Don Marco Ceccarelli Commento III Domenica di Pasqua “A”

III Domenica di Pasqua “A” – 26 Aprile 2020
I lettura: At 2,14.22-33
II lettura: 1Pt 1,17-21
Vangelo: Lc 24,13-35

  • Testi di riferimento: Es 12,5; Is 53,7; Mt 5,16; Mc 8,17-18; 16,12-14; Lc 24,36.44-46; Gv 3,14;
    5,39; 6,63; 16,6.20-22; 20,9.14; 21,4; At 3,18.24; 7,51-53; 8,35; 13,27; 17,2-3; 20,28; 28,23; 1Cor
    5,7; 6,20; 15,3-4; Ef 4,22; Tt 2,14; Eb 2,9-10; 9,1; 1Pt 1,10-12.15; 2,12; 3,1-2.16; 4,1-2; 2Pt 1,21;
    Ap 5,9-10
  1. Seconda lettura: l’agnello pasquale. Il brano della seconda lettura odierna presenta in maniera
    molto efficace il significato della pasqua di Cristo alla luce della pasqua ebraica. Pietro afferma che
    «con il sangue prezioso di Cristo, agnello senza difetti e senza macchia» i suoi interlocutori sono
    stati riscattati (lutroo) dalla loro vuota condotta (vv. 18-19). Il termine “condotta” (anastrophé) è
    tipico di questa lettera (6 volte su un totale di 13 nel Nuovo Testamento). In mezzo ad un mondo
    pagano e ostile la testimonianza del cristiano sta nella sua condotta, nel suo modo di vivere. Si tratta
    di un comportamento che non nasce innanzitutto da una decisione etica, ma da un “riscatto” (v. 18).
    Nel cristiano si è realizzato un passaggio da una condotta ad un’altra grazie ad una “compera” (lutroo; lo stesso termine appare anche nel vangelo odierno, Lc 24,21), effettuata dal sangue di Cristo.
    La condizione precedente era caratterizzata da un modo di vivere vuoto, inutile, vano (1Pt 1,18; cfr.
    Ef 4,22); uno stile di vita conforme a quello imparato dai padri, cioè dalla tradizione umana. La
    nuova condotta è contraddistinta dalla somiglianza con la condotta di Dio (1Pt 1,15). L’analogia
    con la pasqua ebraica è chiara. Se l’agnello pasquale di Es 12, con il suo sangue asperso, segnava
    per Israele il passaggio dalla schiavitù al faraone al servizio verso Dio, ora Cristo, il vero agnello
    pasquale, con il suo sangue versato, segna il passaggio dal servizio reso alle passioni umane (1Pt
    1,14; 4,2) al servizio nei confronti della santità divina, che deve splendere nel comportamento dei
    cristiani. La Pasqua non implica un passaggio da un comportamento condizionato ad uno incondizionato, da un servizio ad una emancipazione dal servizio. Piuttosto segna il cambiamento del tipo
    di condotta e del tipo di servizio (cfr. Gal 5,13). La stessa realtà è contenuta nel concetto di “riscatto”, di “compera”. Il passaggio che realizza la Pasqua non è quello che va dall’appartenere a qualcuno al non appartenere a nessuno, ma consiste nel cambiamento di “proprietario”. Il cristiano redento da Cristo non appartiene più al demonio, né a se stesso, ma a colui che lo ha comprato a caro
    prezzo (1Cor 6,20; Tt 2,14). Cosicché non viviamo più per noi stessi, ma per colui che è morto e risorto per noi (2Cor 5,15).
  2. Il Vangelo.
  • L’interpretazione delle Scritture. La Scrittura non può essere interpretata secondo i nostri schemi.
    Non possiamo applicare la nostra mentalità, le nostre categorie al testo biblico, ma occorre imparare
    il suo linguaggio, le sue categorie. I due discepoli di cui parla il brano di Vangelo odierno conoscevano le Scritture e perciò “speravano” che Cristo avesse liberato Israele. Ma nonostante tale conoscenza non sono stati in grado di capire quello che hanno visto. La colpa dei discepoli, o comunque
    la causa della loro tristezza, è quella di essere “senza intelligenza” nel credere a tutto ciò che i profeti hanno detto (v. 25). Qui vediamo realizzarsi il detto di san Girolamo: “Chi non conosce le Scritture non conosce Cristo”. Non capire le Scritture significa non capire Cristo, né l’opera di Dio. Occorre “credere a tutto ciò che hanno detto i profeti”, cioè a tutta la rivelazione, non soltanto ad una
    parte. Non si può prendere la Scrittura parzialmente, ma in tutto il suo insieme per conoscere come
    Dio redime il suo popolo. Se teniamo presente tutta la rivelazione vedremo che “era necessario che
    il Messia soffrisse”. Per questo Gesù “interpreta loro tutte le Scritture” (v. 27). I due discepoli riassumono la posizione sia di Pietro e gli apostoli, sia dei giudei in generale, nel non capire la figura di
    Cristo e la sua missione. Nessuno ha capito che la sua missione era quella di subire la croce per entrare nella sua gloria. Qualcosa di simile accade ai due discepoli descritti in Gv 20,1-9; davanti alla tomba vuota non capiscono cosa sia accaduto, perché non avevano ancora compreso le Scritture
    (20,9; cfr. Lc 24,12).
  • Il vero interprete della Scrittura è Cristo. Solo attraverso di lui possiamo capire le parole dei profeti; è lui che ha potere di aprire il rotolo sigillato (Ap 5,9); è lui che apre la mente alla comprensione
    delle Scritture (Lc 24,45). Cristo è la chiave di interpretazione di tutta la Scrittura. Nessuno può interpretare privatamente la parola di Dio perché è solo attraverso lo Spirito con cui furono scritte che
    si possono interpretare e spiegare le Scritture (2Pt 1,20-21). Cristo oggi è presente nella Chiesa;
    senza la Chiesa e la sua Tradizione non si può capire la Scrittura. A sua volta, è solo capendo le
    Scritture che si riconosce Cristo.
  • I fatti e la loro interpretazione.
    • Quanto detto sopra si può applicare all’interpretazione di quella parola di Dio che si manifesta nei
    fatti, negli eventi. Davanti ai fatti della passione nessuno ha capito niente. I discepoli hanno visto
    quei fatti e sono diventati tristi (v. 17). Nel corso di una vita ci sono eventi che appaiono oscuri, che
    non si comprendono, che si vorrebbe mutare se fosse possibile, ma che spesso si subisce senza che
    si possa fare nulla. Per questo si diventa tristi. Ma per quanto possa sembrare strano, non sono i fatti
    della nostra vita a renderci tristi, bensì l’interpretazione che viene data a tali fatti. Un fatto si può interpretare in diversi modi. A seconda dell’interpretazione che gli si dà il fatto acquista un peso diverso. L’esperienza ci dice, per esempio, che appena uno comprende il senso di un comando che
    considerava strano, allora lo esegue volentieri. I discepoli di Emmaus hanno visto un fatto (Cristo
    che è morto in croce) e hanno dato a quel fatto una interpretazione (= non è lui il Messia, colui che
    ci doveva salvare). A motivo di questa interpretazione essi sono tristi; e a causa di quella tristezza
    sono incapaci di riconoscere Cristo. La causa di quella tristezza non è dunque il fatto in sé, ma
    l’interpretazione che essi gli hanno dato. Basterà infatti che Cristo dia loro un’interpretazione diversa perché la loro tristezza si cambi in gioia (v. 32). Cos’è cambiato nella vita dei discepoli perché
    essi siano passati dalla tristezza alla gioia? Non è il fatto ad essere cambiato (Gesù è sempre morto
    in croce); ad essere cambiata è l’interpretazione che essi ne hanno ricevuto. Ed è per questo che poi
    – allo spezzare del pane – saranno in grado di riconoserlo. La stessa cosa accade nella vita quotidiana. Quando capita un fatto problematico, una croce, normalmente lo interpretiamo come una cosa
    cattiva per noi. Per esempio una persona sola, anziana e ammalata penserà: Ecco vedi, ora sono
    vecchio, ammalato, nessuno si cura di me; i miei figli mi trascurano, nessuno mi ama, ecc. Se si dà
    ascolto a questa “voce” che interpreta i fatti come un segno del non amore di Dio (cfr. la tentazione
    primordiale), quella persona diventerà triste. E ciò impedisce di vedere la sua presenza accanto a
    noi. Ma se qualcuno è in grado di dare ad essa un’altra interpretazione, già il suo stato interiore
    cambia, pur non essendo cambiati i fatti.
    • Le Scritture, se ben interpretate, cioè se illuminate da Cristo, permettono di interpretare i fatti, cioè
    permettono di “leggere” quella parola di Dio per me che si manifesta negli eventi e perciò capire
    l’opera che Dio sta facendo nella mia vita. Occorre mettere la nostra vita alla luce delle Scritture. Se
    non si ascolta Cristo che ci parla nelle Scritture si finisce inevitabilmente per ascoltare qualcun altro. Noi siamo esseri dialogici (vedi l’insistenza sul dialogo, sui discorsi, sulla discussione dei due
    discepoli in Lc 24,14-17); siamo sempre in dialogo con qualcuno, che può essere anche il nostro
    stesso io. Ma in questo dialogo si inserisce “qualcun altro” (cfr. Eva e il serpente) che mi porta a
    vedere le cose dal suo punto di vista. Per evitare questo pericolo occorre che il nostro interlocutore
    sia Cristo.
  • Gesù non “sparisce”, ma diventa fisicamente “invisibile” (v. 31). Dopo il tempo delle apparizioni
    corporee, Gesù non è sparito, ma continua ancora a “rimanere” (v. 29) realmente presente in mezzo
    ai suoi, in particolare nel contesto eucaristico. Siamo sulla stessa linea del Vangelo della domenica
    precedente. Si tratta di una vera presenza che permette ai discepoli di “riconoscerlo”. È questa presenza di Gesù in mezzo ai suoi, l’incontro con lui nella cena dell’agnello pasquale, la gioia che tale
    incontro produce, il fondamento di ogni fede e attività del cristiano, il basamento sul quale la Chiesa
    per duemila anni si è edificata e retta, e continuerà a farlo sino alla fine dei tempi. «Il Dio nostro
    Gesù Cristo pur essendo nel Padre si manifesta ancora di più»: Ignazio di Antiochia, Ai Romani,
    3,3.

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