mons. Roberto Brunelli”Una famiglia in fuga”

 

mons. Roberto Brunelli

Santa Famiglia di Gesù, Maria e Giuseppe (Anno A) (29/12/2019

 Visualizza Mt 2,13-15.19-23

Nel resoconto dei vangeli la nascita di Gesù, che abbiamo appena celebrato, è accompagnata da eventi degni di nota, e non tutti lieti, come invece si penserebbe per il clima festaiolo che si è creato intorno a quel Bambino. Ne dà esempio il vangelo di oggi (Matteo 2,13-15, 19-23): il Bambino è appena nato, ha ricevuto l’omaggio degli umili pastori come dei ricchi misteriosi Magi, quand’ecco che Erode, vedendo in quel Bambino un potenziale rivale, dà ordine di cercarlo e ucciderlo e, per essere sicuro di non mancarlo, fa uccidere tutti i neonati di Betlemme. E’ la strage degli innocenti, alla quale Gesù sfugge perché Giuseppe, il silenzioso ma attivo Giuseppe, fedele esecutore della volontà di Dio, avvertito dall’Alto prende il Bambino e sua Madre e con loro fugge in Egitto. Vi resterà sino a quando, per un altro divino comando, torna in patria: non più a Betlemme però, dove il pericolo sussiste, ma a Nazaret, anche “perché – conclude questa pagina del vangelo – si adempisse ciò che era stato detto dai profeti: Sarà chiamato Nazareno”.

La Messa di oggi intende richiamare l’attenzione sulla santa Famiglia, che viene spontaneo confrontare con le famiglie di oggi. Il primo pensiero va alle tante famiglie che cercano di sfuggire agli Erodi del nostro tempo, e per questo devono attraversare deserti e mari, patire la fame, subire violenze inenarrabili, e senza alcuna garanzia di riuscire nell’intento. Un tormento, nella coscienza di chi si dice cristiano. Il Mediterraneo, ha ricordato il papa, è diventato un cimitero, e nessuno conta i cadaveri che punteggiano le piste del Sahara. E quand’anche i fuggiaschi ce la fanno a mettere piede in un Paese sedicente civile, come sappamo bene dalle cronache di giornali e televisione, per loro i guai non sono finiti; di tornare a casa, poi, non si parla neppure. Tutto sommato, al confronto l’esilio egiziano di Gesù, Giuseppe e Maria non è stato dei peggiori.

Ma quella di Nazaret invita a riflettere sulla famiglia di oggi anche da altri punti di vista, su cui tutti dissertano: abbandoni, separazioni, divorzi, spesso imposti da uno dei coniugi e subiti dall’altro con conseguenti amarezze e rancori, senza riguardo per i figli, sballottati tra i contendenti; liti senza fine; talora la rovina economica o, da parte di chi subisce, la percezione del fallimento dell’intera esistenza. Sulle cause di questi naufragi, sociologi psicologi e politici discutono, individuandone diverse: inadeguata preparazione agli impegni del matrimonio; il fatto che entrambi i coniugi lavorino fuori casa, con conseguenti frustrazioni e carenza di dialogo; l’egoismo che mira solo al proprio benessere, non importa se a spese altrui, coniuge compreso; la sete di una presunta libertà, con il rifiuto di impegni definitivi; gli esempi dati da personaggi famosi, sbandierati e spesso giustificati da giornali e televisione…

Tutte queste motivazioni, cui altre potrebbero aggiungersi, trascurano però la causa prima, la ragione più profonda della crisi della famiglia: il rifiuto che Dio vi entri, come comune punto di riferimento e quindi di unità. Amarsi, ha detto qualcuno, non è guardarsi negli occhi, ma guardare insieme nella stessa direzione; e per i cristiani la direzione è quella della meta cui è offerto loro di tendere. La crisi della famiglia è una crisi di fede; per questo la famiglia di Nazaret è un esempio, un modello. La loro non è stata una vita facile: Giuseppe si è accollato un figlio non suo; la Madre se l’è visto inchiodare a una croce; delle sofferenze di lui, poi, non parliamo neppure. Non è stata una vita facile; ma sono rimasti uniti, e uniti con amore, perché ciascuno di loro era teso a realizzarsi non secondo calcoli di umana convenienza, di personale interesse, ma secondo Dio.

Fonte:https://www.qumran2.net

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