fr. Massimo Rossi Commento III Domenica di Pasqua (Anno A)

Commento su Luca 24,13-35

Vangelo: Lc 24,13-35

“Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazareth, consegnato a voi secondo il prestabilito disegno e la prescienza di Dio, voi lo avete crocifisso per mano di pagani, e l’avete ucciso…”….per mano di pagani: questo particolare, che non è un mero dettaglio, la dice lunga sull’opportunismo farisaico, per il quale, l’autorità di Roma improvvisamente si rivela utile e amica, quando si tratta di eliminare il pericolo politico e religioso rappresentato dal figlio del falegname di Nazareth; lo scrive san Luca, al cap. 23 del suo Vangelo…

Beh, a pensarci bene, la situazione si potrebbe anche interpretare in tutt’altro senso: l’inimicizia dei due Capi di Governo, Pilato ed Erode, si muta nel suo esatto opposto: è Gesù – commenterebbe san Paolo – che ha demolito con la sua passione il muro di separazione che divideva i Romani invasori, dagli Ebrei invasi. In questa congiuntura delicata e drammatica, Cristo realizza le attese messianiche, manifestando la sua vocazione di Principe della pace, cantata secoli prima da Isaia.

Francamente non avevo mai considerato che l’alleanza tra Erode e Pilato potesse essere valutata in termini positivi, proprio alla luce della persona di Cristo.

Del resto, non sarebbe la prima volta che la vicenda di Gesù assume un valore diametralmente opposto, se letta dal punto di vista umano, oppure da quello divino. E così, un fatto criminoso, o com’è stato definito, il peggiore errore giudiziario della storia, diventa causa della nostra salvezza.

Ma veniamo al Vangelo: anche qui, emerge immediatamente la differenza tra la situazione dei due discepoli che camminavano lontano da Dio, avendo smarrito la fede, e la stessa situazione, arricchita della presenza di Cristo.

Anche il senso di marcia, la direzione del cammino intrapreso dai due di Emmaus, ha un valore teologico, anzi due! Non testimonia soltanto che i discepoli non avevano capito che da Gerusalemme non si va via, a Gerusalemme si resta; perché Gerusalemme è il luogo della passione, morte e risurrezione di Cristo. Abbandonare Gerusalemme significa anche abbandonare la comunità degli apostoli, che a Gerusalemme era riunita. Ecco un indizio ulteriore che i due non avevano compreso la vocazione dei credenti in Cristo, come vocazione di popolo…

Solo restando uniti si può fare esperienza della presenza di Dio, nella persona del Figlio. Domenica scorsa abbiamo riflettuto sull’episodio di Tommaso apostolo, il quale, anche lui, sperimenta la verità della risurrezione solo quando rientra nel gruppo….

Dunque, fede in Dio, e fiducia nella comunità! l’una è conditio sine qua non dell’altra.

Le dinamiche tra le due vicende, quella di Tommaso e quella dei due di Emmaus, sono diverse, ma l’esito è lo stesso, la morale una sola: chi si allontana dalla comunità, non perde soltanto la comunità, l’appartenenza qualificante e, perché no? identitaria, il carattere tipico della fede, che è prima di tutto fede della Chiesa… Chi si allontana dalla comunità perde Dio!

Ci sono fedi che si connotano per la loro forte individualità – l’induismo, il confucianesimo, il buddismo,… le religioni orientali in genere -. La nostra fede non è così!

La religione, il comportamento che si manifesta nell’atto di culto, ed esprime più propriamente la fede, testimonia che noi siamo cristiani se e soltanto se restiamo insieme.

I mesi trascorsi, di forzata lontananza dalle celebrazioni sono stati e sono ancora vissuti da molti, a cominciare da noi preti, come un sacrificio pesante e oltremodo doloroso da sopportare.

Per questo il Concilio ha dichiarato che la liturgia – la preghiera della Chiesa riunita in assemblea, l’Eucaristia per eccellenza – costituisce la sorgente, la fonte della vita di fede e il segno distintivo della nostra appartenenza a Cristo.

Ad ulteriore riprova, ecco il segno del pane spezzato, che convinse i due di Emmaus sull’identità del misterioso compagno di viaggio: “Quando fu a tavola con loro, (Gesù) prese il pane, recitò la preghiera di benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.”.

Piccolo test che rivela se e quanto siamo consapevoli della presenza reale di Cristo nelle nostre assemblee domenicali: “Ci arde forse il cuore, mentre ascoltiamo la Parola di Dio, mentre compiamo il gesto di spezzare il pane?”.

Mi sembra già di sentire le obbiezioni di chi non sopporta le cosiddette emozioni religiose, l’esultanza, le lacrime, le mani alzate, la danza,… e altri atteggiamenti ritenuti smancerie superflue, non rivelative di fede reale, e dunque inutili, quando non addirittura disdicevoli e pure pericolose.

Chiedo scusa ai cervelloni! per ardore del cuore non intendo un’emozione, da valutare esattamente per quello che è, un’emozione e basta. L’ardore del cuore riportato da san Luca esprime un amore che riprende vita, e infiamma nuovamente i discepoli di Emmaus.

Scrivendo ai cristiani di Roma, san Paolo parla del cuore come organo con il quale si crede, distinguendolo dalla bocca, con la quale si fa la professione di fede (10,9-17).

Siamo persone adulte e navigate in materia di sentimenti; sappiamo bene che la bocca può pronunciare parole che non scaturiscono dal cuore, ma sono finte, sono apparenza, sono solo parole… L’iconografia tradizionale ci ha abituati ad immaginare il cuore di Cristo, e anche il cuore di Maria, come la sede dell’amore per l’umanità sofferente: un cuore partecipe, un cuore solidale, un cuore coronato di spine, un cuore che sanguina d’amore per noi…

Auguro a tutti l’ardore del cuore, come frutto genuino e durevole della Pasqua, che quest’anno assume un valore particolare: migliaia e migliaia di vite spezzate dal virus, che non potranno più condividere le nostre liturgie festive, ma già partecipano alla liturgia del Cielo; sono loro “gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello” (Ap 19,7-9)! Noi li chiamiamo beati.
E lo sono realmente!

Fonte:https://www.qumran2.net/


 “Quando fu a tavola con loro, (Gesù) prese il pane, recitò la preghiera di benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero.”.