padre Gian Franco Scarpitta “IL PREAMBOLO DELLA GIOIA PASQUALE”

padre Gian Franco Scarpitta  

Vangelo: Mt 3,13-17 

Dopo la nascita di Gesù nella carne quasi improvvisamente l’attenzione si sposta sul suo Battesimo al fiume Giordano. Un contesto legato ancora al Natale, ma che a mio giudizio costituisce anche un preambolo della Pasqua, perché contiene in sé due elementi concomitanti che nell’una e nell’altra occasione si rendono presenti nella persona di Gesù: la sua umiliazione e il suo innalzamento. Umiliarsi per essere esaltato sono infatti due prospettive riscontrabili a Betlemme, dove Gesù si sottomette Fanciullo alle cure di due genitori terreni per rifulgere come luce del mondo che richiama a sé pastori e Magi (e in questo sta la sua esaltazione) e anche a Gerusalemme, dove avviene il dono estremo di sé nell’umiliazione della croce, tappa obbligatoria per la resurrezione e l’innalzamento al di sopra degli angeli e delle creature (Eb 1, 5).

In questo episodio raccontatoci con dovizia di particolari da Matteo, l’umiltà di Gesù è presagio dell’umiltà che diventerà umiliazione nel tempo dell’agonia prima della resurrezione e allo stesso tempo offre un prolungamento del Natale: Gesù infatti deliberatamente accetta di fare la fila davanti al Battista insieme a tutti i peccatori, anche se in lui non c’è peccato e anzi si è manifestato per togliere i peccati (1Gv 3, 5); non contento di aver spogliato se stesso facendosi in tutto simile agli uomini (Fl 2, 3) per di più affrontando un’infanzia precaria e abbandonata, adesso tende a farsi simile ai peccatori pur non appartenendo a questa categoria. Quello che il Battista amministra è infatti un battesimo di penitenza e di conversione, nel quale si confessano i peccati prima ancora di essere bagnati. Gesù non deve confessare peccato alcuno, ma vi si sottomette ugualmente come uno fra i tanti della folla. Si dispone con atteggiamento egualitario e non dissimile da coloro che provano pentimento per il male commesso prima di ricevere l’abluzione di Giovanni, si colloca in fila fra di essi senza pretendere superiorità o particolari attenzioni, condivide con loro ansie e stati d’animo e così si umilia fino alle condizioni estreme di sentirsi peccatore egli stesso. Gesù in tutto questo realizza il compiersi “di ogni giustizia”, cioè l’adempimento totale della volontà del Padre che lo vuole annichilito e sottomesso. Ma l’umiltà/umiliazione di Gesù viene ricompensata immediatamente dopo l’uscita dalle acque, quando si aprono i cieli per la fragorosa teofania e quando discende lo Spirito Santo su di lui in modo lieve e pacifico (colomba): viene istituito adesso Figlio di Dio dal Padre in forza dello Spirito. Tutta la Trinità si riversa in questo vivace episodio che si consuma nel bel mezzo del ministero di Giovanni Battista perché il Padre dispone che sul Figlio discenda e permanga lo Spirito per essere innalzato e proclamato a tutti gli uomini. Se dapprima Gesù era visto dagli astanti come uno dei molti bisognosi d misericordia e umilmente abbandonati ai favori della grazia divina, adesso gli astanti vedono la magnificenza di Dio che riveste la sua persona per intero, esaltandola. Da quel momento lo Spirito condurrà Gesù in tutto il corso della sua vita pubblica sostenendo la sua opera e la sua missione. Occorre abbassarsi per essere innalzati, scendere per poter risalire e non per niente lo stesso Giovanni ammetterà che di fronte al Cristo “lui deve crescere, io diminuire”(Gv 3, 30). Solo chi si umilia sarà esaltato e chi accetta le prove e le umiliazioni è meritevole della maggior gloria. E chi ottiene questa ricompensa non la guadagna solamente per se stesso, ma ne rende partecipe con edificazione anche tutti gli altri, come dimostra in effetti la nuova posizione assunta da Cristo quando, fuoriuscito dalle acque, “si aprono i cieli”: il Cielo (cioè Dio) grazie e a lui non è più una realtà ermetica e astratta, ma ravvicina notevolmente le distanze, poiché in Cristo terra e cielo si ricongiungono e noi abbiamo accesso al Padre nel Figlio. Anche adesso quindi, come a Natale e a Pasqua, l’umiliazione e l’innalzamento favoriscono tutti gli uomini come pure avviene che qualsiasi penitenza o umiliazione ci tocca scontare verte sempre a vantaggio degli gli altri e non solamente di noi stessi.

Il battesimo istituito da Gesù, che sempre in Giovanni si vedrà in concomitanza con quello del Battista (Gv 3) sarà differente da quello a cui noi abbiamo assistito: Giovanni Battezza infatti con acqua, espletando un simbolismo rituale esteriore che attesta l’avvenuta conversione in vista del Messia. Il suo è un battesimo temporaneo che ha un effetto di predisposizione ma che non ha in sé la prerogativa di cancellare i peccati. Il battesimo amministrato da Gesù avviene invece “in Spirito Santo e fuoco” e ha esso stesso la capacità intrinseca di estinguere il peccato e di rinnovare interiormente la persona per mezzo di un lavacro spirituale perché rinasca dall’acqua e dallo Spirito Santo, rendendola figlio di Dio e innestandola nel suo Corpo che è la Chiesa.

Il battesimo istituito da Gesù è rigenerazione, riedificazioner quale è l’opera del fuoco che distrugge per ricostruire. Esso è rinnovamento perché è lavacro di ciò che è sordido. Ricompone la persona alla vita nuova e viene amministrato nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo perché entriamo tutti nella nuova vita in Dio.

Anche in questo caso però resta assodato che ricevere il battesimo amministrato da Gesù equivale comunque ad umiliarsi per sottomettersi interamente all’opera della grazia santificante. Il battesimo impone la rinuncia all’amor proprio e a tutto ciò che è matrice di peccato appunto perché estingue in noi il peccato medesimo. Impone che si accetti che il “fuoco” dello Spirito distrugga in noi per far rinascere a vita nuova e tutto questo è appunto umiltà e mortificazione che, sebbene i nostri bambini appena nati non possono esternare di proprio, possiamo manifestare noi stessi in vece loro.

Essere battezzati e condurre i nostri figli al battesimo comporta anche per noi che possiamo diminuire perché Cristo in noi possa crescere. Occorrerebbe avere sempre l’umiltà di rendere permanente nel corso della vita gli effetti procurati dal battesimo attraverso una condotta in linea con la Parola e in conformità al volere di Cristo. La vocazione del battezzato è infatti la perfezione, la santità ad immagine del Santo Gesù Cristo che ci ha chiamati (1Pt 1, 15). Continuare a vivere nel peccato nonostante la grazia equivale invece a ricostruire tutto il marcio che il fuoco dello Spirito aveva distrutto in noi.

In che cosa consiste la necessaria ricompensa di tanta umiltà da parte nostra? Anche per noi il battesimo ricevuto è un’immersione piena nella Trinità intera, che nel lavacro dell’acqua ci rende familiare e attiva l’opera del Padre che nel Cristo suo Figlio ci rende suoi figli in forza dello Spirito Santo. Nel battesimo Dio Uno e Trino agisce e inabita in noi (S. Agostino) e nel segno della sua presenza si qualifica in meglio la nostra vita.

Essere innestati in Cristo come tralci alla vite una volta estinto in noi il peccato equivale a godere dei benefici del lavacro di salvezza che immettono gioia già in questa stessa vita prima ancora che nell’eternità. La vita battesimale introduce poi permanentemente nel dinamismo della fede, perseverando nella quale l’esaltazione perenne dello spirito diventa il contrassegno di una vita all’insegna della gioia e della pace. Per dirla con Paolo, in forza del battesimo, “per me il vivere è Cristo e lavorare con frutto”(Fil 1, 21 – 22).

Fonte: https://www.qumran2.net/

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