Paolo Morocutti Commento II Domenica di Pasqua

Paolo Morocutti II Domenica di Pasqua

“Desidero che la prima domenica dopo Pasqua sia la Festa della Mia Misericordia”. La Chiesa ha accolto questo invito rivolto da Gesù alla mistica polacca Faustina Kowalska istituendo per l’odierna Domenica in albis la Festa della Divina Misericordia. L’epilogo del mistero Pasquale che stiamo celebrando e vivendo non poteva che essere un trionfo incondizionato e universale di misericordia. Il tema della misericordia è dunque centrale nel messaggio di questa Domenica e ci viene rivelato attraverso il racconto dell’evangelista Giovanni. La pericope evangelica narra dell’apparizione di Gesù ai discepoli concentrandosi sulla figura di uno di loro; Tommaso chiamato “dìdimo”. Questa parola greca si traduce sia con “gemello” che con “doppio”. Probabilmente è la seconda traduzione che rivela meglio la personalità di Tommaso, egli è “doppio”, ama tenere i piedi in due staffe, senza mai sbilanciarsi e assumendo l’atteggiamento che gli fa comodo a seconda delle circostanze. Un uomo che non sa prendere una decisione e, se la prende, è sempre per ottenere un beneficio personale. Dopo averne definito i contorni attraverso la rivelazione del nome, Giovanni continua affermando che egli: “non era con loro quando venne Gesù”. Un’affermazione di capitale importanza, tanto importante da essere centrale nel racconto del Vangelo di oggi. Basti pensare che se Tommaso fosse stato con gli altri discepoli avrebbe beneficiato della stessa presenza di Gesù senza mettere in dubbio nulla di quanto stava vedendo e sperimentando. Il messaggio è forte e chiaro, ancora una volta ci è rivelata la centralità della Chiesa quale comunità che ci rivela la presenza del Risorto e senza la quale il mistero pasquale rischia di essere incompreso o addirittura non creduto. Solo per il fatto di “non essere stato con loro” Tommaso si dissolve nella sua incredulità eppure, anche in questa sua solitudine, in questo suo essere al di fuori della comunità, non viene lasciato solo; davanti al suo rifiuto a credere, alla sua fatica, il Signore si concede in modo totale e incondizionato all’incredulo invitandolo ad entrare in relazione con lui. La relazione che Gesù offre a Tommaso non è di tipo spirituale o intellettuale, egli offre all’incredulo una relazione di tipo reale, carnale, esistenziale, attraverso il contatto con le sue piaghe lo invita ad entrare in relazione con la sua umanità. Potremmo dire che Gesù si fa misericordia per Tommaso, non imputandogli la grave colpa dell’incredulità o dell’assenza dalla comunità ecclesiale, ma proponendo ancora una volta il privilegio della relazione con lui e invitandolo così a non essere incredulo, ma credente. Il credere per Tommaso passa attraverso questa possibilità che Gesù gli concede di entrare in relazione con lui, possibilità che il Risorto concede a tutti coloro che lo incontrano, possibilità che ci viene concessa non per un diritto acquisito ma come puro e semplice atto di misericordia e se per caso il nostro peccato fosse più grande di noi non c’è alcun problema, egli chiede solo di fidarci di lui che, attraverso le sue piaghe ha guarito e annullato ogni nostro peccato e risorgendo ha ridato, a tutti coloro che lo desiderano, il dono della vita senza fine. Infine a Tommaso è aperta una via nuova, quella della conoscenza di Dio attraverso l’esperienza della propria umana fragilità, perché egli la abita, come afferma Sant’Agostino: “Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat veritas”. Non uscire da te stesso, rientra in te: nell’intimo dell’uomo abita la verità.