere d’aiuto per avere una chiave di lettura con cui leggere le altre due, e, insieme, anche per prepararci ad entrare nella Settimana di Passione, per salire con Gesù a Gerusalemme.

Il brano di oggi ci dice che per celebrare la Pasqua bisogna poter guardare, vedere ciò che il Signore fa per noi.

Domenica scorsa, abbiamo visto che la Samaritana è aiutata a guardare e ad accogliere la propria storia, e a vedere che proprio quella storia è luogo dove incontrare il Signore, dove adorare il Signore in spirito e verità.

Gesù vede questa donna con uno sguardo nuovo, e questo sguardo, che accoglie senza condannare, diventa per la donna la possibilità di un nuovo inizio.

Anche il Vangelo di oggi inizia con uno sguardo: passando, Gesù vede un uomo cieco dalla nascita (Gv 9,1).

Il cieco non può vedere Gesù, ma Gesù vede lui. È così che inizia la storia della guarigione di quest’uomo, perché proprio come era accaduto alla donna di Samaria, anche qui lo sguardo di Gesù è liberante: se i discepoli, infatti, come suggeriva il pensiero religioso comune, erano portati ad interpretare la storia di quest’uomo come una storia di peccato (“Chi ha peccato, lui o i suoi genitori…?” – Gv 9,2), Gesù la rilegge come una storia di dolore e di salvezza: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è così perché si manifestassero in lui le opere di Dio” (Gv 9,3).

Il tema del peccato, del male, ritornerà altre volte lungo il corso del brano: al v.34, dopo l’estenuante interrogatorio al cieco che ha recuperato la vista, i farisei vorrebbero rinchiuderlo in una storia di peccato: “Sei nato tutto nei peccati e vuoi insegnare a noi?” (Gv 9,34). E lo stesso tema ritorna anche sulla bocca di Gesù, proprio a conclusione del brano. Rivolgendosi a quegli stessi farisei, che volevano vedere il peccato degli altri ma non il proprio, Gesù dice loro così: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane” (Gv 9, 41).

Il brano ci presenta due tipi di persone.

Da una parte c’è il cieco, che non vede e che sa di non vedere. Dall’altra ci sono i farisei, che non vedono e non sanno di non vedere. Il peccato non è essere ciechi, ma pretendere di vedere, e, quindi, impedire al Signore di illuminarci, di parlarci, di guarirci. Il peccato è l’autosufficienza, che tiene fuori Dio dalla propria storia.

Il cieco, che sa di non vedere, è disponibile a lasciarsi guarire. Non pretende, non rivendica, non si giustifica e non accusa. Obbedisce alla Parola di Gesù e si mette in cammino, per essere guarito (“Gesù gli disse: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe» — che significa Inviato. Quegli andò, si lavò e tornò che ci vedeva” – Gv 9,7). E riconosce solo ciò che gli è accaduto: prima non vedeva, e ora ci vede (“Una cosa io so: ero cieco e ora ci vedo” – Gv 9,25).

I farisei, invece, che non vedono il proprio peccato, si chiudono alla manifestazione dell’opera di Dio, rimangono ciechi. Riconoscere il proprio peccato, nel linguaggio giovanneo, non significa fare un elenco dei propri sbagli, o sentirsi in colpa. Il peccato, per Giovanni, è uno solo ed è l’incredulità, il non vedere in Gesù il Messia che è venuto a parlarci del Padre, l’Agnello che porta su di sé il peccato del mondo.

Punto d’arrivo della guarigione del cieco, infatti, non avviene quando riacquista la vita, dopo essersi lavato alla piscina di Siloe, ma quando può fissare il suo sguardo in quello del Signore, e dire: “Io credo” (“Chi è, Signore, perché io creda in lui?». Gli disse Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te». 3Ed egli disse: «Credo, Signore!». E si prostrò dinanzi a lui”- Gv 9,37-38).

Per celebrare la Pasqua, dunque, è necessario avere un cuore umile, che si lascia salvare. Solo così, dunque, si potrà salire a Gerusalemme e vedere la meraviglia di Dio: la meraviglia per cui il male dell’uomo, la sua lontananza da Dio, viene presa da Gesù sulle proprie spalle. E si potrà vedere in quel gesto l’amore eterno con cui Dio ama la storia di ognuno, Lui che per primo crede nell’uomo e nella sua possibilità di ricominciare una vita nuova.

Come la Samaritana, come il cieco nato, come Lazzaro.


Lascia un commento