Figlie della Chiesa Lectio V Domenica di Pasqua

V Domenica di Pasqua

 Lun, 04 Mag 20  

Lectio Divina – Anno A

Ci poniamo davanti al Vangelo e proviamo ad ascoltare come se fossimo presenti in quell’ultimo incontro di Gesù con i suoi discepoli e le sue discepole, ascoltando le sue parole come rivolte a noi oggi, in questo momento.

I capitoli 13 a 17 del Vangelo di Giovanni
Il lungo dialogo (Gv 13,1 a 17,26), che Gesù ebbe con i suoi discepoli nell’ultima cena, alla vigilia del suo arresto e morte, è il Testamento che lui ci lasciò. In esso è espressa l’ultima volontà di Gesù riguardo alla vita in comunità dei suoi discepoli e discepole. Era una conversazione amichevole, che è rimasta nella memoria del Discepolo Amato.
Gesù, così vuol far capire l’evangelista, voleva estendere al massimo quest’ultimo incontro di amici, momento di grande intimità. Lo stesso accade oggi. C’è modo e modo di conversare: c’è una conversazione superficiale che lancia parole all’aria e che rivela il vuoto delle persone, e c’è una conversazione che va in profondità nel cuore.
Tutti noi, una volta o l’altra, abbiamo questi momenti di condivisione amichevole che allarga il cuore e diviene forza nell’ora delle difficoltà. Aiuta ad aver fiducia e a vincere la paura.

Questi cinque capitoli (Gv 13 a 17) sono anche un esempio di come le comunità del Discepolo Amato facevano catechesi. Le domande dei tre discepoli, Tommaso (Gv 14,5), Filippo (Gv 14,8) e Giuda Taddeo (Gv 14,22), erano anche le domande delle comunità della fine del primo secolo. Le risposte di Gesù ai tre erano uno specchio in cui le comunità trovavano una risposta ai loro dubbi e difficoltà. Così, il nostro capitolo 14 era (ed è tuttora) una catechesi che insegna alle comunità come vivere senza la presenza fisica di Gesù. 

vv.1-4: Vi porterò con me. La prima immagine che il Vangelo oggi ci presenta è quella di una casa. C’è un luogo in principio a tutto, un luogo caldo, familiare, che mi appartiene, una casa il cui segreto basta a confortare il cuore.

Non sia turbato il vostro cuore (Gv 14,1): lì abita qualcuno che ha nostalgia di noi, che ha desiderio di noi, che ci vuole con sé. Perché l’amore conosce molti doveri, ma il primo è di essere insieme con l’amato. Il primo dovere è di non restare separati: «Perché siate anche voi dove sono io» (v3). E nulla  «potrà mai separarci dall’amore di Dio» (Rm 8,39). 

vv.5-7: Tommaso domanda: «Signore, non sappiamo dove vai, come possiamo conoscerne la via?» Gesù risponde: «Io sono la via e la verità e la vita!» Tre parole in crescendo. «Io sono la via» di accesso a Dio, la via di casa. Non c’è una strada da percorrere ma una persona, se così si può dire, da percorrere. Percorrere Cristo vuol dire ripercorrere la sua vita con la mia vita: compiere i suoi gesti, scegliere le persone che lui preferiva, rinnovare le sue scelte. Lui è la via, perché “Nessuno va al Padre se non attraverso di me!” Poiché, lui è la porta, per la quale le pecore entrano ed escono (Gv 10,9).

«Io sono la verità.» Gesù è la verità, perché guardando a lui, vediamo il volto del Padre. “Se conoscete me, conoscerete anche il Padre!” La verità che Gesù ha portato è che Dio è amore e che la sua tenerezza passa attraverso le nostre mani.

«Io sono la vita.» Nel crescendo delle sue affermazioni Gesù dichiara: «La vita sono io, io che muoio per amore, che muoio e che risorgo. Io sono la vita!» Più Vangelo entra nella mia vita, più io vivo. «Io sono la vita». E ci aiutano le parole della mistica Caterina da Siena che dice: «Tu ci dai te stesso, e dandoci te stesso ci dai tutto». Noi cerchiamo, è vero, i doni: cerchiamo salute, longevità, benessere… Cerchiamo i doni, non il donatore. E invece Dio non può dare nulla di meno di se stesso. E dandoci se stesso ci dà tutto.

vv.8-12: Di fronte a parole così grandi interviene Filippo: «Mostraci il Padre, e ci basta!». Parole grandi, soprattutto la seconda parte, che anche Santa Teresa d’Avila ripeteva: «Solo Dio basta». A noi, invece, mai nulla che basti delle cose create… E neppure Dio ci basta. Neppure Dio ci interessa, per riempire la vita. Perché non conosciamo più quella fame, quella sete, quella nostalgia che fa dire a Filippo: Mi basta vederti! Eppure la storia è piena di uomini e donne che hanno mostrato come Dio basti. Oh, se ci bastasse davvero! Se avessimo questa fame di cielo!

Come vedere Gesù? Come i grandi veggenti, come i profeti, che hanno la visione della parola di Dio, non del suo volto. Per noi il vedere si cambia in ascoltare. Per noi la visione diventa ascolto. E allora come vedere Gesù? Aggrappandoci a ogni parola del Vangelo, a ogni gesto, a ogni parabola gustata granello per granello, E poi vederlo aggrappandoci ai poveri come i sette diaconi di Gerusalemme, aggrappandoci alla Parola, come gli apostoli, senza trascurare né la preghiera, né il servizio né l’annuncio. E mai opponendo un amore ad un altro amore, mai trascurando un amore in nome di un altro amore.
E anche noi, come Filippo, anche noi cercatori del volto di Cristo, sentiamo la sua risposta: «Non cercatemi in un qualche luogo, ma là dove amo e sono amato» (J. Maritain). Ecco la mia casa: là dove amo e dove sono amato.

Non c’è per noi altra visione che l’amore e l’ascolto: «Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio»; beati coloro che hanno il cuore tanto limpido da vedere tracce di Dio dovunque, nelle costellazioni, nell’occhio di un bambino, nel gemito e nel giubilo di ogni creatura sotto il sole, nella fame e nell’amore e nel più misterioso e più alto cosmo, la croce.

Contemplazione del Dio crocefisso e poi del Crocefisso risorto, nella luce del mattino di Pasqua, dove la vita diventa eterna.

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/