P. Gaetano Piccolo S.J. Commento XXIII Domenica del Tempo Ordinario

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XXIII Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Ez 33, 7-9; Sal.94; Rm 13, 8-10; Mt 18, 15-20.

«È da presupporre che un buon cristiano

deve essere propenso a difendere piuttosto che a condannare

l’affermazione di un altro».
Ignazio di Loyola

Guarire la comunicazione

Negli ultimi anni si sono moltiplicate le iniziative per educare il nostro modo di comunicare soprattutto sui social. È evidente infatti che la comunicazione digitale abbia fatto emergere uno dei lati più oscuri della nostra personalità: la tendenza a condannare, il compiacimento nel giudizio spietato, il gusto nello spiare la caduta di qualunque altro essere umano. Questa urgenza di guarire la comunicazione si rivela ancora più necessaria quando assistiamo a veri e proprio atti di bullismo perpetrati da personalità del mondo politico, adolescenti in età adulta, che dovrebbero dare al contrario l’esempio di un rispetto dell’avversario, semplicemente in quanto persona, al di là della propaganda politica. Questa comunicazione violenta sta lacerando sempre più il tessuto sociale, ci stiamo allontanando gli uni dagli altri. Il distanziamento sociale (non solo fisico) sta diventando l’adeguata metafora del nostro tempo. Ogni evento non rappresenta l’occasione per discutere e ritrovarsi, ma si trasforma sempre in un pretesto per avanzare le proprie ragioni, che per principio sono migliori delle idee degli altri. E molte volte, soprattutto nel dibattito politico, è evidente che quelle idee non sono espresse per convinzione, ma per convenienza.

Dal fratello alla comunità

Il testo del Vangelo di questa domenica ci invita invece a percorrere un cammino che va dal fratello alla comunità. Siamo messi davanti alla possibilità di tracciare percorsi per superare i conflitti e ricostruire le relazioni. Innanzitutto Gesù chiede di dare tempo all’altro: il cammino di conversione non avviene immediatamente, occorre offrire delle occasioni e delle opportunità. Al contrario, siamo portati spesso a giudizi temerari e definitivi in modo immediato. Gesù invita invece a stabilire una progressione: cercare un incontro personale, chiedere l’intervento di testimoni, appellarsi alla comunità.

Dalla comunità al fratello

Questo percorso dal fratello alla comunità ha poi la sua sorgente nella direzione inversa: i nostri rapporti di fratellanza sono fondati sul fatto di essere parte di una stessa comunità, ovvero, per usare il termine presente in questo brano del vangelo, della stessa ekklesìa (l’insieme di coloro che sono chiamati insieme). Occorre partire da qui: siamo chiamati insieme da un Altro. L’iniziativa non è mai nostra: se siamo dentro la Chiesa è solo perché abbiamo risposto all’invito che un Altro ci ha rivolto. Anche il termine latino communitas è fortemente evocativo: viene da cum – munus e indica coloro che portano insieme un dono, munus appunto, che però indica anche una responsabilità. Il dono di stare insieme chiede di essere custodito, altrimenti si lacera. Il punto da cui partiamo incide sul tipo di relazioni che stabiliamo: possiamo vedere nell’altro un lupo da cui difenderci (homo homini lupus) o possiamo trovare nell’altro un fratello di cui prenderci cura (homo homini frater).

La forza della comunione

Gesù ci invita anche a prendere consapevolezza della forza della comunità. Al contrario del potere politico, che ordinariamente tende a dividere per dominare (divide et impera), nel Vangelo troviamo un invito a scoprire la forza della comunione. Due o tre persone indicano il principio della comunità, è l’inizio, il germe il seme che porta frutto. Non è semplicemente l’unione che fa la forza e non è un endorsement per la demagogia: due o tre persone che chiedono insieme sono efficaci se prima di tutto si amano. È l’amore che rende incisiva la richiesta, non la massificazione. La comunità è il luogo della possibilità di volersi bene. Il singolo, da solo, non sa mai se sta amando o se invece crede di amare. Nella comunità, le relazioni sono il banco di prova della nostra capacità di amare.

La responsabilità della comunità

È interessante che mentre due capitoli prima, precisamente nel capitolo 16, Gesù abbia affidato solo a Pietro, come punto di riferimento della comunità, il potere di legare e di sciogliere, cioè di ammettere o di escludere dalla comunità, qui la responsabilità sia estesa all’intera comunità. I due testi si completano e si integrano: Pietro agisce a nome della comunità, la comunità si esprime per mezzo di Pietro. L’intera comunità deve sentirsi responsabile della sorte del fratello che viene escluso o accolto. Il destino del fratello, chiunque sia, ci riguarda tutti.

Leggersi dentro

– Tendi facilmente a giudicare gli altri o sai prenderti tempo?

– Sei capace di costruire comunione o tendi a creare divisione?

P. Gaetano Piccolo S.I.

Compagnia di Gesù (Societas Iesu)

Fonte:http://www.clerus.va/