Mons.Francesco Follo Lectio “La gioia della Croce”

IV Domenica di Quaresima – Anno B – 14 marzo 2021. Domenica “Laetare”

Rito Romano

2Cr 36,14-16.19-23; Sal 136; Ef 2,4-10;Gv 3,14-21

Rito Ambrosiano – IV Domenica di Quaresima – “del Cieco”

s 33, 7-11a; Sal 35; 1Tes 4,1b-12; Gv 9,1-38b

Premessa: la Croce, sorgente del perdono e letizia dell’amore

Nel cammino quaresimale che la Chiesa ci sta facendo compiere, con Cristo siamo spinti nel “deserto”, cioè in un luogo solitario, dove è più facile ascoltare la Parola di Dio perché nel deserto le parole umane sono ridotte al silenzio. All’orizzonte di questo deserto si intravede la Croce. Il Redentore sa che essa è il vertice della sua missione: in effetti, la Croce di Cristo è il vertice dell’amore, che ci dona la salvezza. E’ il Salvatore stesso che nel Vangelo di oggi ce lo dice affermando: “Come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna” (Gv 3,14-15).

Con queste parole Gesù su riferisce al fatto dell’esodo dall’Egitto in cui gli ebrei furono attaccati da serpenti velenosi, e molti morirono. Per fare in modo che i morsi dei serpenti non provocassero la morte, Dio ordinò a Mosè di fare un serpente di bronzo e metterlo sopra un’asta: se uno veniva morso dai serpenti, guardando il serpente di bronzo, veniva guarito (cfr Nm 21,4-9). Anche Gesù sarà innalzato sulla Croce, perché chiunque è in pericolo di morte a causa del peccato, rivolgendosi con fede a Lui, che è morto per noi, sia salvato. “Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui” (Gv 3,17).

Ma se è vero che infinito è l’amore misericordioso di Dio, che è arrivato al punto di dare il suo unico Figlio in riscatto della nostra vita, grande è anche la nostra responsabilità: ciascuno, infatti, deve riconoscere di essere malato, per poter essere guarito; ciascuno deve confessare il proprio peccato, perché il perdono di Dio, già donato sulla Croce, possa avere effetto nel suo cuore e nella sua vita. Scrive sant’Agostino: “Dio condanna i tuoi peccati; e se anche tu li condanni, ti unisci a Dio … Quando comincia a dispiacerti ciò che hai fatto, allora cominciano le tue opere buone, perché condanni le tue opere cattive. Le opere buone cominciano con il riconoscimento delle opere cattive” (Sul Vangelo di Giovanni13: PL 35, 1191). A volte l’uomo ama più le tenebre che la luce, perché è attaccato ai suoi peccati. Ma è solo aprendosi alla luce, è solo confessando sinceramente le proprie colpe a Dio, che si trova la vera pace e la vera gioia, che sgorga dalla Croce di Cristo. Dio non si dimentica mai di noi.  Confidiamo in Lui aprendoci alla sua tenerezza di Dio. Questo ci apre alla felicità che sgorga dalla Croce, dalla quale Lui ci dona il suo amore “esagerato”.

1) Nicodemo, un cercatore della vita.

In questa quarta domenica di quaresima il Vangelo di Giovanni ci offre un piccolo brano del discorso1 di Gesù dopo l’incontro con Nicodemo2. Quindi – anche se brevemente – è utile spiegare cosa accadde la notte in cui questo Capo dei Giudei si recò dal Messia.

Quest’uomo, pauroso perché va da Cristo di notte, ma sufficientemente coraggioso da andarci comunque, è l’uomo che ha l’intelligenza e l’apertura del cuore tali da non chiudersi di fronte alla verità.

Questo fariseo e gli altri capi avevano chiesto dei segni e li avevano visti. Adesso sa che può fidarsi di Gesù: “Sappiamo che sei venuto da Dio come maestro”. E Gesù sa che è aperto ad accogliere la Verità, alla quale il suo cuore aspira ma a cui l’uomo da solo non può arrivare.

Nicodemo, come molti altri, aveva visto dei segni, ma non gli bastavano. Voleva vedere il Regno di Dio. E Gesù gli dice: “Occorre nascere dall’alto”.

Probabilmente, questo fariseo voleva migliorare la vita e Cristo gli rispose che occorreva che nascesse a nuova vita. Nicodemo capì che Gesù non parlava semplicemente di una rinascita simbolica, morale, ma di una “vera” rinascita e fece la domanda più difficile: “Come può avvenire questa nuova nascita? Può forse un uomo adulto rientrare nel grembo di sua madre?”. Insomma, come è possibile rinascere davvero? Gesù rispose: “In verità, in verità ti dico: Se uno non è nato dall’acqua e dallo Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Al di là di ogni interpretazione data da esegeti, esperti di Bibbia antichi e moderni, io credo che Nicodemo non capì un gran che, ma comprese che Gesù gli diceva: “Vieni e vedi”, “seguimi e vedrai”. E seguì Cristo fedelmente tant’è che il Vangelo parla di lui come protagonista di altre due notti:

1- “Uno di loro, Nicodemo, quello che era andato precedentemente da lui, dice loro: ‘Giudica forse la nostra legge qualcuno senza che prima lo si ascolti, in modo che si sappia che cosa fa?’. Gli risposero: ‘Sei forse anche tu della Galilea? Studia a fondo e vedrai che il profeta non sorge dalla Galilea’”. (Gv 7, 50-52)

2- “…Venne anche Nicodemo, il quale già prima era andato da lui di notte, portando una mistura di mirra e di aloe di circa 100 libbre. Presero dunque il corpo di Gesù e lo avvolsero con bende assieme agli aromi, secondo l’usanza di seppellire dei giudei”. (Gv 19, 39-40).

La prima cosa da fare per avere una vita vera e duratura non è lo studio per cambiare e fare meglio le proprie azioni, non è l’analisi psicologica, non è un programma spirituale, non è qualcosa che dobbiamo fare noi, ma è ricevere il dono dello Spirito, quindi la prima cosa che dobbiamo fare noi è la preghiera, cioè il chiedere questo, è il chiedere che avvenga questa conversione “spirituale” in noi, anche se non comprendiamo cosa vuol dire questa conversione, che Cristo indica come nascita alla vita nuova, quindi eterna (L’espressione “vita eterna”, infatti, designa il dono divino concesso all’umanità: la comunione con Dio in questo mondo e la sua pienezza in quello futuro).

La vita eterna ci è stata aperta dalla morte e risurrezione di Cristo e la fede è la via per raggiungerla. E’ quanto emerge dalle parole rivolte da Gesù a Nicodemo e riportate dall’evangelista Giovanni: «E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna» (Gv 3,14-15)3.

2) La Croce della Vita e della Luce.

Oggi come allora, San Giovanni evangelista ci ricorda che il solo “segno” è Gesù innalzato sulla croce: Gesù morto e risorto è il segno assolutamente sufficiente. In Lui possiamo comprendere la verità della vita e ottenere la salvezza. E’ questo l’annuncio centrale della Chiesa, che resta immutato nei secoli. La fede cristiana pertanto non è ideologia, ma incontro personale con Cristo crocifisso e risorto.

Quindi accettando la Croce, quella di ogni giorno contro la quale lottiamo credendo di far cosa giusta, saggia e ragionevole, diciamo di sì all’irruzione dello Spirito che ci fa nascere a nuova vita. “La Croce stravolge il piatto e incolore incedere del mondo incatenato alla carne. La Croce strappa dalle abitudini radicate, impermeabili alla novità sconvolgente di Dio. La Croce innalza sino al cuore di Dio, al suo amore. La Croce catapulta le nostre esistenze alla destra di Dio”. (Benedetto XVI)

La Croce irradia luce, perché parla d’amore e l’amore parla di risurrezione e genera santi. Il mosaico della Croce che si trova nell’abside della Chiesa di San Clemente a Roma, lo mostra bene. Cristo è sulla croce nera, legno morto, che ha inscritto su di se anche dodici colombe, gli apostoli. Dal legno nero, sputano molti rami verdi che hanno come fiori i santi, cioè le persone che hanno dato la vita per Cristo ed hanno ricevuto la Vita da Cristo. Con Lui ci sono di esempio e mostrano che colui o colei che ama diventa per gli altri presenza di luce.

Vivere la croce è dare alla luce. Come non pensare al Signore crocifisso che mentre tutto è compiuto (Gv 19,30) inonda d’amore chi è sotto il patibolo donando a una madre il figlio e al figlio una madre, per sempre? Morente sulla Croce, Gesù affidò Giovanni alla sua mamma, dicendo: “Donna, ecco tuo figlio” (cf. Gv 19, 26). Se Egli non la chiamò col dolce nome di Madre, fu perché era arrivata per lei l’ora – come arriva per le anime che progrediscono nell’amore – di affidarle un’altra maternità. La maternità spirituale sulle anime; quella maternità che il Salvatore aveva promesso di concedere a tutti quelli che avessero fatto la sua divina volontà: “Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, questi è per me fratello, sorella e madre” (cf. Mt 12, 50). Elevò così, in certo modo, questa maternità spirituale di cui stiamo parlando, alla stessa altezza dell’altissimo privilegio della maternità divina.

Di questa maternità spirituale sono particolare esempio le Vergini consacrate nel mondo.

In effetti, l’impegno verginale è destinato, secondo il disegno divino, a suscitare una fecondità spirituale. Nella Vergine Maria, questa verità appare nella maniera più manifesta, per il fatto che la Vergine diventa Madre di Dio, e che questa maternità si prolungherà con una maternità universale nell’ordine della grazia. Nelle Vergini che seguono la via aperta da Maria, l’amore verginale votato a Cristo è fonte di maternità spirituale.

La vergine che dona tutto il suo cuore a Cristo rinuncia a uno sposo umano per prendere direttamente il Signore come sposo. Nel matrimonio vi è l’attuazione delle nozze di Cristo e della Chiesa, come dice san Paolo (Ef 5,28). Nella verginità questa attuazione è più totale, perché solo Cristo diventa lo Sposo, Cristo raggiunge così la sua più grande profondità. La qualità di sposa di Cristo dà alla personalità della donna consacrata un notevole sviluppo affettivo. Essa mostra l’aspetto positivo della verginità, perché è completa ed esclusiva appartenenza a Cristo. Con la consacrazione ciascuna di loro è come se avesse detto: “Tutto sei per me. Io sono tutto per te”. Queste donne testimoniano che siamo stati creati per una libertà che ama dire sì. Ogni nostro amore rimanda a un amore originario. L’amore è un dono che ci fa assomigliare a Dio. L’amata diventa l’Amante e dà (al)la luce. Nel dire sì a Cristo come sposo, la Vergine Consacrata testimonia che Cristo “è per lei Tutto e tutte le cose” e che “il suo cuore non si soddisfa con meno di Dio” (S. Giovanni della Croce). Ma così l’anima innamorata si trova ad assumere la forma dello Sposo che, per nostro amore, si lasciò “vendere come schiavo di tutto il mondo” (S. Teresa d’Avila). Essa si protende allora verso i suoi fratelli bisognosi di salvezza. L’intimità con Dio che non genera missionarietà è narcisismo e illusione spirituale. La missionarietà che non nasce dall’intimità e non la approfondisce è sterile dispersione. Intimità e missionarietà assieme sono fonte di immensa fecondità spirituale.

1 “E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che sia innalzato il Figlio dell’uomo, perché chiunque crede in lui abbia la vita eterna. Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna. Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui. Chi crede in lui non è condannato; ma chi non crede è già stato condannato, perché non ha creduto nel nome dell’unigenito Figlio di Dio. E il giudizio è questo: la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre che la luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene alla luce perché le sue opere non vengano riprovate. Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio». (Gv 3,14-21)

2 “C’era tra i farisei un uomo di nome Nicodemo, un capo dei giudei. Questi venne da lui di notte e gli disse: “Rabbì, noi sappiamo che sei venuto da Dio come maestro. Nessuno infatti può fare questi segni che tu fai se Dio non è con lui”. Rispose Gesù: “In verità, in verità ti dico: Se uno non è nato dall’alto, non può vedere il regno di Dio”. Gli  dice  Nicodemo: “Come può un uomo nascere se è vecchio?  Può forse entrare una seconda volta nel grembo di sua madre e nascere?”. Gesù rispose: “In verità, in verità ti dico: Se uno non è nato dall’acqua e dallo Spirito, non può entrare nel regno di Dio. Il nato dalla carne è carne e il nato dallo Spirito è spirito. Non meravigliarti che ti abbia detto: Voi dovete nascere dall’alto. Il vento soffia dove vuole e senti il suo sibilo, ma non sai donde viene né dove va. Così è chiunque è nato dallo Spirito”. “Come possono avvenire questi fatti?” – riprese Nicodemo. Rispose Gesù: “Tu sei maestro in Israele e non conosci queste cose? In verità, in verità ti dico: Noi parliamo di ciò che sappiamo e testimoniamo ciò che abbiamo visto e voi non accogliete la nostra testimonianza. Se non credete, quando vi ho detto cose terrene, come crederete qualora vi dica cose celesti? E nessuno è salito al cielo se non colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell’uomo, che è in cielo.” (Gv 3, 1- 13)

3 Qui vi è l’esplicito riferimento all’episodio narrato nel libro dei Numeri (21,1-9), che mette in risalto la forza salvifica della fede nella parola divina. Durante l’esodo, il popolo ebreo si era ribellato a Mosè e a Dio, e venne punito con la piaga dei serpenti velenosi. Mosè chiese perdono, e Dio, accettando il pentimento degli Israeliti, gli ordina: «Fatti un serpente e mettilo sopra un’asta; chiunque dopo esser stato morso lo guarderà, resterà in vita». E così avvenne.

Lettura Patristica

Agostino,

Comment. in Ioann., 52, 11

       “E io, quando sarò levato in alto da terra, tutto attirerò a me” (Jn 12,32).

       Cos’è questo «tutto», se non tutto ciò da cui il diavolo è stato cacciato fuori? Egli non ha detto: tutti, ma «tutto», perché la fede non è di tutti (2Th 3,2). Questa parola non si riferisce quindi alla totalità degli uomini, ma alla integrità della creatura: spirito, anima e corpo; cioè, quel che ci fa intendere, quel che ci fa vivere, quel che ci fa visibili e sensibili. In altre parole, colui che ha detto: “non un capello del vostro capo andrà perduto” (Lc 21,18), tutto attira a sé.

       Se invece vogliamo interpretare «tutto» come riferito agli stessi uomini, allora si deve intendere che con quella parola si indicano tutti i predestinati alla salvezza. In questo senso il Signore dice che di tutti questi nessuno perirà, come prima aveva detto parlando delle sue pecore. Oppure egli ha voluto intendere tutte le specie di uomini, di tutte le lingue, di tutte le età, senza distinzione di grado o di onori, di ingegno o di talento, di professione o di arte, al di là di qualsiasi altra distinzione che, al di fuori del peccato, possa esser fatta tra gli uomini, dai più illustri ai più umili, dal re sino al mendico: «Tutto» – egli dice – «attirerò a me», in quanto io sono il loro capo ed essi le mie membra.

         Agostino, Sermo Guelf., 3, 1-2

La morte del Signore è la nostra somma gloria

       Per conseguenza, ebbe con noi con una vicendevole partecipazione una meravigliosa relazione; era nostro, quello per cui è morto, suo sarà quello, per cui possiamo vivere. In effetti, egli diede la vita, che assunse da noi e per la quale morì, e dette la stessa vita, poiché egli era il Creatore; ma prese quella vita per la quale con Lui e per Lui saremo vittoriosi, non per opera nostra. E per questo, per quanto riguarda la vita nostra, per la quale siamo uomini, morì non per sé ma per noi; infatti, la natura di Lui, per la quale è Dio, non può morire completamente. Ma per quanto riguarda la natura umana di lui, che egli, come Dio, creò, è morto anche in essa: poiché anche la carne egli creò nella quale egli è morto.

       Non soltanto, quindi, non dobbiamo arrossire della morte del Signore, nostro Dio, ma ci dobbiamo grandemente confidare in essa e aver motivo di somma gloria: accettando infatti, la morte da noi, che egli trovò in noi, sposò nel modo più fedele la vita che ci avrebbe dato, che noi non possiamo avere da noi. In effetti, colui che ci amò tanto, che ciò che meritammo col peccato, egli, senza peccato, patì per noi peccatori, come colui che giustifica non ci darà ciò con giustizia? Come non ci restituirà, i premi dei santi, colui che promette con verità, colui che, innocente, sopportò la pena dei colpevoli?

       Confessiamo, dunque, fratelli, coraggiosamente, ed anche professiamo: Cristo è stato crocifisso per noi: non vi spaventate ma siate nella gioia; proclamiamolo non con vergogna ma con gioia. Osservò così il Cristo l’apostolo Paolo e raccomandò tale titolo di gloria.

       Ed egli, avendo molti titoli, grandi e divini, che egli ricordasse del Cristo, non disse di gloriarsi delle meraviglie del Cristo, poiché, essendo anche uomo, come siamo noi, ebbe il dominio nel mondo; ma disse: Per me di non altro voglio gloriarmi, che della croce del Nostro Signore Gesù Cristo (Ga 6,14).