fr. Massimo Rossi Commento V Domenica di Quaresima (Anno A)

fr. Massimo Rossi

V Domenica di Quaresima (Anno A) (29/03/2020)

Vangelo: Gv 11,1-45

La collocazione liturgica di questo Vangelo, a pochi giorni dalle celebrazioni pasquali, non è ovviamente casuale, ma prefigura il mistero della risurrezione di Cristo, un fatto sostanzialmente diverso dal ritorno alla vita (terrena) dell’amico Lazzaro; la vita che riprende a scorrere nelle sue vene, a quattro giorni dalla morte, non è la vita eterna che tutti ci attende, dopo che avremo abbandonato questa valle di lacrime…

Biblisti autorevoli – Barbaglio, Fabris, Maggioni,… – sostengono che il significato teologico della risurrezione di Lazzaro, per il quarto evangelo, è lo stesso della Trasfigurazione per i Vangeli Sinottici: prima di affrontare la sua Passione il Signore offre ai discepoli disorientati un anticipo della risurrezione, per mostrare loro il significato profondo e inatteso della croce, la quale non è strumento di morte, ma di vita, non è una sconfitta, ma una vittoria.

Nel capitolo precedente, il Nazareno aveva ridonato la vista al cieco nato, mostrando di essere la luce del mondo, ne abbiamo parlato domenica scorsa. Nei versetti che seguono il discorso progredisce.

La prima parte del racconto è pervasa da sentimenti contraddittori, a cominciare da quelli di Gesù: ama Lazzaro e le sue sorelle, tuttavia non manifesta alcuna impazienza di correre da loro per guarire l’amico; e così Lazzaro muore… Ma perché? Coloro che assistono al pianto di Gesù, si domandano: “Non poteva costui che ha aperto gli occhi al cieco fare in modo che questi non morisse?”: in verità il Figlio di Dio vuole indicare che la morte e la sofferenza non sono il segno dell’abbandono di Dio, ma rientrano in un disegno di salvezza e di amore. Ecco il mistero che dobbiamo accogliere, e tentare, almeno, di capire: quello di Dio è un amore che va al di là del singolo uomo (Lazzaro), per realizzare la salvezza di tutti (v.15).

Si respira un’atmosfera di dolore e di paura, due atteggiamenti che il Signore conosce bene, ma dai quali non si lascia imprigionare.

La morte Sua, di Lazzaro e anche nostra non ha valore di distruzione, ma di rinascita, di redenzione. Per questo Gesù non parla di morte, ma di sonno…

Il nucleo del racconto è senz’altro il dialogo tra il Maestro di Nazareth e le due sorelle. All’affermazione di Gesù: “Tuo fratello risorgerà”, Marta reagisce affermando la sua fede nella risurrezione, non quella presente, ma (quella) futura, che Dio opererà alla fine del mondo.

Nella risposta di Gesù vi è una duplice correzione, indispensabile perché la fede di Marta possa dirsi autenticamente cristiana. Prima: la risurrezione passa attraverso la persona di Lui – “Io sono la risurrezione.”Seconda: la risurrezione è una realtà presente, e non soltanto futura. Nella fede, (la risurrezione) è una realtà possibile fin da ora. Marta – e noi con lei – è invitata ad approfondire la propria fede nella risurrezione, a farla evolvere…

La risposta della donna deve essere interpretata in questa direzione: Marta crede che Gesù è il Figlio di Dio che deve venire nel mondo; e in questa dichiarazione, apparentemente slegata da ciò che precede, l’amica del Signore va al nocciolo della questione: è proprio la nascita al mondo di Gesù l’evento decisivo che ha riscattato la vita dalla schiavitù della morte e ha seminato nella nostra terra il seme della risurrezione. La vita di Dio non sta più fuori dal mondo, ma dentro! perché il Verbo si è incarnato.

La sfida che dobbiamo cogliere è quella di andare oltre le apparenze, oltre l’esperienza della morte che tutti ci attende, unica realtà che sembra definitiva – nella parola ‘morte’ comprendiamo tutte le nostre debolezze, le nostre incapacità, i fallimenti, le frustrazioni in amore, il peccato stesso – per credere che Cristo ha vinto, e il suo amore ci ha salvati.
L’amore di Dio sta sempre prima; per questo ci può salvare.

Gesù non afferma soltanto di essere la vita, ma (di essere) la risurrezione.

In questa precisazione è contenuta l’idea del passaggio alla fede, il mutamento radicale, la differenza cristiana, la distanza assoluta rispetto ad ogni altra fede. È l’idea della conversione, posta in termini più radicali e precisi: da una parte l’impotenza della vita naturale; dall’altra il cambiamento totale e irreversibile.

La vita non è annientata neppure dalla morte; anzi, si serve addirittura di essa.

Un’ultima precisazione sulle dinamiche del miracolo: Gesù chiama in aiuto il Padre; lo ringrazia per averlo mandato e soprattutto per averlo ascoltato in quel momento drammatico, come sempre, del resto.

In fin dei conti, anche nel caso dei miracoli compiuti da Gesù, la salvezza non viene da Lui, o meglio, viene da Lui, in quanto si è abbandonato, carne e spirito, al Padre.
La salvezza è sempre un dono!


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