padre Ezio Lorenzo Bono”IL DONO DELLE LACRIME (Mel Gibson)”

Domenica 22 Marzo (DOMENICA – Viola)
V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Ez 37,12-14   Sal 129   Rm 8,8-11   Gv 11,1-45

di padre Ezio Lorenzo Bono🏠home

Nel bellissimo film di Mel Gibson “The Passion”, qualche istante prima della scena della morte di Gesù, vediamo l’inquadratura ripresa dall’alto di una goccia che cade verso la croce, come quando tentiamo di vedere qualcosa con gli occhi pieni di lacrime. Fu un’intuizione geniale del regista, che ha voluto riprendere la scena dagli occhi di Dio, che dall’alto guardava con gli occhi pieni di lacrime suo Figlio che stava morendo. Una scena bellissima, piena d’amore e di perdono. «Il vero messaggio del mio film – dirà Mel Gibson – è il perdono. La lacrima di Dio che piove dal cielo nel momento in cui Gesù muore significa questo». Sono lacrime d’amore. Ma molti si saranno chiesti: perché Dio non è intervenuto in quel momento per annientare tutti all’istante e salvare così suo Figlio dai carnefici? Dio, invece di intervenire per strappare suo Figlio dalla morte, piange. Interverrà tre giorni dopo, facendolo risuscitare. Non scavalcando la morte, ma passando attraverso la morte.

II.


Una scena simile era avvenuta qualche tempo prima a Betania, come abbiamo ascoltato nel Vangelo di questa domenica: Gesù, di fronte alla tomba del suo amico Lazzaro, scoppia in pianto. Ma perché non era intervenuto prima per salvarlo dalla morte? Se lo chiedevano anche gli astanti – i Giudei – come abbiamo sentito nel Vangelo: «Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?». Eppure le sorelle l’avevano avvisato per tempo, mandandogli a dire: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». Anche qui non abbiamo un “pronto intervento”, ma si lascia che la morte faccia il suo corso. Solamente dopo quattro giorni Gesù interviene per ridargli la vita.

Il bravo padre Ermes Ronchi dice: «Dove sta il perché finale della risurrezione di Lazzaro? Sta nelle lacrime di Gesù, la sua dichiarazione d’amore fino al pianto. Piangere è amare con gli occhi. L’uomo risorge per le lacrime di Dio, risorgiamo perché amati». Parafrasando Dostoevskij direi: «Le lacrime salveranno il mondo». Che bello questo nostro Dio che piange. Come lo sentiamo nostro.

Il pianto è forse l’espressione più alta dell’amore. Piange solo chi ama. Chi non sa cos’è l’amore non verserà mai una lacrima. Quando si piange per la morte di persone che amiamo, in quelle lacrime si nasconde una “bellezza collaterale”: sono lacrime che trasudano d’amore. Il pianto è il segno più lampante che noi amiamo davvero. La “bellezza collaterale” a cui accenno è quella che si manifesta quando, per esempio, si partecipa a un funerale e si vedono lacrime scorrere copiose dagli occhi delle persone. È la bellezza dell’amore allo stato liquido. L’amore che rimane.

Ed è proprio questo che accade davanti alla tomba di Lazzaro: Gesù non spiega il dolore, lo condivide. Anche quelli che avevano visto Gesù piangere rimasero colpiti dalla “bellezza collaterale” che sprigionava il suo pianto, al punto da dire: «Guarda come lo amava!». Forse anche noi, davanti a certe lacrime, abbiamo pensato almeno una volta nella vita: «Guarda quanto lo amava». Il pianto è una forma artistica di esprimere l’amore, come la poesia, l’arte, la musica. Nell’arte e nella letteratura, soprattutto nella poesia, ritroviamo molte descrizioni del pianto. La prima poesia che mi è apparsa subito alla mente quando stavo meditando sul pianto di Gesù è quella di Vincenzo Monti che, dal letto della sua agonia, vede la moglie che non riesce a nascondere il suo dolore e tenta, invano, di nascondere le lacrime. Monti scrive la sua meravigliosa poesia dal titolo “Pel giorno onomastico della mia donna Teresa Pikler”: «Donna, dell’alma mia parte più cara, perché muta in pensoso atto mi guati, e di segrete stille rugiadose si fan le tue pupille? Di quel silenzio, di quel pianto intendo, o mia diletta, la cagion. L’eccesso de’ miei mali ti toglie la favella, e discioglie in lagrime furtive il tuo dolore». Questa è “bellezza collaterale” allo stato puro. Noi forse non arriveremo mai a descrivere l’amore con parole così belle, ma anche noi siamo poeti quando descriviamo l’amore non con la tinta dell’inchiostro, ma con la tinta delle lacrime.

III.


Per concludere. Nella tradizione spirituale della Chiesa l’amore e il pianto sono sempre legati anche al perdono (come diceva sopra Mel Gibson a riguardo del pianto di perdono di Dio). Il dono delle lacrime è uno dei doni più antichi della Chiesa primitiva: un dono che ci lava dai nostri peccati e ci porta a una vera conversione, attraverso un processo di guarigione interiore. A piangere non sono tanto gli occhi quanto il cuore, che si commuove davanti alla presenza del Signore.

La scienza dice che i nostri occhi producono decine di litri di lacrime all’anno e che il pianto, oltre a far bene agli occhi, fa bene anche all’anima. E quindi non abbiamo paura di piangere.

L’inquadratura del film The Passion di cui dicevo all’inizio ci dice che vedere il mondo con gli occhi velati dalle lacrime non è vederlo in modo annacquato o confuso, ma è vederlo con gli occhi di Dio. E forse è proprio questo il dono delle lacrime: vedere il mondo come lo vede Dio.


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