mons. Roberto Brunelli
II Domenica di Quaresima (Anno A) (08/03/2020)
Da una domenica all’altra pare sia cambiato il mondo; dopo l’austerità delle tentazioni, riferite dal vangelo della scorsa domenica, oggi si passa a tutt’altro clima: dal Gesù-uomo, soggetto alle tentazioni come tutti, al Gesù-Dio, sfolgorante di bellezza. Matteo (17,1-9) narra l’episodio forse più misterioso della vita di Gesù, la sua Trasfigurazione. Egli “prese con sé Pietro, Giacomo e Giovanni suo fratello e li condusse in disparte, su un alto monte. E fu trasfigurato davanti a loro: il suo volto brillò come il sole e le sue vesti divennero candide come la luce. Ed apparvero loro Mosè ed Elia, che conversavano con lui”. Segue una voce che attesta: “Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo!” E infine il comando dello stesso Gesù: “Non parlate a nessuno di questa visione, prima che il Figlio dell’uomo non sia risorto dai morti”.
Vi si parla di luce, ma è un episodio misterioso, perché non paragonabile ad alcun’altra esperienza umana. Tuttavia è chiaro nel suo significato: Gesù ha preparato i tre apostoli alla Pasqua, preannunciando la propria morte seguita dalla gloriosa risurrezione, eventi in continuità con la lunga preparazione dell’antico testamento, rappresentato da Mosè ed Elia. Tra l’antico e il nuovo testamento, tra l’orizzonte ebraico e quello cristiano, non vi è infatti rottura o separazione, ma appunto continuità: il primo ha preparato il secondo, come il fiume sfocia nel lago, che è più ampio e vario ma non esisterebbe senza il flusso d’acqua di cui si alimenta.
La continuità è espressa anche dalle altre due letture di oggi. La prima (Genesi 12,1-4) parla di Abramo, punto di partenza di tutta la tradizione ebraico-cristiana. Egli era un ricco pastore seminomade originario di Ur, nell’attuale Iraq; si trovava a Carran, nell’attuale Turchia, quando l’unico vero Dio lo trasse fuori da un mondo pagano, invitandolo alla fede, cioè a fidarsi di lui. “Vattene dalla tua terra – gli disse -, dalla tua parentela e dalla casa di tuo padre, verso la terra che io ti indicherò. Farò di te una grande nazione e ti benedirò (…) e in te si diranno benedette tutte le famiglie della terra”.
Abramo si fidò, e da lui ebbe origine il popolo d’Israele, culla entro cui si preparò l’adempimento della seconda parte della promessa, la benedizione divina estesa agli altri popoli del mondo. Gesù, in quanto uomo, apparteneva al popolo d’Israele (come sua Madre, come gli apostoli); ma la redenzione da lui compiuta con la sua Pasqua vale per tutti gli uomini, a qualunque popolo appartengano. Con lui, non solo Abramo e i suoi discendenti sono chiamati a riconoscere e fidarsi dell’unico vero Dio: nella seconda lettura (2Timòteo 1,8-10), riferendosi appunto ai non-ebrei, l’apostolo Paolo ricorda che Dio “ci ha salvati e ci ha chiamati con una vocazione santa, non già in base alle nostre opere, ma secondo il suo progetto”.
Si intravede, dietro le letture di oggi, la regia di un piano grandioso, drammatico e insieme esaltante, relativo alla storia dell’umanità intera. I popoli e i singoli si agitano, si scontrano, si spengono, senza rendersi conto di essere i destinatari di un progetto volto a valorizzare la loro esistenza: il progetto della loro salvezza, vale a dire la vita non chiusa entro gli angusti limiti terreni, alla quale si accede non per i propri meriti ma rispondendo a una vocazione. Con questo termine di solito si intende la speciale chiamata di preti frati e suore; ma prima viene la vocazione rivolta a tutti: ad Abramo, ai suoi discendenti, all’umanità intera; la vocazione alla fede, cioè a fidarsi di Dio, ad affidarsi a lui.
La fede piena è quella in Gesù, morto e risorto per amore dell’uomo; ma anche chi non l’ha conosciuto può conseguire la vita eterna; il progetto di Dio vuole tutti salvi, e per questo li ha dotati della coscienza: basta seguirla, e sarà Pasqua per tutti.
Fonte:https://www.qumran2.net/
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