LA FESTA DI TUTTI I SANTI.
1° novembre 2021, Solennità di tutti i Santi, Ap 7,2-4.9-14; Salmo 23; 1Gv 3,1-3; Mt 5,1-12
2 novembre 2021, Commemorazione dei defunti
1) La Ognissanti, festa della felicità.
Le letture di questa festa ci aiutano a capire chi è veramente il cristiano. Cristiano è colui che come Cristo vive le beatitudini da Lui pronunciate nel gran discorso della montagna (Vangelo). Cristiano è chi porta il sigillo di Dio sulla fronte e indossa la bianca veste lavata nel sangue dell’Agnello (prima lettura). Cristiano è colui che è stato fatto figlio di Dio e vive con l’ardente speranza dell’incontro definitivo con il Padre (seconda lettura).
Penso sia giusto leggere o ascoltare le Beatitudini come autoritratto di Gesù e come indicazioni autorevoli per poter far parte di questo ritratto di una Persona felice che porta la felice notizia che Dio è presente tra noi e in noi.
“Beati…” cioè “Felici”; è la nostra vocazione; una vocazione che, sicuramente abbiamo visto realizzata in tante persone, che hanno fatto parte della nostra vita, della nostra piccola storia personale, o che sono ancora presenti in essa: persone che ci mostrano concretamente la via da percorrere, persone che ci incoraggiano e ci aiutano, con la loro testimonianza, a camminare sulla via di una santità quotidiana, seria e generosa.
2) Perché una festa di Ognissanti?
Per celebrare Dio, facendo memoria di uomini veri, che hanno accolto Dio pienamente nella loro vita. La festa di Ognissanti è un grandioso invito all’autenticità, è una presa di coscienza del mistero infinito della nostra vita: Dio è Amore, ci ama e siamo santi quando siamo radicati e fondati in questo vero Amore.
Per fare memoria che “tutto è Grazia” e per rendere vera in ogni fedele la frase con la quale Bernanos termina il suo libro “Diario di un Curato di campagna”: “Ho una nostalgia sola, quella di non essere santo”.
Purtroppo oggi la parola “santo” sembra fuori moda, inadeguata all’oggi. Suona come un’eco di un mondo passato, lontano. Spesso viene usata in modo ironico, la parola santo viene usata per dire che uno è un ingenuo. Si preferisce l’espressione “buon uomo” per indicare che uno si dedica generosamente al bene comune, e “galantuomo” per dire che una persona è moralmente ineccepibile: un modello da imitare.
Per i cristiani il “modello” da imitare è il Santo, che non è solo un protettore a cui ricorrere in caso di bisogno. Un modello non solo di vita buona spesa per gli altri, ma di risposta all’amore di Dio. E’ un modello di uomo vero, autentico che aderisce a cristo e con Cristo diventa pietra angolare per il mondo intero.
I santi non sono una categoria particolare di uomini, separati dagli altri da una grata e guardati da noi spettatori, che li osserviamo dal basso e dal di fuori. Essi mostrano con la loro vita che il programma dell’amore, che Gesù sviluppa nel Discorso della Montagna in cui enuncia le Beatitudini, è di una semplicità e chiarezza travolgente.
3) Come diventare santi?
Rispondo dando quattro suggerimenti.
Prima di tutto, domandandolo umilmente e quotidianamente al Signore. In secondo luogo, chiedendo al buon Dio la grazia di credere alle Beatitudini e di praticarle. Terzo, facendo nostra la frase di Paul Claudel nell’ “Annuncio a Maria” : “Santità non è farsi lapidare in terra di Paganìa o baciare un lebbroso sulla bocca, ma fare la volontà di Dio, con prontezza, si tratti di restare al nostro posto, o di salire più alto”. Infine “contemplare il volto dei Santi e trovare conforto nei loro discorsi”, e capiremo che “tutto è grazia”. E’ una chiamata a riscoprire che noi siamo autentici, veri, che noi raggiungiamo il perfetto compimento della nostra vocazione di uomini quando entriamo in un dialogo d’amore in cui ci si “perde” in Dio, facendo la sua volontà cioè realizzando il suo amore.
Santa Teresa del Bambin Gesù (morta a 24 anni) ha mostrato che essere santi, non è il risultato di uno sforzo dell’uomo, ma un dono di Dio da condividere. Questa Santa Suora di Lisieux è universalmente conosciuta come la Santa che ha insegnato al mondo la “Piccola via dell’infanzia spirituale” e ha parlato spesso della necessità di “farsi piccoli davanti a Dio” e di aver trovato “una via tutta dritta, molto breve, una piccola via tutta nuova” per andare in cielo.
C) LA COMMEMORAZIONE DI TUTTI I MORTI
1) Ricordare i nostri morti anche come maestri.
La santità non è una anormalità, essa è la norma. La santità non è una connotazione morale, ma il frutto della grazia di Dio nella persona umana e nella Chiesa. Ma se i santi sono modelli e maestri di vita cristiani, non va dimenticato che anche i morti lo sono. Che senso avrebbe andare al cimitero per visitare le tombe dei nostri defunti, se non credessimo nella Risurrezione e se non coltivassimo la fede nella risurrezione nostra ed dei nostri cari, che ci hanno preceduto nella vita e nella fede?
Don Primo Mazzolari, parroco di Bozzolo, non grande paese della mia diocesi di Cremona, diceva che il cimitero può essere «la prima chiesa del villaggio, cioè una scuola, una casa di giustizia e una casa di riparazione. Se anche tacessero le campane sul campanile, se la chiesa domani non fosse più e il prete non potesse più parlare, finché rimarrà il cimitero in un paese, Dio avrà il suo profeta e la religione i suoi preti. Perché i morti sono i profeti e gli angeli di Dio, i quali gridano a noi: fratelli la vita non è qui, ma lassù».
Rechiamoci dunque al Cimitero non per commemorare i defunti come ombre, ma come persone che trovandosi al cospetto di Dio ci possono fare capire la sua parola d’amore, di Padre che tutti accoglie.
2) La preghiera santifica.
E preghiamo per i nostri morti. Anche S. Agostino sottolinea la grande importanza delle preghiere per i defunti dicendo: “Una lacrima per i defunti evapora, un fiore sulla tomba appassisce, una preghiera, invece, arriva fino al cuore dell’Altissimo”. E stiamo sereni perché “non si pèrdono mai coloro che amiamo, perché possiamo amarli in Colui che non si può perdere” (Sant’Agostino).
Ricordiamo i defunto soprattutto con la Santa Messa, perché i morti sono santificati come i vivi dai doni dell’altare. A questo riguardo Nicola Cabasilas scrisse “Questo divino e sacro rito della Messa risulta doppiamente santificante. In primo luogo per l’intercessione. Infatti i doni offerti, per il solo fatto di essere offerti, santificano coloro che li offrono e coloro per i quali sono offerti e rendono misericordioso Dio nei loro riguardi. In secondo luogo santificano per mezzo della Comunione, poiché sono un vero cibo ed una vera bevanda, secondo la parola del Signore.
Di queste due maniere la prima è comune ai vivi ed ai morti, poiché il sacrificio si offre per entrambe le categorie. Il secondo modo vale per i soli vivi, poiché i morti non possono né mangiare né bere. Che dunque? Per questa ragione i defunti non beneficeranno di questa santificazione e sono meno avvantaggiati dei vivi? Per nulla. Poiché il Cristo si comunica a loro nel modo che egli sa” (Da “Spiegazione della Divina Liturgia”, cap. XLII).
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