Paolo Curtaz “Due minuti”


Commento al Vangelo del 2 Febbraio 2020

Due minuti

Salgono al tempio col bambino per farlo circoncidere, come prescrive la Legge.

Un segno nella carne, il taglio della pelle del prepuzio all’organo maschile.

Un ordine dato a Dio ad Abraham e alla sua discendenza. Un segno di sottomissione e obbedienza prima di adempiere alla promessa.

Per porre un argine alla prevaricazione sessuale dell’uomo, secondo alcuni.

Per ricordare fisicamente da dove proviene ogni vita, per altri.

Salgono al tempio, anche se potrebbero farne a meno.

Hanno in braccio il Figlio del Dio che ha chiesto quel gesto di obbedienza, di sottomissione.

Portano con sé il mistero di ogni mistero, la luce di ogni luce.

Ma così è il Dio che si fa carne.

Non prende scorciatoie, non vuole privilegi, non accetta raccomandazioni.

Non si sente migliore, come forse faremmo noi.

Che guardiamo con sufficienza quelli che, pur dichiarandosi credenti, non hanno capito, non meditano, non praticano, non leggono Curtaz, vanno a messa per abitudine, fanno le catechiste per farsi vedere, fanno i preti per essere apprezzati e riconosciuti.

Che passano il tempo a criticare in cuor loro (parlo di me, non vi conosco) sentendosi, umilmente e santamente, qualche metro più avanti.

E che magari accolgono i genitori che vengono a chiedere il battesimo per il loro bambino come molti dottori della Legge e scribi guardano questa giovane coppia di provincialotti.

Con giudizio e sufficienza.

Maria e Giuseppe, pur potendolo, non si fanno legge a loro stessi.

Non si fanno una fede su misura.

Non si sentono privilegiati per quanto sta loro accadendo.

Obbediscono.

Ci stanno. Ci sono.

Tortore e colombi

Offrono una coppia di tortore e colombe. Un piccolo gesto per accompagnare la loro offerta, il dono del figlio, la restituzione del primogenito.

Come oggi versiamo un obolo per accendere un lume o per ricordare i nostri cari durante la celebrazione. Un piccolo segno.

Ma, nel tariffario del tempio, è l’offerta minima, quella dei poveri. Non dei taccagni.

Dio vuole nascere in un piccolo borgo perso fra le montagne. Da una coppia che lavora duramente e che non ha grandi possibilità.

Offrono Gesù. Offrono loro stessi.

E questa giornata ricorda proprio quell’offerta. E in questa giornata un tempo si benedicevano i ceri, ricordando la luce per le nazioni che Simeone vede riflessa in quel bambino. E in questa giornata i preti, le suore, i religiosi, rinnovano l’offerta della loro vita a Dio.

Si donano.

Sì, oggi è la giornata del dono di sé.

Per ribadire e ridire che la nostra vita non ci appartiene ed è donata, che fiorisce, che si unisce al grande progetto d’Amore che Dio ha sull’umanità.

Offriamo la vita a Dio. Che dona la vita – agnello portatore di colpe – per ciascuno di noi.

Ci spiazza, ancora, il Signore.

Non siamo noi a donarci.

Lui, si dona.

Perché Dio non si cura degli angeli.

Si cura di me.

Simeone

È vecchio, Simeone. Ha visto il tempio rinascere. Ora, dopo vent’anni dall’inizio dei lavori, vede quel luogo desolato rivivere.

Sono ripresi i sacrifici. Sono tornati i sacerdoti. E Gerusalemme è nuovamente la città verso cui salgono tutte le tribù per compire gli olocausti, almeno tre volte l’anno.

Ma ha anche visto la rivalità fra i sacerdoti, e l’ingerenza romana che pretende di custodire le vesti sacre, e gli intrallazzi poco edificanti di chi gestisce il commercio degli animali da offrire.

E le nuove esigenze, i nuovi paramenti, le liturgie, gli incensi.

Tutto bello, tutto nuovo, tutto gigantesco, tutto impressionante.

Ma lui, Simeone, è al tempio da quando ancora le pietre tacevano riverse. E nessuno cantava o danzava. E la sensazione che porta nel cuore è quella della disillusione.

È quello, dunque, il nuovo Israele? Quella la rivincita di Dio? Quelle pietre sono la salvezza di Israele?

O non, piuttosto, dei religiosi?

Passeggia negli atri, il cuore rassegnato, in attesa della salvezza definitiva, del passaggio, dell’incontro. Come noi, assiste a volte impotente ad un cambiamento epocale e cerca di rintracciarne l’anima.

E li vede.

Come molti altri li hanno visti.

Ma li vede col cuore.

Ora capisce. Ora capisce.

Ora lascia

Il suo cuore esplode.

Ecco Dio. Non nel tempio, ma nella carne morbida e odorosa di un neonato.

È colmo. È sazio.

È anziano, Simeone. Ottant’anni, forse.

E in due minuti di incontro tutto si fa luce. Tutti quegli anni acquistano senso.

Che Dio mi doni

Che Dio ti doni, amico, sorella

Quei due minuti.

I miei occhi hanno visto la tua salvezza.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 2, 22-40

Quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, Maria e Giuseppe portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore-  come è scritto nella legge del Signore: «Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore. Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo: «Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo vada in pace, secondo la tua parola, perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza, preparata da te davanti a tutti i popoli: luce per rivelarti alle genti e gloria del tuo popolo, Israele». Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori». C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme. Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nàzaret. Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era su di lui. Parola del Signore.

Parola del Signore

Fonte:https://www.tiraccontolaparola.it/

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