don Luca Garbinetto ” Voce di un Dio desiderante”

VI Domenica di Pasqua (Anno A) (17/05/2020)

Vangelo: Gv 14,15-21

Sembra troppo esigente, questo Dio. Dalle parole di Gesù, si potrebbe evincere che Egli condizioni l’amore da dare ai discepoli alla loro capacità di amare. Addirittura pare che il Padre ami i suoi figli a condizione che questi prima amino il Figlio. Anche pregando il ‘Padre nostro’ qualche volta ci sfugge questo pensiero; diciamo infatti ‘perdona i nostri peccati, come noi li perdoniamo ai nostri debitori’: il perdono divino, arduo vertice dell’amore, sarebbe dunque subordinato alla nostra capacità di perdonare i fratelli? Pare una questione di contratto di merito: ‘Se mi amate, osserverete i miei comandamenti, e solo allora pregherò il Padre perché vi doni lo Spirito Paràclito’.

Signore, ma come: dobbiamo davvero guadagnarci il tuo amore? E il perdono del Padre? E la consolazione dello Spirito, avvocato di pace?

Fermiamoci un momento. Ritorniamo sulle parole del Signore. Lasciamoci coinvolgere dalla sua confidenza. Lette con più attenzione, queste splendide righe del testamento spirituale di Gesù, donato ai suoi dopo aver lavato loro i piedi nell’ultima cena, sono in realtà una perla da innamorati. Sì, sono versi di un cuore desiderante! Gesù, il Signore, volge lo sguardo ai suoi discepoli, e con loro a noi, per rivelarci due misteri da vertigine.

Il primo, è che Egli ha una voglia matta di entrare nel nostro intimo, anzi di invaderlo con il suo amore. E che in questa brama di passione non è solo: tutta la Famiglia divina arde dalla nostalgia di poter dimorare definitivamente nel cuore di noi creature. In Gesù vi è una premura quasi materna di poterci inondare dell’amore divino, e così ci svela questa trepidazione di Fratello, prossimo alla partenza, e per questo preoccupato di rasserenare il turbamento di chi si può sentire solo, abbandonato, addirittura tradito. Sembra addirittura invocare, il nostro Signore, la possibilità di donarsi ancora ai suoi, dopo aver dato tutto per loro, ‘amandoli fino alla fine’. E questo compimento dell’amore gratuito di Dio per noi avviene nell’invio dello Spirito, consolatore e avvocato di battaglie umane contro la logica del mondo, difensore ardito che continua l’opera del Figlio in noi. Così possiamo sperimentare la pienezza dell’amore del Padre, e superare il terrore di restare orfani in mezzo a una umanità smarrita se rifiuta il Dono.

Ma tutto questo è intrecciato al secondo mistero, che fa da controfaccia allo svelamento del volto del Dio innamorato, desiderante, invocante. Gesù infatti ci dice che solo noi possiamo accogliere questo amore. E ci dice che ne siamo capaci! Rivelazione semplicissima, eppure dirompente, in grado di scavare nei meandri delle nostre paure e delle nostre resistenze. A noi, ammalati di sensi di colpa e di inadeguatezza, mascherati da finti ‘superman’ autosufficienti, per vergogna di riconoscerci poveri, il Figlio ci comunica la via per aprirsi all’amore, da ricevere, da accogliere, con gioia e stupore. La strada sono i comandamenti da lui vissuti e a noi consegnati. Ma nel comunicarceli, ci ricolma di stima e fiducia, perché ci rende abili a viverli, a realizzarli. E così, a realizzarci… nell’uscire da noi stessi. Poiché uno, in realtà, è il suo comandamento: ‘Come io ho amato voi, così amate il vostro prossimo’. No, non c’è nessuna pretesa di ricompensa o condizionamenti al Suo amore, da parte del Signore. Anzi, vi è sempre e solo la sua logica di apertura e spogliazione. Amare Dio significa amare i fratelli, spostare il baricentro verso chi abbiamo accanto. Nella Sua Parola, fatta di gesti e insegnamenti, stanno le regole, i modi, i riferimenti per vedere e imparare le leggi di un autentico amore. Che è già azione dello Spirito in noi, per questo noi già lo conosciamo.

Il vangelo, insomma, ci mostra la somma dignità del nostro essere uomini, creature fatte a immagine e somiglianza del Dio amore. Siamo capaci di camminare secondo le norme che ci fanno più veri, fedeli alla nostra identità, di caratura quasi divina. E in questo modo spalanchiamo le porte per divenire totalmente dimora della Sua Presenza, Una e Trina. Non vede l’ora, il nostro Creatore, Padre, mandante del Figlio e del Consolatore, di traboccare di gioia abitando in noi per sempre, in una relazione senza confini né misure.

Questo testo è una preghiera: non di noi a Lui, che pur tanto ne abbiamo bisogno. Ma di Lui a noi, poiché è potente il suo desiderio. Tradotto in breve, ecco il grido: ‘Figlio mio, lasciati amare, amando i tuoi fratelli. Diventerò l’ospite dolce e tenerissimo, tesoro racchiuso nel tuo cuore, ormai mio indissolubile scrigno!’.

Fonte:https://www.qumran2.net/