padre Gian Franco Scarpitta”Il senso del dolore e della morte”

padre Gian Franco Scarpitta  

V Domenica di Quaresima (Anno A) (29/03/2020)

Vangelo: Gv 11,1-45

Acqua, Luce e Vita sono il trinomio che sta intercorrendo in queste liturgie domenicali, che esaltano Gesù, Figlio di Dio sotto queste tre prerogative. E anche in questa domenica si ribadiscono e la loro immagine si rafforza soprattutto nel concetto della vittoria della vita sulla morte e della definitiva sconfitta del male e dell’impero delle tenebre. Appena saputa la notizia dell’infermità dell’amico Lazzaro, Gesù esterna un commento non dissimile a quello che avevamo visto la scorsa Domenica intorno al dono della vista al non vedente che era tale sin dalla nascita: “questa malattia non è per la morte, ma per la gloria di Dio.” Mi si consenta di aprire una parentesi in questa improvvisa svolta epocale della nostra vita che ci sta imponendo la diffusione esponenziale della pandemia da coronavirus: l’infezione è certamente una macabra esperienza per tutti, che non può non preoccuparci e farci sperare nella ricerca immediata di un ritrovato medico in grado almeno di arginarne la diffusione. Il fenomeno dovrebbe essere un richiamo anche alla nostra responsabilità e allo spirito di sacrificio, poiché fintanto che non si trova un farmaco o un vaccino l’unica risorsa contro il morbo è l’isolamento a casa: non dovremmo uscire se non nelle necessità veramente indifferibili e dovrebbe essere nostra coscienza che creare assembramento per le strade, intessere relazioni sociali, incontrarci gli uni gli altri al parco, sul lungomare e in altri luoghi vuol dire incoraggiare la diffusione della malattia e nessuno può ingenuamente concludere di non esserne direttamente coinvolto (“Tanto a me non capita”; “Non mi succederà”) perché le statistiche ci dicono espressamente che chiunque da un momento all’altro può restare contagiato per infettare altri senza accorgersene. La prima pedagogia che la malattia ci sta fornendo è dunque quella del dovere verso noi stessi e verso gli altri, quindi la responsabilità e la maturità personale che vanno esercitate adesso come non mai. Dio stesso in questa triste esperienza ci chiama all’umiltà e alla carità già in questo monito di prudenza e di corresponsabilità, che va identificato come valore assoluto da estendersi anche al di là dell’emergenza.

La crescita inarrestabile del contagio assume però altri risvolti di formazione e di pedagogia che non possono non provenirci anch’essi dal Signore: determinate situazioni di emergenza e di bisogno ci inducono a concludere che la nostra arroganza, la superbia propriamente umana e l’indifferentismo religioso sono insufficienti a rassicurare la nostra serenità e la nostra crescita. Occorre assumere umile consapevolezza che “solo in Dio riposa l’anima mia” e che non è affatto insolito né banale affidarsi alla Provvidenza e ricorrere alla preghiera, come esternazione della fede. La pandemia, che guarda caso sta interessando proprio il nostro tempo di Quaresima, va interpretata quindi come un atto di correzione divina atta a costituire un richiamo alla fede, al primato di Dio su ogni cosa, alla sensibilità etica e morale. Chiunque metta in discussione l’esistenza di Dio o ponga delle obiezioni sul suo intervento, considera pochissimo che Dio sta in realtà rivendicando il primato che noi gli abbiamo estorto, attraverso la scelta di pseudo valori in ordine di etica e di religiosità, nella deliberazione di una morale a dir poco egoistica quanto alla sessualità e alla famiglia, come pure di scelte avverse alla linea del Vangelo sul fronte della giustizia e del procacciamento degli interessi propri e altrui. Violenza, droga, immoralità, ingiustizia, persecuzione dei più deboli, unitamente a ostinata miscredenza e affermato rifiuto del sacro, hanno rappresentato finora le miserie per le quali era necessario che Dio provvedesse a correggerci come già nell’Antico Testamento a proposito dei serpenti fuoriusciti nel deserto (Numeri 19 – 22) o dell’invasione delle cavallette in Gioele, o ancora della deportazione degli Israeliti a Babilonia.

Affermare la gloria di Dio è quindi, adesso come allora, recuperare a dignità divina di assoluta supremazia, senza che nessuno si sostituisca a Dio creatore e padrone di ogni cosa.

Ciononostante, Dio corregge ma non si accanisce. Percuote, ma non ci distrugge. Non usa crudeltà né spietatezza, ma semplicemente misericordia anche nei suoi interventi emendativi. Così almeno ci insegna la Scrittura:“Il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio. E’ per la vostra correzione che voi soffrite! Dio vi tratta come figli, e qual è il figlio che non è corretto dal padre?”(Eb 12, 6 – 7). Sempre dalla Scrittura è attestato che Dio non lascia senza sostegno anche nell’ora della prova, condividendo ansie e sofferenze e chi dimostra vera fede in lui otterrà sempre ricompensa adeguata alla sua stessa fedeltà (Eb 11, 6).

Nella succitata “gloria di Dio” rientra anche l’amore per l’uomo e il suo emendamento dal male e se è vero che il nemico da sconfiggere è il peccato, è altrettanto vero che il peccatore è sempre oggetto di predilezione. Sebbene quindi facciamo esperienza della morte nella presenza di tanti cadaveri rinchiusi nei sarcofagi (mai come in questi giorni), in Gesù Cristo Dio si rivela vincitore del peccato e della morte e riafferma il trionfo perenne della vita. L’episodio della resurrezione di Lazzaro rappresenta il dominio di Gesù sul dolore, sulla morte e sul suo pungiglione che è il peccato (1Cor 15, 56) e si riscontra subito che non si tratta di un mero esibizionismo o di una gratuita ostentazione di poteri straordinari e di spettacolarità: anche da lontano infatti potrebbe con un solo cenno operare il prodigio della guarigione di Lazzaro e invece lascia che la malattia abbia la sua recrudescienza fino alla morte biologica, perché il male fisico ha una ragione di esistere anche nell’ottica della volontà di Dio. Come si è detto prima, serve ad alimentare la fiducia in Dio, ad accrescere l’umiltà e a ravvivare la fiamma della fede non senza l’umiltà, soprattutto quando la scienza medica è ancora impotente contro questo male specifico. Ma serve anche perché si renda manifesta la vicinanza di Dio nei confronti di chi soffre: la malattia non segna il distacco del Signore da noi ma è la condivisione del suo stesso dolore con quello delle nostre membra. Così avverrà infatti sulla Croce di Cristo: egli non scenderà dal patibolo perché il soffrire divino su di esso dovrà dare un segno dell’amore di Dio che soffre con noi.

Tutte queste cose Gesù vuole attestare “finché è giorno”, cioè finche egli è con noi e percorre le nostre stesse strrade e finché non giiungono le tenebre per lui (dell’arresto e della condanna) vuole anche insegnare che il dolore non è mai finalizzato alla morte, come nel caso del trapasso di Lazzaro.

Gesù è consapevole che si tratta della morte di un amico con il quale aveva intessuto legami di amicizia e di comunione, con il quale aveva scherzato, discusso, dialogato e che adesso è venuto a mancare. Gesù, uomo fra gli uomini in mezzo alla gente, esperisce il vuoto affettivo e lo smarrimento e non può non trattenersi dal piangere di fronte a un amico che ormai giace nel sepolcro da quattro giorni. Tuttavia il dolore, seppure legittimo e regolare, non deve cedere alla disperazione in virtù della fede in un Dio che, già a detta di Ezechiele (I Lettura) ribalta i sepolcri per rianimare i morti e nella valle inaridita manda il suo Spirito perché le ossa aride e desolate si rianimino una volta riacquistati i nervi e la carnagione (Ez 37, 3 ess). Dio è il Signore dei vivi e non dei morti e anche quella che noi chiamiamo disgregazione del corpo in realtà è la vita che trionfa sulla morte in forza dell’amore di Dio. Cioè la Resurrezione. Ecco perché Gesù, noncurante dello stupore degli astanti e non temendo di essere tacciato di contraddizione esclama: “Lazzaro, vieni fuori”, ottenendo che il morto fuoriesca dalla profondità dello speco adibito a sepolcro nonostante l’ostacolo delle bende. Anche lui, Gesù, risusciterà dopo aver subito il flagello, le percosse, i chiodi sulla croce, la posizione da condannato che (presumibilmente) lo porterà all’arresto cardiaco e senza nulla opporre a tutto questo.

L’amore di Dio si concretizza per noi in Gesù Cristo che è acqua viva, luce che dirada le tenebre e soprattutto vita eterna he supera la morte dandoci le ragioni della speranza nel dolore. Tutte queste prerogative siamo chiamati a riscoprire nella tristissima esperienza alla quale siamo costretti, che ci invita a ravvivare la speranza che l’ostacolo sarà comunque superato.


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