Luigi Verdi«Lazzaro, vieni fuori». Dio ci chiama per nome

Domenica 22 Marzo (DOMENICA – Viola)
V DOMENICA DI QUARESIMA (ANNO A)
Ez 37,12-14   Sal 129   Rm 8,8-11   Gv 11,1-45

di Luigi Verdi🏠home

In quel tempo, un certo Lazzaro di Betània, il villaggio di Maria e di Marta sua sorella, era malato. Maria era quella che cosparse di profumo il Signore e gli asciugò i piedi con i suoi capelli; suo fratello Lazzaro era malato. Le sorelle mandarono dunque a dire a Gesù: «Signore, ecco, colui che tu ami è malato». All’udire questo, Gesù disse: «Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio, affinché per mezzo di essa il Figlio di Dio venga glorificato». Gesù amava Marta e sua sorella e Lazzaro. Quando sentì che era malato, rimase per due giorni nel luogo dove si trovava. Poi disse ai discepoli: « Andiamo di nuovo in Giudea!». […]

Quando muore chi amiamo, quando la morte irrompe più o meno silenziosamente nella nostra vita e la stravolge, anzi la avvolge tutta con il suo mantello pesante e scuro, abbiamo bisogno di un Dio capace di soffrire con noi, esperto della vita tutta intera e in grado di sentire la ferita della morte. Abbiamo bisogno di un Dio che piange. È da quelle lacrime che la vita ricomincia. Gesù non regala risposte facili, non anticipa il miracolo, non consola con inutili dottrine teologiche. Se ne sta lì, vulnerabile, accetta il rimprovero delle due sorelle: “Se tu fossi stato qui…” , che è lo stesso nostro rimprovero: “Dove sei Dio: te ne stai là seduto nell’alto dei cieli e non vedi, non senti gli strappi della morte?” Se ne sta lì, vulnerabile, a piangere come gli altri: il pianto di chi prende sul serio la vita, fino in fondo, di chi avverte sulla sua pelle che la morte è cosa reale, brucia e pesa nella vita come un macigno.

Eppure poco prima ha detto: “Io sono la vita”; “io sono” e non io porto la risurrezione, io insegno la vita, io ti garantisco un futuro migliore. Dice: “io sono” perché risorgere non è un avvenimento, ma una relazione, un faccia a faccia. Perché la vita, quella eterna, comincia mentre vivi e non si esaurisce nell’attesa di una immortalità biologica che arriverà non si sa quando, ma in una qualità diversa del vivere. È un imparare a vivere, a respirare, ad essere grati, fiduciosi nell’impossibile. La morte resta, dura e ineluttabile: “anche se muore”, dice Gesù a Marta, ma non cancellerà, non porrà termine, non annienterà. Troppo più forte è la vita che chiama per nome: “Lazzaro, vieni fuori”: siamo chiamati alla vita uno ad uno, ciascuno con il proprio nome, ciascuno con la sua individualità.

Portando ciascuno le sue bende e i suoi fallimenti, i sogni archiviati e i suoi limiti. Davanti alla vita, quella vera, non saranno queste cose a definirci, piuttosto la voce che ci chiamerà per nome, che ci sveglierà. Ecco, Lui oggi viene a «dare una svolta alla parola morte,/ una scossa di risveglio» (C. L.Candiani), viene ad aprire le porte chiuse, a dissigillare tutto quel che ci lascia confinati, immobili e finiti, in una tomba. Viene a portare aria pulita e fresca ed a ripeterci “Io sono la resurrezione, la vita ed anche il pianto, le mie lacrime mescolate alle vostre, dinanzi alla morte.


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