Riccardo Becchi”Un profeta non è disprezzato che nella sua patria”

XIV Domenica del Tempo Ordinario (Anno B)  (04/07/2021)

Vangelo: Mc 6,1-6

Un profeta non è disprezzato che nella sua patria


Nel vangelo di oggi, secondo Marco, a Nazaret Gesù si incontra con il disprezzo
e con l’incredulità dei suoi concittadini che, conoscendo l’umiltà della sua
condizione di origine, vedono in lui solo l’uomo che, fino a 30 anni, ha fatto il
carpentiere. Non è possibile che Dio parli attraverso un uomo così semplice. La
gente di Nazaret vuole ignorare chi è Gesù e mentre alcuni si stupiscono della sua
saggezza, altri sono sconvolti e lo rifiutano. L’avvenimento concretizza in certo
modo la rottura tra Gesù e la religione del suo Paese: Israele non accetta un Messia
umile e nascosto. Come i loro padri si erano comportati con i profeti, così gli
Israeliti si comportano con Gesù.
Molte sono le ragioni del fallimento e del rifiuto del popolo eletto.
Anzitutto gli errori di interpretazione della legge. Il popolo ha soffocato nella
lettera un documento pieno di tensione escatologica; ha ridotto la missione e la
figura del Messia alle dimensioni di un quadro troppo umano e troppo nazionalista.
Alcuni hanno creduto di poter essere sufficienti a se stessi e si sono chiusi ad
ogni iniziativa di Dio. Accecati dalla preoccupazione di vantaggi terreni, altri ebrei
hanno trascurato i segni che Dio loro mandava.
Anche il culto è stato deformato nel formalismo e il tempio è diventato un luogo
di prestazioni cultuali senza un vero impegno personale.
Gesù si presenta al suo paese non come semplice cittadino che fa una visita alla
sua famiglia; egli ci va con i suoi discepoli nel pieno esercizio della sua qualità di
Rabbì, dotato di saggezza e di autorità fuori dal comune.
Tali sue qualità eccezionali sono poste in netto contrasto con la sua origine; la
sua gente “si scandalizza di lui” e non lo accetta per quello che lui é veramente .
Ma Gesù non è venuto per confermarci nelle nostre sicurezze; la sua persona è
sempre segno di contraddizione, la sua parola ci provoca a fare delle scelte, a
comprometterci, ad uscire dalle nostre posizioni di equilibrio, a scuotere la nostra
tranquillità: è questo che ci da fastidio, ci irrita.
In un mondo che cerca di vivere nella tranquillità, di approfittare egoisticamente
dell’oggi, il profeta diventa per forza un segno di contraddizione, una pietra di
inciampo, uno scandalo.
Di fronte a questo rifiuto Gesù non può compiere dei miracoli. Abbiamo visto
infatti, domenica scorsa, che i miracoli sono legati alla fede, e solo la fede permette
all’uomo di incontrarsi con la potenza salvifica di Gesù. Per questa gente i miracoli
sarebbero stati solo dei prodigi e non dei segni della nuova realtà creata dalla fede
ed ecco perciò che Gesù in patria si limita solo ad insegnare.
Marco ha cura di non presentare Gesù come un mago, ma come il Figlio di Dio
che libera l’uomo dalla sua contingenza: il peccato, le malattie, la morte. Ma questa
salvezza avviene in un solo ambito: nell’ambito della fede.
I suoi compaesani non riescono a rendersi conto della sua condizione divina.
Per essi Gesù non è altro che il carpentiere; le sue origini, i suoi parenti poveri
non possono che suscitare ironia e favorire il tentativo di smitizzare la figura di
Gesù. Gesù si sentì come bloccato nel suo paese natale, appunto perché lì mancava
praticamente la fede: “e si meravigliava della loro incredulità”.
A
Nazaret avrebbero forse accettato di buon grado un Gesù “superuomo”, nelle
vesti di capo carismatico in lotta contro il potere romano. Ma la realtà che avevano
sotto gli occhi era per essi una delusione. E’ l’amara sorpresa di fronte al rifiuto
preconcetto, è la delusione davanti al vuoto spirituale di chi cerca solo spettacolo, è
lo sconcerto di fronte alla grettezza ed alla cattiveria.
Gesù denuncia implicitamente la falsa religiosità che si rifiuta di riconoscere
l’intervento di Dio all’interno di un evento o di una persona che risultano
quotidiani. E invece la rivelazione divina passa proprio attraverso l’incarnazione; la
presenza di Dio è invisibile ai falsi “religiosi”, proprio per la sua visibilità nella
“normalità” quotidiana.
Altra reazione di Gesù è : “nessuno profeta è considerato nella propria patria”.
Gesù qui si ricollega alla figura dei profeti dell’Antico Testamento che, come
Ezechiele, erano rifiutati proprio dai loro concittadini, erano emarginati,
“scomunicati”, perseguitati, come Geremia, dai loro stessi correligiosi.
La nota fondamentale di questo testo è che la fede precede i miracoli, almeno
quella fede iniziale di chi è aperto all’azione di Dio e non chiuso nei suoi
preconcetti e pregiudizi. La società del benessere, come insegna uno splendido
passo del Deuteronomio (c.8), è l’occasione per far nascere il “dimenticare” proprio
della sazietà ottusa e questo è un rischio che tutti possono correre.
La parola del profeta è allora provocazione, è segno di contraddizione,
inquietudine, ansia; la Parola perfetta di Gesù è ugualmente urgenza e
provocazione, “stoltezza per i Greci e scandalo per i Giudei” (1 Cor 1, 23).