
Quella strada da Gerusalemme a Emmaus è il nostro percorso quotidiano.
Gesù è veramente risorto
La parola di Dio di questa domenica ci raggiunge subito con la rassicurazione di Pietro sulla realtà della risurrezione di Gesù: «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: “Gesù di Nàzaret…, voi l’avete crocifisso e l’avete ucciso. Ora Dio lo ha risuscitato… e noi tutti ne siamo testimoni”» (prima lettura). È l’annuncio che Pietro e gli altri apostoli hanno fatto risuonare dovunque dalla mattina di Pentecoste fino a noi, obbedendo alla consegna del Signore: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura» (Mc 16,15). Proclamate il Vangelo! Cioè predicate che Gesù è risorto, perché la buona notizia (il Vangelo) è esattamente questa: Gesù è risorto. Infatti se Gesù non fosse risorto, il Nazareno sarebbe soltanto un uomo storicamente interessante, oppure addirittura un mito, che in comune con noi avrebbe tuttalpiù il ricordo o la stima, e la fede in lui diventerebbe illusione o superstizione o creduloneria. Perché soltanto, essendo risorto, Gesù può essere accanto a ogni uomo e ogni donna di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Quindi accanto a noi, anche adesso, dovunque il Coronavirus ci abbia rinchiusi.
Anche noi verso Emmaus
Cosa ci dona la compagnia del Risorto? Lasciamo la risposta al racconto dell’evangelista Luca. Nel pomeriggio di Pasqua, due discepoli, delusi dalla tragica fine del Maestro nel quale avevano riposto tante speranze, e frastornati dalle voci delle donne che affermavano di averlo visto di nuovo vivo, se ne tornano a Emmaus per riprendere la vita di prima, senza più ascoltare maestri che annunciano in arrivo meraviglie e poi ti lasciano con la speranza spenta. I due hanno il “volto triste”. Uno si chiama Cleopa, l’altro non ci viene detto. Come mai? Luca è l’evangelista che assicura i lettori di aver compiuto «ricerche accurate su ogni circostanza» (Lc 1,3) non può non averlo trovato o dimenticato. La verità è che anche l’altro il nome ce l’ha. È il nome di ciascuno di noi. San Luca vuole comunicarci che quel viaggio da Gerusalemme a Emmaus è di ciascuno di noi. Quel percorso è la nostra vita, tra Gerusalemme (gli entusiasmi, le scelte coraggiose, l’impegno per la giustizia, la pace, la fratellanza…) ed Emmaus (le delusioni, le cadute, il cedimento al nonsenso e alla mediocrità.
In questi giorni stiamo proprio verso Emmaus. Magari avevamo raggiunto un po’ di tranquillità e sicurezza; magari finalmente filava tutto bene con i figli e con i genitori anziani; magari… Niente! Ci piomba addosso il “tutti chiusi in casa”. E anche noi ci troviamo con il volto triste e il cuore freddo.
Ci vuole che Gesù si avvicini e cammini con noi, come la sera di Pasqua con quei due. A loro Gesù non dà la pacca sulla spalla, ma «cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui», cioè li aiuta a comprendere le cose nel profondo, e a viverle con motivazioni serie, senza rassegnazione e resa. Concretamente invita anche noi a vivere l’attuale situazione non rimpiangendo i “giorni felici”, o sperando che qualcuno o qualcosa faccia tornare tutto come prima, ma comprendendo finalmente che non ci si può illudere di «poter vivere sani in un mondo malato» (papa Francesco), indifferenti alle sorti di chi sta con noi su questa terra, anche se dall’altra parte del globo.
Lo spezzare il pane
Come possiamo riconoscere la parola del Risorto che sta accanto a noi con discrezione, «senza farsi riconoscere», misurando il suo passo gioioso di risorto al nostro stanco e incerto, dalle rumorose e assillanti parole che ci vengono addosso? C’è “la prova del nove”: la sua Parola e la sua presenza sono presenti dovunque, qualsiasi cosa diciamo e facciamo hanno a fondamento “lo spezzare il pane”, cioè la disponibilità a condividere tutto ciò che abbiamo con gli altri, perché Gesù lo si riconosce soltanto da lì.
Fonte:https://www.paoline.it/
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