Alberto Vianello “Il Battesimo della storia “

Il Battesimo della storia


SS. Trinità (anno B) –  30 maggio 2021

LETTURE Dt 4,32-34.39-40   Sal 32   Rm 8,14-17   Mt 28,16-20



COMMENTO

Per la festa della SS. Trinità, la liturgia ci offre la conclusione del Vangelo di Matteo, che ci riporta la forma trinitaria del Battesimo. Non si tratta soltanto di celebrare formalmente un rito: la missione che il Risorto affida alla Chiesa è quella di introdurre le persone nella relazione con Dio Padre nel Figlio Gesù Cristo per mezzo dello Spirito Santo. Vuol dire far conoscere, sperimentare la stessa vita di Dio e farvi partecipare l’uomo. Il mistero del Dio uno e trino non può essere oggetto di una astratta speculazione teologica né va considerato una lontana entità divina che ci sfiora con l’aria mossa dal suo mantello. Dio è un grembo fecondo di figli, a partire dal suo essere una comunione d’amore: riconoscere la Trinità comporta semplicemente il vivere come sue creature.
 
«Gli undici discepoli…»: È una comunità ferita, perché incompleta, in quanto è venuto meno Giuda. Per di più, gli Undici sono profondamente nel dubbio di fede: «Quando lo videro, si prostrarono. Essi però dubitarono». Teniamo conto, poi, che i migliori manoscritti del testo di Matteo non riportano il gesto dell’adorazione, così ci dicono che davanti al Risorto che appare loro, gli Undici reagiscono solo con il dubbio. È dunque una comunità monca e povera di fede.
Ma questo è il punto di partenza perché la Grazia sia veramente grazia di un amore gratuito, come è quello di Dio Trinità. Un punto di partenza non soltanto umano, ma anche geografico. Infatti Gesù, per vederlo risorto, aveva dato loro appuntamento in Galilea, da dove era partita la meravigliosa storia del suo annuncio del Vangelo («Beati i poveri…», Mt 5,3): era la terra delle «genti», del «popolo che abitava nelle tenebre», e che «vide una grande luce» (Mt 4,15-16). Il Vangelo è iniziato – e continua – come rivelazione di un Dio che, in Gesù Cristo, va in cerca dell’uomo più perduto (in se stesso e nel suo rapporto con il Signore) per attirarlo a sé, per prendersene cura, per innamorarlo di Dio, nello Spirito. In questo modo, la nostra miseria umana non è una condanna, ma la cifra dell’amore di Dio: «Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi» (Rm 5,8).
 
In questo limite e in questa mancanza dei discepoli (la Chiesa!), Gesù fa abitare nella sua totalità: «A me e stato dato tutto il potere»; «Fate discepoli tutti i popoli»; «Insegnate a osservare tutto ciò che vi ho comandato»; «Io sono con voi tutti i giorni». La totalità del potere è e resta nelle mani del Signore Gesù: non viene consegnato alla Chiesa. Libera dalla preoccupazione di avere il potere, la Chiesa può allora veramente dedicarsi alla missione con lo spirito del servizio, cioè di chi si sente inferiore (e non superiore perché porta la rivelazione e la fede). Così può raggiungere ogni gente, soprattutto i più lontani esistenzialmente (e non solo geograficamente): chi ha più bisogno di sentirsi amato da Dio e sostenuto nella sua vita.
Ma la povertà ecclesiale è anche provvidenziale situazione favorevole per far spazio al Risorto. Oggi allarma e deprime l’abbandono della gente alla frequentazione della Chiesa. Forse quelli che consideravamo “vicini” non lo erano davvero. Ma è l’occasione opportuna per allargare l’orizzonte. Forse è necessario essere anche un po’ sognatori. Come lo era Gesù, che vedeva campi di grano maturo che ondeggiavano, quando invece mancavano ancora quattro mesi alla mietitura, per il semplice fatto di aver parlato di Spirito Santo a una donna samaritana dai cinque mariti (cfr. Gv 4,34-39).
 
Ma la totalità di Cristo riguarda anche la storia («tutti i giorni»): dove il «mistero di iniquità opera» (2Ts 2,7), ma anche dove ha abitato senza riserve il Figlio di Dio e la sua opera di salvezza, vincendo definitivamente la pretesa del male di condizionare la storia.
Ogni giorno vediamo all’opera il male, ma ogni giorno il Signore Gesù è con noi. È il Battesimo, nella Trinità, della storia: l’ultima parola di Gesù è la promessa di questa presenza perenne e quotidiana. Così il Vangelo di Matteo osa andare anche oltre l’Apocalisse («Io verrò presto», 22,20), facendo dire a Gesù: «Io sono con voi». È il linguaggio dell’Alleanza. Dove abita ora Dio? Non più nel tempio, luogo della divina presenza. «Ora» la Presenza è là dove due o tre sono radunati nel nome di Gesù (cfr. Mt 18,20). Sono insieme per pregare il Signore per una questione di ferite alla comunione fraterna (cfr. Mt 18,15-18). Allora Gesù è la presenza divina nella storia in ogni situazione nella quale l’uomo si appassiona, si dedica e si spende per vivere relazioni d’amore, riflesso delle relazioni nella “famiglia” divina, di Padre, Figlio e Spirito Santo.
 
Alberto Vianello