
XXV Domenica Tempo Ordinario “A” – 20 Settembre 2020
I lettura: Is 55,6-9
II lettura: Fil 1,20-27
Vangelo: Mt 20,1-16
- Testi di riferimento: Lv 19,13; Dt 24,14-15; Tb 5,15; Qo 9,10; Sap 14,5; 15,15; Sir 37,11; Ez
18,29; Os 14,9; Gn 4,1-11; Mt 6,23; 12,36; 13,22; 19,27-30; 21,28-32; Lc 6,35; 15,28-30; 23,43;
Gv 9,4; Rm 9,15-18; 11,33; 1Cor 4,7; 9,18; 15,8; Ef 6,8; 1Tm 5,13; Eb 6,10-12; Gc 2,20; 2Pt 1,7-8
- Una premessa sulle parabole. Anche nelle prossime settimane il brano evangelico domenicale
presenterà una parabola. Occorre perciò tenere presente che le parabole di Gesù, anche se di norma
appaiono come racconti molto semplici e tratti dalla vita quotidiana, tuttavia contengono molto frequentemente un aspetto scandaloso. Per questo, come ci fanno notare gli evangelisti, a volte gli
ascoltatori reagiscono di fronte ad una parabola (Lc 20,16), proprio perché si sentono disturbati da
essa. Le parabole di Gesù hanno in genere qualcosa che urta, che stride, che è in contraddizione con
il corso normale delle cose. Se noi a volte non ne cogliamo lo scandalo è soltanto perché non riusciamo a capirle esattamente. Non è il caso però del brano di Vangelo odierno la cui parabola suscita invece anche nell’uomo di oggi un chiaro fastidio. - La parabola degli operai nella vigna.
- “Oziosi”. La parola chiave della parabola odierna è “oziosi” che appare nei vv. 3 e 6 (è un po’ penoso che nella nuova traduzione questa parola sia sparita). Il termine greco argos però non indica
l’inoperosità, ma l’inconsistenza di quello che si sta facendo; indica cioè non la quantità del fare,
ma la sua qualità. L’essere ozioso, in questo caso, non descrive semplicemente l’atteggiamento del
non fare nulla, ma piuttosto che ciò che si fa non ha valore, è inutile. Così la fede senza le opere è
“oziosa” (Gc 2,20), cioè inutile, vana. È l’atteggiamento di chi agisce, ma inutilmente. È la condizione di chi fa o dice tante cose, ma che non hanno valore, che non servono a nessuno (Mt 12,36;
1Tm 5,13). Essere oziosi significa dunque essere senza frutto (2Pt 1,8), fare cose senza valore. Tante opere umane sono “oziose” (cfr. Sap 14,5), perché non sono utili a nessuno. - L’undicesima ora. Nell’ambiente mediorientale l’intera giornata si divide pressappoco in dodici
ore di luce e dodici di buio. Le prime sono quelle in cui si può lavorare; infatti, una volta tramontato
il sole, il buio impedisce le attività (Gv 9,4; 11,9-10). Le dodici ore di luce diventano così un simbolo dell’esistenza terrena. È in questa esistenza terrena che bisogna operare e operare con frutto. Per
questo nella seconda lettura odierna san Paolo afferma che l’unico motivo valido per rimanere in vita è quello di “operare con frutto” (Fil 1,22: seconda lettura). I chiamati all’undicesima ora (circa le
cinque del pomeriggio) rappresentano così quelli che approfittano in extremis per non essere più
oziosi, nel senso detto sopra. - Lo scandalo della parabola. Sta nel fatto che ci sembra inconcepibile che tutti ricevano la stessa
paga. È vero che il padrone dà ai primi quello che aveva concordato; ma perché non è generoso con
loro come lo è con gli ultimi? Questo urta, soprattutto perché capiamo che il padrone potrebbe facilmente rappresentare Dio (il “buono” è solo Dio, come affermato in Mt 19,17), oppure lo stesso
Cristo. La conclusione della parabola sembra rappresentare un’immagine di Dio e del regno dei cieli un po’ spietata. È facile per noi giustificare la mormorazione degli operai della prima ora contro
la parzialità del padrone. La deduzione che sorge spontanea è dunque: meglio ritardare l’ingresso
nel regno dei cieli fino alla fine della vita, tanto si riceve la stessa ricompensa. Ma evidentemente
Gesù non può aver detto la parabola con questo significato. Allora lo scandalo che la parabola suscita vuole aprire la strada ad una interpretazione non superficiale e non prettamente materiale. La
domanda che essa ci costringe a porci è: dato che Gesù sta dicendo che gli operai della prima ora
hanno torto, in che cosa esattamente stanno sbagliando? Infatti il loro occhio è malvagio (v. 15),
cioè è malato, ed è per questo che sono nella tenebra (Mt 6,23), cioè non sono in grado di capire la
realtà.
- Interpretazione.
- Se quelli che se ne stanno in piazza sono “oziosi”, cioè spendono inutilmente il loro tempo, è perché manca loro la dimensione profonda dell’esistenza, manca loro il senso della vita che è quello di
vivere per “qualcuno”. Manca loro una missione, una chiamata che dia un senso vero alla propria
esistenza. La cosa più angosciante sarebbe rendersi conto che la nostra vita non serve a niente e a
nessuno; che forse abbiamo fatto tante cose, ma senza valore, e ci troviamo completamente vuoti. In
fondo sappiamo che dobbiamo spendere la vita per qualcosa e per qualcuno; e questo tanti lo fanno,
anche se poi spesso si rimane delusi e amareggiati, perché magari ci si aspetta un contraccambio
che non arriva. La grande tragedia è giungere alla fine della nostra vita (l’undicesima ora) e scoprire
che è stata inutile. Con la chiamata ad entrare nel regno di Dio ci viene offerta la possibilità di dare
un senso alla nostra esistenza, di poter spendere con frutto la nostra vita. Che qualcuno ci dia la possibilità di dare un valore alla nostra esistenza, di spendere la nostra vita veramente, amando, è una
grazia impagabile; questa è la vera ricompensa. - La vera paga è poter stare nel regno e lavorare in esso. Nella parabola è il lavoro stesso, vale a dire
vivere per Cristo e per il regno di Dio, che costituisce la vera ricompensa (1Cor 9,18). L’esempio
più chiaro l’abbiamo forse in san Paolo che, una volta chiamato, ha dato tutto se stesso per questo
scopo, sapendo che non c’era per lui altra ragione per vivere (seconda lettura). Se io sto nel regno e
mi aspetto di essere ricompensato è perché penso che in fondo stanno meglio quelli che sono fuori.
Qui sta lo sbaglio degli operai della prima ora. Per questo la parabola è diretta innanzitutto a quelli
che si trovano dentro il regno di Dio, ma mormorano pensando che sia faticoso e che gli altri in
fondo stanno meglio. È una situazione simile a quella del figlio maggiore nei confronti del fratello
sciupone (Lc 15,28-30). Si può stare nel regno ma invidiando coloro che stanno fuori. L’idea di
questi è: “noi adesso ci sacrifichiamo, ma dopo riceveremo una ricompensa maggiore”. Di fatto le
cose non vanno così, perché il regno dei cieli non può essere una macerazione terrena per avere una
gioia celeste. La vera sofferenza è stare fuori dal regno e la grazia è poter appartenere al regno. Un
giorno negli atri della casa di Dio è meglio che mille altrove (Sal 84,11). È nel regno dei cieli dove
possiamo veramente far fruttare la nostra vita, perché in esso Cristo ci dà la possibilità di amare, di
spendere la nostra vita per gli altri. In esso la nostra vita porta frutto, e non c’è un premio maggiore,
perché la ricompensa sta proprio in questo, comunque si realizzi, mentre la punizione è essere condannati a vivere solo per se stessi. - Per lo stesso motivo non ha senso rimandare quanto più possibile l’ingresso nel regno dei cieli con
il pretesto che “tanto riceverò la stessa ricompensa”. L’espressione «si trattenevano nella piazza»
(v. 3) significa che essi sono seduti, chiacchierando pigramente. Se il padrone va a chiamare questa
gente non è soltanto per le necessità della vigna, ma perché innanzitutto è importante per essi entrare nel regno dei cieli, abbandonando la vita “oziosa”. Occorre chiamare gli uomini ad entrare nel
regno. La domanda del v. 6 («perché ve ne state qui oziosi?») non esprime meraviglia, ma rimprovero. Non bisogna indugiare ad entrare nel regno perché è sempre l’undicesima ora, perché non
sappiamo né il giorno né l’ora in cui il padrone verrà, perché non è mai troppo presto per smettere
di vivere egoisticamente e spendere la vita per amare. - Per coloro che stanno da tanto tempo nella Chiesa sorge la tentazione della mormorazione per le
scomodità, le difficoltà dovute anche all’appartenenza ad essa. Sembra che la ricompensa non sia
mai adeguata alla fatica. Poi magari si vede gente che dopo essere stata tanto tempo fuori dalla
Chiesa vi entra ed è piena di gioia ed entusiasmo; e pare forse che a loro Dio stia concedendo di più.
Infatti gli ultimi saranno i primi, come si afferma nel versetto precedente la parabola (19,30) e in
quello conclusivo (20,16). Può sorgere così una invidia che porta anche al pericolo di scandalizzare
i piccoli. La parabola allora ci aiuta chiamandoci a conversione, cioè a cambiare mentalità, abbandonando la prospettiva umana per assumere quella del regno di Dio – poiché le vie e i pensieri nostri sono distanti da quelli di Dio (prima lettura) – e invitandoci a recuperare la gratitudine a Dio per
averci chiamato nel suo regno.
Fonte:http://www.donmarcoceccarelli.it/
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