Don Marco Ceccarelli Commento XXVI Domenica Tempo Ordinario “B”

XXVI Domenica Tempo Ordinario “B” – 26 Settembre 2021
I Lettura: Nm 11,25-29
II Lettura: Gc 5,1-6
Vangelo: Mc 9,38-48

  • Testi di riferimento: Es 21,17; 22,28; 23,33; Pr 20,20; Is 9,16; Ez 22,7; Mt 5,22.29-30; 10,25;
    12,30; 18,8-9; Mc 3,15.28-30; 7,10; 9,36-37; 14,21; At 19,9.13-16; Rm 14,13.15.21; 16,17; 1Cor
    1,12; 3,1-2.23; 5,1-5; 8,12-13; 9,27; 11,17; 12,3; 14,32.36-40; 2Cor 6,3; 10,7; 2Ts 1,9; 1Gv 4,2-3;
    2Pt 2,2; Ap 18,21
  1. La funzione della gerarchia nella Chiesa.
  • Nel nome di Gesù. Nel brano odierno di Vangelo si continua il discorso riguardo la “gerarchia”
    iniziato nel Vangelo di domenica scorsa con la discussione dei discepoli su “chi fosse il più grande”. Ora però qualcuno che non appartiene alla cerchia dei dodici che Gesù portava con sé, opera
    miracoli nel nome di Gesù. Quel potere di scacciare i demoni che Gesù aveva dato agli apostoli in
    Mc 3,15 non è quindi una loro prerogativa esclusiva. Anche altri possono farlo, se lo fanno nel nome di Gesù. Ovviamente ciò non sarebbe possibile senza lo Spirito di Gesù stesso, senza essere dei
    credenti in lui. In At 19,13-16 si legge che «alcuni esorcisti giudei nominavano il nome di Gesù su
    alcuni posseduti dagli spiriti malvagi … ma un uomo in cui era lo spirito malvagio fu più forte di
    loro e li malmenò così che dovettero fuggire via nudi e feriti». Ciò significa che l’uso del nome di
    Gesù non ha niente a che fare con la magia. Si può far uso del suo nome, cioè del suo potere, soltanto se si è dei suoi, se si possiede tale potere, cioè lo Spirito Santo. Fare qualcosa “nel nome di Gesù”
    (Mc 9,37.38.39.41) significa farlo per amore suo, in onore di lui, in comunione con lui; e quindi non
    a nome proprio, per amore proprio, per un proprio tornaconto. «Lo Spirito soffia dove vuole. Ma la
    volontà dello Spirito non è arbitrio … Perciò non soffia da qualunque parte, girando una volta di
    qua e una volta di là» (Benedetto XVI, Veglia di Pentecoste 2005). In altre parole, lo Spirito soffia
    dove vuole, ma non a casaccio.
  • Permettendo anche ad altri l’uso del suo nome per cacciare i demoni Gesù non sminuisce il gruppo
    dei dodici. Anzi, implicitamente afferma che essi hanno il potere di impedire, anche se in questo caso non devono farlo perché i loro avversari non stanno fra quelli che operano in nome di Cristo. La
    gerarchia deve accettare la libertà dello Spirito. Nessuno nella Chiesa può avere il monopolio dello
    Spirito.
  • Si tratta sempre dell’unico e medesimo Spirito. Lo Spirito che agisce per vie carismatiche non è
    mai in contraddizione con lo Spirito presente nella gerarchia. Lo Spirito è sottomesso allo Spirito.
    In 1Cor 14,32.36-40, Paolo afferma di svolgere una funzione gerarchica di controllo sugli “spiriti”
    che operano nella comunità, sui “carismatici”. Chi opera per mezzo dello Spirito non può disconoscere che il comando della gerarchia proviene dallo stesso Spirito. Anche i “gerarchi” sono profeti
    (1Cor 14,32; vedi inoltre la prima lettura).
  • Chi è per noi e chi no. La gerarchia deve discernere chi veramente sta dalla parte di “noi” (v. 40),
    cioè di Cristo e la Chiesa. Gli apostoli hanno questo compito di isolare chi “maledice” Cristo, chi
    dice male di lui attraverso, per esempio, insegnamenti contrari. Il “dire male” (v. 39: kakologhesai)
    indica la bestemmia contro Cristo, la negazione della sua funzione salvifica. Chi bestemmia contro
    Cristo, cioè rifiuta di riconoscere in lui l’inviato del Padre per la sua salvezza, si autoesclude da essa. Chi agisce sotto l’impulso dello Spirito non può dire subito “Cristo è anatema” (1Cor 12,3). Ciò
    non esclude che lo possa fare in seguito, nel momento in cui non fosse più sotto l’azione dello Spirito.
  • Il principio di sussidiarietà. Implica che il potere superiore riconosca quello inferiore e gli offra i
    mezzi per adempiere la sua funzione. Il ruolo dei dodici è fondamentale perché si è di Cristo se si è
    dalla parte degli apostoli. Gesù si identifica con essi. Attraverso gli apostoli Cristo trasmette la sal-
    vezza agli uomini. Però questo avviene attraverso una larga partecipazione di ministeri e carismi
    che gli stessi apostoli devono riconoscere e sostenere.
  1. Lo scandalo.
  • Il tema che prevale nel nostro brano di Vangelo è dunque quello dell’impedimento. Dopo aver detto nel v. 39 “non glielo impedite (me kolúete)”, Gesù passa a parlare dello scandalo. Il significato
    biblico del verbo scandalizzare è quello di “porre un intralcio”, un inciampo, un ostacolo che impedisce di proseguire in una certa direzione. Gesù afferma che, per chi ostacola o impedisce a un piccolo nella fede di proseguire nel suo cammino verso di lui, nella sua adesione di fede in lui, nel suo
    apprendimento della volontà divina, sarebbe meglio che lo si gettasse in mare con una macina da
    mulino (di quelle così grosse che dovevano essere girate da un asino), al collo (v. 42). Venire trascinato in fondo al mare da una pietra pesantissima e affogare senza via di scampo. È una affermazione terribile, probabilmente la più tremenda pronunciata da Gesù, che fa capire quanto sia grave
    lo scandalo, l’impedire cioè a qualcuno di accogliere la salvezza che viene da Cristo. È qualcosa di
    simile a quanto Gesù dice di colui che lo tradisce: «meglio per lui se non fosse mai nato» (Mc
    14,21). Soltanto se capiamo cosa significhi accedere alla salvezza, quella salvezza che ha portato
    Cristo, e per realizzare la quale ha sofferto il patibolo della croce, possiamo capire il perché di
    un’affermazione così dura. Rifiutare la salvezza agli altri o a se stesso è peggio che non essere mai
    venuti al mondo.
  • L’unico altro luogo in Mc in cui si usa l’espressione me kolúete è in 10,14,sempre rivolto ai discepoli. Gesù comanda loro: «lasciate che i bambini vengano a me e non glielo impedite». Si può intendere nel senso che Gesù è il maestro a cui i bambini nella fede devono andare per essere istruiti.
    Ci si può chiedere quand’è che impediamo a dei bambini di andare a Cristo. Non è soltanto, per
    esempio, quando dei genitori impediscono ai figli di andare in Chiesa, di continuare nella formazione catechistica. Ma anche quando impediamo al bambino che è in noi di essere discepolo di Gesù.
    In un certo senso siamo sempre bambini nella fede (1Cor 3,1-2). In Rm 14,13 Paolo raccomanda di
    non giudicare per non porre un inciampo o uno scandalo al fratello. Dunque abbiamo bisogno sempre di far crescere nella fede quel bambino che è in noi; ma spesso c’è qualcosa, c’è uno “scandalo”,
    che glielo impedisce.
  • La mano, il piede, l’occhio. Continuando ad usare espressioni forti Gesù per tre volte afferma che
    non si deve permettere a nulla di impedirci di entrare nella vita/regno. Entrare nel regno di Dio significa entrare nella vita, e viceversa. Non è soltanto la volontà di rimanere nel “regno” del peccato
    che ci impedisce di entrare nel regno di Dio; può essere anche un attaccamento sbagliato a realtà
    buone. Parlando di mano e piede da tagliare e di occhio da gettare via, Gesù sta parlando di cose
    ovviamente buone. A volte ciò che ci impedisce di andare a Cristo sono proprio le tante altre cose
    buone che riteniamo importanti, magari più importanti di Cristo. Eppure lui è l’unica cosa buona,
    l’unica cosa necessaria (Lc 10,42) ai fini del regno di Dio. Per questo Gesù dice che qualsiasi cosa
    ci scandalizzi, cioè ci impedisca di andare a lui, occorre tagliarla, cioè privarcene, fosse anche una
    mano o un piede. Possedere il regno di Dio vale più di qualsiasi altra cosa, compresa la vita fisica,
    come hanno testimoniato i martiri. Se non si arriva alla fede in Cristo si è separati dalla salvezza e si
    rischia di non entrare nella vita. E a che serve se si guadagna il mondo intero se si perde la vita?
    (Mc 8,36). Meglio perciò separarsi da qualsiasi cosa pur di non perdere lui