
V Domenica di Pasqua – Anno A – 2020
Per una fede cristiana adulta e costruttiva è necessaria la conoscenza di Gesù.
Gesù continuamente aveva parlato del Padre ai suoi discepoli, insegnando che bisogna essere perfetti come lui (Mt 5,48); che egli sa di che cosa abbiamo bisogno prima che glielo chiediamo (Mt 6,8); che ci perdona se noi perdoniamo ai fratelli (Mt 6,14); che non vuole sentirsi dire: “Signore, Signore”, bensì che sia fatta la sua volontà (Mt 7,21); che ci chiede di essere misericordiosi come lui è misericordioso (Lc 6,36)… Essi, mentre ascoltavano probabilmente cercavano di immaginare quale fosse il suo volto, come ci guarda, come ci aiuta, come ci sta vicino, come ci fa conoscere la sua volontà. Forse volevano farselo spiegare, ma, come su altri argomenti, non lo chiedevano per timore di scoprire verità troppo impegnative. Quella sera, però, dopo l’Ultima Cena, prima di recarsi nell’Orto degli Ulivi, le parole del Maestro sapevano di partenza e di abbandono, e allora Filippo si era deciso a porre la domanda che forse non avrebbe avuto più modo di porgli: «Signore, mostraci il Padre e ci basta». Come a dire: se ce lo fai vedere comprendiamo tutto.
L’esigenza di vedere Dio, il Padre, è anche la nostra, perché per pensarlo, per pregarlo, per ringraziarlo, per lodarlo, per litigarci, per sapere cosa vuole, abbiamo bisogno di avere davanti agli occhi del pensiero un volto, altrimenti ci sembra di parlare nel vuoto. E anche per noi non c’è altra risposta che quella di Gesù a Filippo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre», rafforzata dall’invito e vederlo attraverso le sue opere: «Credete a me: io sono nel Padre e il Padre è in me. Se non altro, credetelo per le opere stesse». Non sappiamo se Filippo sia rimasto soddisfatto o no, ma a noi cristiani (come è accaduto in tutte le altre religioni) la risposta di Gesù non è bastata e non basta: appena possibile sono ricorsi e ricorriamo alle immagini che vediamo nelle chiese e nei quadri: il vegliardo con la barba solenne e il volto o benevolo, o minaccioso.
È un male questa operazione di fantasia? No, se essa non è un ostacolo ad accogliere il «chi ha visto me ha visto il Padre» di Gesù, ma soltanto un aiuto per rimediare alla nostra incapacità di vedere quello che non si vede. L’operazione diventa invece fuorviante e pericolosa se ci dispensa dal “vederlo in Gesù”, per andare a trovarlo nei visionari, negli oroscopi, nelle carte, nei maghi e negli indovini.
Affinché questo non accada è necessaria una conoscenza adulta e seria di Gesù, che non significa semplicemente sapere chi è, o ricordare qualche episodio dei vangeli, ma conoscerlo in modo adulto e approfondito: cosa ha detto e cosa ha fatto, perché lo ha detto e perché lo ha fatto. Purtroppo il nostro “vedere Gesù” troppo spesso si riduce a rimasugli di catechismo e di prediche. Facciamo una verifica: quanti di noi hanno letto i quattro vangeli? Quanti di noi vi ricorrono abitualmente per ricavarne le indicazioni delle nostre scelte concrete? In questi due mesi di clausura quanti hanno trovato ritagli di tempo per meditarli?
“Ma noi non siamo preparati. Se non ce li spiega qualcuno non li capiamo!”.
Oggi tutti abbiamo i mezzi e la possibilità per aggiornarci anche nella conoscenza dei vangeli. Quante persone che non ne sapevano niente in questa “quarantena” hanno imparato ad adoperare il computer e a servirsi dei social network? Non è possibile che soltanto per ciò che riguarda la fede si rifiuti di aggiornarsi.
“Ma non si può essere brave persone e bravi cristiani anche senza aver letto i vangeli?”. Si può essere brave persone, ma non uomini e donne che si accontentano solo di lamentarsi perché “non esistono i valori di una volta”, senza impegnarsi a farli esistere e farli tornare. I Dodici, a Gerusalemme, non si accontentarono di lamentarsi perché si sentiva mormorare che le cose non andavano bene nell’assistenza quotidiana delle vedove, presero la decisione di istituire i diaconi, rimediando al problema come avrebbe fatto Gesù.
Fonte:https://www.paoline.it/
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