sorella Michela Arnone Commento DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)

Domenica 29 Marzo (DOMENICA – Rosso)
DOMENICA DELLE PALME (ANNO A)
Is 50,4-7   Sal 21   Fil 2,6-11   Mt 26,14- 27,66

di sorella Michela Arnone Monastero di Ruviano🏠home

Arrivati al culmine dell’itinerario quaresimale ed entrando nel racconto della Passione del Signore, secondo Matteo come ricorre nell’anno A, ci si accorge di non essere mai abbastanza pronti per entrare in questo mistero. Avremo modo certamente di vivere e meditare sui vari momenti della Passione grazie alle dense liturgie della settimana santa, cuore di tutto l’anno liturgico. Oggi, però, quello che richiede la nostra riflessione prima di ogni cosa è la grande dualità che viene sottolineata dalla liturgia: l’ingresso trionfale a Gerusalemme e poi, alla fine, la condanna a morte voluta dalla folla stessa. È profondamente simbolico che, laddove possibile, è richiesto che la liturgia inizi fuori dalla Chiesa, in un posto altro; lì, risuona l’evangelo dell’ingresso a Gerusalemme, con il popolo che acclama Gesù con l’Osanna e riconosce in lui il figlio di Davide (Mt 21,1-11). L’ingresso in chiesa, fatto in processione da tutti i fedeli, vuole evocare proprio questo momento dell’ingresso di Gesù, che mite cavalca un’asina; una grande folla è presente, nel racconto, che stende mantelli e acclama l’ingresso del Messia. A lui si grida Osanna, che significa «dà la salvezza»; l’espressione si indirizzava al re e come acclamazione era usata soprattutto al settimo giorno della festa delle Capanne agitando dei rami. Troviamo il significato di questa parola nel Salmo 118, al verso 25, in cui si chiede: «Ti preghiamo, Signore, dona la salvezza».

Citando Zc 9,9, Matteo conferisce un chiaro significato a questo episodio: Gesù entra a Gerusalemme da Messia, rivelandosi come colui che era atteso dal popolo perché portasse la salvezza. Una folla numerosa, dunque una parte di popolo, lo acclama e lo riconosce come tale, rivolgendogli grida e stendendo mantelli; ma Matteo vuole far capire al suo lettore che quella verità, Gesù è il Messia che salva, è tale al di là del riconoscimento della folla: questo renderà ancora più tragico tutto il resto del racconto e tragica, in qualche modo, anche questa scena di riconoscimento a cui fa seguito il rifiuto totale di quella messianicità. Il seguito, nel quale si intreccia l’agire umano e quello di Dio, in cui Gesù resterà sempre più solo, mentre si congiura contro di lui per farlo morire, renderà sempre più forte il contrasto con la scena dell’ingresso a Gerusalemme. Prima lo tradisce Giuda, poi di fronte al complicarsi delle cose i discepoli lo abbandonano e arrivano anche a rinnegarlo, tra i potenti nessuno è disposto ad assumersi la verità, neanche il fatto che egli sia innocente, che egli sia giusto. Pilato sapeva che glielo avevano consegnato per invidia, ci dice il narratore; inoltre la moglie aveva fatto un sogno e gli suggerisce che in realtà Gesù è un giusto, eppure Pilato fa decidere al popolo; così il popolo, sobillato dai capi, grida perché Gesù sia messo a morte e sia rilasciato Barabba. E così, con il peso della sua verità – Egli è il salvatore – Gesù si incammina verso la Croce, deriso, maltrattato, oltraggiato; è solo, quella verità sembra non vincere, sembra sottomessa alla volontà degli uomini e di quei tanti cuori chiusi e impenetrabili, incapaci di farsi mettere in discussione da Colui che ha provato a raccontare il vero volto di Dio. La forte contraddizione tra questi due momenti, celebrati nella liturgia di oggi, vuole fare eco alle complessità e ambiguità del cuore dell’uomo. Com’è possibile che le voci che prima hanno gridato “Osanna” poi hanno gridato “crocifiggilo”? Come si può comprendere questo? Dipende solo dallo scandalo della Croce oppure in questo racconto oltre a rivelarsi Dio si rivela anche l’uomo? Sia questo contrasto tra i due momenti, sia l’immersione nel racconto della Passione nei vari risvolti e nei vari personaggi che entrano in gioco con le loro scelte, aprono la possibilità di osservare l’uomo e la complessità del suo cuore, misto di luce e tenebre, la complessità della sua comprensione, misto di intelligenza e rigidità, la complessità del suo agire, misto di bene e male. Quanto è più rassicurante stereotipare i personaggi tra buoni e cattivi, tra quelli che comprendono e accolgono Gesù e quelli che non lo fanno; lo facciamo con i personaggi perché ne abbiamo bisogno per la nostra vita concreta. Spesso stereotipiamo anche noi stessi, mettendoci dalla parte dei buoni, e stereotipiamo gli altri, mettendoli dalla parte dei buoni, se stanno dalla nostra parte, dei cattivi se ci contraddicono in qualche modo. Invece, tutto il racconto evangelico e in particolare questi racconti, esaltano in maniera irriducibile la complessità del cuore dell’uomo e quanto questa influisca sull’adesione al Signore e sulla possibilità di mettersi sulla strada della verità. La folla, Pietro, i discepoli, i farisei, i sacerdoti, i ladroni, Pilato… su ognuno di loro è possibile riflettere per rispecchiare la complessità e ambivalenza dei comportamenti, specchio del cuore, specchio di una resistenza a mettersi in discussione per cogliere il vero senso del vivere.

Nella vita si fa proprio questa esperienza, quella della fatica di tenere insieme i tanti aspetti che emergono dal cuore e che spesso sono contraddittori tra di loro; così come si fa fatica a tenere insieme le tante contraddizioni della vita stessa e ancora di più tutte le contraddizioni che vengono fuori dagli altri. Quegli altri con i quali viviamo, che inseriamo in un automatico gioco di ruoli rispetto alla nostra persona, dal quale spesso non ci si muove impedendoci di amare veramente e di aprirci alle infinite possibilità dell’uomo o alla sua infinita miseria. Questi racconti della Passione, punto nevralgico della “buona notizia”, non vogliono farci vedere come sono stati cattivi quelli che al tempo di Gesù non l’hanno capito e l’hanno rifiutato e ucciso; non vogliono farci piangere su Gesù, che invece noi amiamo e serviamo con purezza di cuore. Questi racconti vogliono portarci dentro al dramma che si sta svolgendo, con tutto quello che siamo oggi, nella complessità e contraddittorietà dei nostri cuori e delle nostre vite. Questi racconti vogliono portare dentro a questo dramma tutta la vita che ruota attorno a noi, con le domande di oggi, le sue delusioni, le sue paure, le sue attese e speranze; con tutte le relazioni che oggi viviamo e che certamente hanno in sé stesse le complessità e contraddittorietà proprie del cuore dell’uomo. Da dentro al racconto, come persone vive, vere, non fruitori di storie o ingannatori di tempo, da lì dentro potremo posizionarci con tutto quello che portiamo; potremo lasciare che il racconto faccia da specchio a noi, alle nostre incoerenze, alle nostre tenebre, alle nostre incomprensioni, al grande rischio che corre ogni uomo di smarrire la vita e il suo senso, pur stando di fronte al Signore della vita. Da dentro al racconto, posizionati nella nostra verità di oggi, fatta di luce e tenebre, potremo incontrare quel Gesù vivente; lui sta lì, in ascolto obbediente della volontà del Padre, disposto a dare la vita e ad assumersi, senza fuggirla e senza negarla, la nostra iniquità, la nostra incomprensione, il nostro tradimento, il nostro rinnegamento, la nostra fuga, il nostro lavarci le mani, i nostri insulti, le nostre pretese di sapere “com’è la vita” e “come va la vita”. Gesù sta lì, in silenzio come di fronte a Pilato, attendendo di mostrarci che la salvezza sta nell’amore: nel Suo amare, amare il Padre e amare noi. L’amore tutti lo vogliono, ma il costo dell’amore, quello è più difficile assumerlo. Con umiltà e soffrendo per raccontarcelo, Gesù è venuto a mostrarci un modo di stare di fronte alle complessità, ambiguità, brutture della vita attraverso l’amore e il dono; è venuto a mostrarci che davvero a Lui dobbiamo dire “osanna” perché Egli dà la salvezza. Egli è il Messia, per chi lo attendeva, il giusto per chi attendeva giustizia, l’innocente per chi è vittima, la risposta anche per chi pensava di non avere domande.
Immergiamoci, allora, in questo racconto, lasciamo che ci faccia da specchio, anche se proveremo dolore; lasciamo che ci sveli il nostro cuore e quale ruolo abbiamo in questo dramma, il ruolo vero e non quello più comodo che ci raccontiamo. E lasciamo che il Gesù sempre più silenzioso nella sua Passione ci urli il suo amore, ci urli come mettersi in ascolto delle vie di Dio e lasciarsi condurre da lui “sulla via della vita”. 

sorella Michela Arnone


Lascia un commento