Battista Borsato”Il dubbio come tensione creativa”

II domenica di Pasqua 

Il dubbio come tensione creativa

La sera di quel giorno, il primo della settimana, mentre erano chiuse le porte del luogo dove si trovavano i discepoli per timore dei Giudei, venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: “Pace a voi!”. Detto questo, mostrò loro le mani e il fianco. E i discepoli gioirono al vedere il Signore. Gesù disse loro di nuovo: “Pace a voi! Come il Padre ha mandato me, anche io mando voi”. Detto questo, soffiò e disse loro: “Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”. Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Didimo, non era con loro quando venne Gesù. Gli dicevano gli altri discepoli: “Abbiamo visto il Signore!”. Ma egli disse loro: “Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel segno dei chiodi e non metto la mia mano nel suo fianco, io non credo”.

Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, stette in mezzo e disse: “Pace a voi!”. Poi disse a Tommaso: “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”. Gli rispose Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”. Gesù gli disse: “Perché mi hai veduto, tu hai creduto; beati quelli che non hanno visto e hanno creduto!”.

(Gv 20, 19-31)

Tommaso è un personaggio che è così entrato nella cultura popolare da sentire dire spesso: “Sono come San Tommaso che non credo se non ci metto il naso”. Egli è il simbolo di chi dubita, di chi vuol vedere, rendersi conto di persona. E Gesù non condanna questo atteggiamento. Anzi quasi l’apprezza, tanto che si manifesta quando Tommaso è presente invitandolo a toccare le sue ferite e quindi a verificare la sua fede. Gesù gradisce persone che si interrogano, che vogliono trovare delle ragioni per credere. Ama persone motivate e consapevoli. Gesù non è contro la ragione e l’intelligenza, anzi ci viene a dire che non c’è vera fede senza la ragione e l’intelligenza. Purtroppo la fede di molte persone è fondata solo sul sentimento e sull’emozione e per questo è fragile e labile. Ma vogliamo cogliere il senso della fede esaminando alcune espressioni del Vangelo odierno.

  • Disse Tommaso: se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi….non crederò!”. Noi cristiani siamo stati formati a una mentalità che relega il dubbio nella sfera del negativo e del proibito. Nutrire dubbi su Dio, su Gesù, sull’insegnamento della Chiesa, equivale per molti a provocare una incrinatura nella fede. Il credente deve essere una persona integerrima, eticamente e intellettualmente: le sue intenzioni e i suoi pensieri devono essere puri e sicuri. Un dubbio che attraversi la fede potrebbe in qualche modo inquinarla. E i santi sono sempre stati visti come le querce o i cedri del Libano, che mai si sono piegati ai venti del dubbio. Eppure nel Vangelo si dice che Maria ha una fede intrecciata di domande e di dubbi: “Com’è possibile che io diventi madre?” (cfr. Lc 1,34). Gesù stesso è stato attraversato dal dubbio: “Padre perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46). Pure Santa Teresa del Bambino Gesù, nella sua autobiografia “Storia di un’anima”, esprime la sua sofferenza e i suoi dubbi sull’esistenza di Dio. La fede non elimina i dubbi anzi cresce attraverso di essi. Non elimina i dubbi perché credere è intuire che c’è una realtà più grande del nostro io. Credere è riconoscere una presenza che ci avvolge, ma una presenza che non è evidente, che rimane oscura. Dio (dice il teologo Guardini) non si fa vedere perché l’uomo sia libero nel credergli. 

I dubbi sono il lievito della fede. La fede cresce attraverso i dubbi. I dubbi sono tensioni a cercare. Chi dubita si interroga e questo interrogarsi è la spinta a cercare, a motivarsi, ad approfondire. Senza dubbi non ci si pone alla ricerca della verità. Come la scienza è cresciuta attraverso le domande e i dubbi, così pure la fede (come l’approfondimento della Bibbia) è stata stimolata dalle perplessità. Io confesso che godo quando ho dei dubbi, perché questi mi costringono a pensare, a cercare, a confrontarmi, per approdare ad una fede più illuminata. 

Il male non è avere dubbi, anche nei riguardi di Dio, del Vangelo, della Chiesa, il male sta nel fatto che non si trovino il tempo e il modo di affrontarli. Molti cristiani hanno dubbi: alcuni rinunciano a credere senza aver fatto nessun cammino, altri, continuano a credere ma senza motivarsi e approfondirsi. La loro fede così diventa tradizionale, senza valide motivazioni e quindi esposta alla fragilità e alla caducità.

  • “Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c’era con loro anche Tommaso”. È interessante questa precisazione. Tommaso ha dei dubbi, non si fida dei suoi amici eppure continua a far parte del gruppo. Il gruppo non lo emargina, lo accoglie anche se dubita. È un gruppo che consente di dubitare e anche di dissentire. In essi si può essere diversi nel modo di pensare e di credere. Non c’è uniformità. Questo gruppo di discepoli può essere il segno della Chiesa, del come essere Chiesa. Dentro la Chiesa ci possono, anzi ci devono essere cammini diversi di fede: ogni persona ha un suo percorso, il suo modo di sentire. Ognuno dovrebbe trovare spazio per esprimere questa diversità. Questa varietà non deve essere mortificata, anzi valorizzata, perché ogni forma di credere, contiene qualcosa di vero che può arricchire la comunità. Dovrebbe cessare l’atteggiamento di condanna, o peggio di scomunica, come si è verificato nel passato.

Dare spazio al dissenso vuol dire offrire la possibilità a tutti di dire il proprio pensiero, di dare il proprio dono consentendo così alla comunità e alla Chiesa di crescere con il contributo di tutti, con la varietà delle sensibilità e delle coscienze. Occorre vincere la paura della confusione, e avere invece, fiducia nello Spirito che “parla lingue diverse”.

Ma non soltanto la comunità, o la Chiesa, deve essere aperta a ospitare i dubbi e i dissensi, ma anche le persone che hanno dubbi (e tutte ne sono toccate) dovrebbero avvertire il bisogno di stare nel gruppo, nella comunità per confrontarsi, per lasciarsi stimolare da altri punti di vista, per approfondire insieme la propria fede. Ogni diversità è un valore, ma ogni diversità è parziale e bisognosa quindi di completarsi e arricchirsi con le altre diversità.

La comunità è vera quando sa ospitare persone diverse, anche quelle che obiettano, ma pure la persona non deve sentirsi indipendente, ma lasciarsi interrogare ed allargare dalla comunità: l’individualismo non aiuta la persona a crescere e non spinge a maturare la sua fede.

  • “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto”. È un’espressione che lascia perplessi: sembra proporre una fede cieca, che crede senza bisogno di segni, senza ricerca di ragionamento. Ma la fede è davvero un darsi a Dio che rende superflua la mediazione dell’intelletto? Se l’uomo va a Dio in questo modo, è ancora uomo? E Dio vuole davvero essere amato e creduto dall’uomo senza che questi cerchi le motivazioni del proprio credere? Non sarebbe questa la strada del fondamentalismo e del fanatismo?

Avremo altre occasioni per approfondire il rapporto tra fede e ragione. In questo contesto ci basti dire che Dio abita una luce inaccessibile: rimane sempre straniero. Dio però lascia dei segni, delle tracce, delle orme, ma per vederle bisogna cercarle e per cercarle occorre intelligenza e anche studio. Non c’è una fede “a buon prezzo”, la fede esige l’impegno della ricerca. Così sosteneva anche Bonhoeffer che parlava di una fede a “caro prezzo”. Una fede che sa rintracciare la presenza di Dio dietro il velo dei segni e che nasce dallo slancio appassionato, appaga, anche, le esigenze dell’intelligenza.

Due piccoli impegni:

– Trovare il modo per affrontare i dubbi.

– La fede diventa adulta nel confronto e anche nello studio.