don Lucio D’abbraccio«Ero cieco e ora ci vedo» — Il giorno in cui Dio si sporcò le mani

Domenica 15 Marzo (DOMENICA – Viola o Rosaceo)
IV DOMENICA DI QUARESIMA – LAETARE (ANNO A)
1Sam 16,1.4.6-7.10-13   Sal 22   Ef 5,8-14   Gv 9,1-41

di don Lucio D’abbraccio🏠home

A metà del cammino quaresimale la liturgia compie un gesto sorprendente: interrompe per un momento il tono austero della penitenza e invita alla gioia. È la domenica Laetare, dal primo invito della liturgia: «Rallegrati, Gerusalemme». Anche i paramenti cambiano colore: dal viola della penitenza si passa al rosaceo. Non è un semplice dettaglio estetico. È un segno teologico. Il rosa è come la luce dell’alba che filtra attraverso una finestra ancora socchiusa: annuncia che la notte non durerà per sempre. La Pasqua si avvicina e la Chiesa, nel cuore della Quaresima, ci concede un respiro di speranza.

​In questa atmosfera di gioia anticipata, la liturgia odierna presenta uno dei racconti più intensi di tutto il Vangelo di Giovanni: l’incontro di Gesù con un uomo cieco fin dalla nascita.

​Davanti a quella vita segnata dal buio, i discepoli pongono una domanda che attraversa la storia dell’umanità: «Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?». È la logica antica che spesso ritorna anche oggi. Quando arriva una malattia, quando una famiglia affronta una prova dolorosa, quando un figlio nasce con una fragilità, spontaneamente sorge la domanda: «Perché? Di chi è la colpa?». È la tentazione di trasformare il dolore in un conto da pagare.

​Gesù rifiuta questa visione. Non guarda indietro per cercare colpe, ma guarda avanti per aprire uno spazio alla grazia: «Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio».

​Poi compie un gesto sorprendente: sputa in terra, fa del fango e lo spalma sugli occhi del cieco. È un gesto che ha colpito profondamente i Padri della Chiesa. Sant’Ireneo di Lione vede qui il Creatore che torna a plasmare la sua creatura: le stesse mani che all’inizio formarono l’uomo dalla polvere ora toccano di nuovo la terra per ridare luce agli occhi dell’uomo. Sant’Agostino aggiunge una riflessione ancora più profonda: quel fango richiama il mistero dell’Incarnazione. È il Verbo di Dio che entra nella materia del mondo. Dio non rimane lontano dalle nostre fragilità: scende dentro di esse, senza paura di sporcarsi.

​Dopo quel gesto Gesù dice: «Va’ a lavarti nella piscina di Sìloe». L’evangelista aggiunge che Sìloe significa «Inviato». È un dettaglio prezioso. In fondo, andare a Sìloe significa andare verso Cristo stesso, l’Inviato del Padre.

​Il cieco obbedisce. Parte nel buio, senza aver ancora visto il volto di Gesù. È un gesto che assomiglia molto alla fede. Anche nella vita accade così: a volte si compie un passo senza avere tutte le risposte. Come chi torna a pregare dopo anni di silenzio. Come chi si accosta alla confessione dopo molto tempo. Come chi decide di perdonare qualcuno anche quando il cuore è ancora ferito. Si cammina nel buio, fidandosi.

​L’uomo si lava e torna vedente.

​Ma il vero dramma del racconto non è il miracolo. È ciò che accade dopo. I farisei aprono un processo. Interrogano il cieco. Convocano i genitori. E qui appare una scena dolorosa: i genitori, per paura, prendono le distanze. L’evangelista dice chiaramente che parlano così «perché temevano i Giudei». Preferiscono non esporsi.

​È una scena che si ripete anche oggi. A volte si lascia qualcuno solo nella sua battaglia perché difenderlo costa troppo: costa la reputazione, costa l’approvazione degli altri, costa il coraggio di andare controcorrente.

​Il cieco invece cresce. Ogni interrogatorio diventa un passo nella fede. All’inizio parla di «quell’uomo che si chiama Gesù». Poi dice: «È un profeta». Infine, quando Gesù lo incontra di nuovo e gli domanda: «Tu credi nel Figlio dell’uomo?», egli risponde con la confessione più semplice e più grande: «Credo, Signore». E si prostra davanti a lui.

​Alla fine Gesù pronuncia parole che rovesciano tutto: «Io sono venuto in questo mondo per un giudizio, perché coloro che non vedono vedano e quelli che vedono diventino ciechi».

​La vera cecità non è quella degli occhi. È quella del cuore. È la cecità di chi pensa di vedere tutto, di chi crede di sapere già tutto di Dio, di chi conosce le parole della fede ma non riconosce il Signore quando passa nella vita.

​La domenica Laetare ci invita proprio a questo: ad avere il coraggio di riconoscere le nostre cecità. Perché solo chi ammette di non vedere può accogliere la luce.

​Quando il cieco dice «Credo, Signore», non riceve soltanto la vista degli occhi. Riceve uno sguardo nuovo sulla vita.

E forse è proprio questo il miracolo più grande: quando Cristo entra nella nostra storia e, poco alla volta, ci insegna a vedere il mondo con la sua luce. Perché allora anche le ombre non fanno più paura: l’alba è già cominciata. Amen!


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