Don Marco Ceccarelli Commento III Domenica di Quaresima, Anno “C”

I Lettura: Es 3,1-8.13-15
II Lettura: 1Cor 10,1-6.10-12
Vangelo: Lc 13,1-9

  • Testi di riferimento: Gen 4,10; Gen 18,20-21; Es 1,10-11; 2,23; 14,10; 22,22; Lv 25,4; Gdc 10,12;
    Ne 9,9; Sal 9,13; 81,8; 107,19; 142,4; Is 5,7; 19,20; 34,8; 63,4; Ez 14,6; 18,30; Mt 7,19; Lc 3,9;
    4,18-19; 5,32; 10,13; 11,32; 15,7.10; 16,30-31; 18,7-8; 19,42-44; 24,47; Gv 9,2; At 11,18; 17,30;
    28,4; 2Cor 6,1-2; Ap 2,21-22
  1. La prima lettura.
  • Si presenta il primo intervento di Dio nella storia della liberazione dall’Egitto, il primo di una lunga lista di atti di misericordia (come sottolineato dal salmo responsoriale) verso gli israeliti schiavi del Faraone. Dio motiva il suo intervento così: «Ho visto l’afflizione del mio popolo che è in Egitto, ho udito il suo grido di fronte ai suoi oppressori …» (Es 3,7). Il “grido” a cui si fa riferimento è quello degli israeliti in Es 2,23; non si tratta un grido a qualcuno, ma semplicemente di una manifestazione di sofferenza per la dura schiavitù. E tuttavia quel grido sale a Dio. Il “grido” nella Scrittura indica la reazione spontanea ad una situazione di ingiustizia e oppressione, e la ricerca, magari anche solo implicita, di aiuto (vedi testi di riferimento). Esprime una situazione di estrema impotenza e allo stesso tempo fa, consapevolmente o no, appello all’intervento di una forza “superiore”. Il grido, per natura sua, esprime una sofferenza e invoca un aiuto, una salvezza. Il grido degli oppressi sale sempre a Dio, anche quando essi non ne fossero consapevoli. Dio non è mai indifferente a questo grido; non è insensibile al grido del povero, dell’oppresso, di qualsiasi tipo egli sia. «Dio libera il povero che grida e il misero che non trova aiuto» (Sal 72,12), anche quando, paradossalmente, tale povero fosse oppresso dal popolo stesso di Dio. Il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, cioè il Dio della rivelazione, il Dio di Gesù Cristo, il nostro Dio, si rivela come un Dio che si dà pensiero per l’oppresso e non mancherà di intervenire per operare un esodo, un ribaltamento di situazione. Il grido di Gesù sulla croce (Mt 27,50) annuncia già nel momento della sua morte tale ribaltamento.
  • “Le misericordie di Dio sono infinite”. Nonostante tutti gli atti di misericordia che Dio ha compiuto con gli israeliti per farli entrare nella Terra Promessa, “la maggior parte di loro non fu gradita a Dio e perciò furono sterminati nel deserto” (seconda lettura). La misericordia di Dio non è sufficiente per salvarsi! Occorre anche un’altra cosa. Occorre la conversione.
  1. Il Vangelo.
  • La tematica principale di queste tre domeniche (anno C) che precedono la domenica delle Palme è quella della conversione. La conversione è l’atteggiamento fondamentale – e possiamo dire unico richiesto da Dio al suo popolo. Tutta la Quaresima è una grande chiamata a conversione. Ma in tutta la vita del cristiano, in tutta la sua esistenza terrena, risuona continuamente questo appello, se è vero che Gesù ha predicato: Convertitevi! La conversione implica un “tornare indietro” da una via sbagliata, esprime il pentimento per una azione o per uno stile di vita contrari alla volontà di Dio. Si tratta cioè di riconoscere il nostro bisogno di essere salvati, premessa fondamentale per accogliere la salvezza gratuita di Dio. E si tratta di riconoscere da dove veramente viene la salvezza. La chiamata a conversione è una conseguenza all’annuncio della venuta del regno di Dio (Mc 1,14-15) e della chiamata ad entrare in esso. Poiché il regno si è fatto vicino nella persona di Cristo, occorre “volgersi” ad esso, poiché soltanto in esso troveremo la salvezza.
  • Buona o cattiva notizia? Una domanda che ci potremmo fare innanzitutto davanti al brano di Vangelo odierno è se in esso si esprima una buona notizia o una cattiva. Siamo abituati a considerare il “vangelo” come una “buona notizia”; ma forse non riflettiamo a sufficienza sul fatto che una notizia difficilmente è buona per tutti o sotto ogni aspetto. Una notizia può avere contemporaneamente sia un lato piacevole che uno sgradito; e/o può dare gioia a qualcuno e dispiacere a qualcun altro. Così nel nostro brano qualcuno potrebbe considerare principale – e positivo – l’aspetto che sottolinea l’opportunità che Dio offre per la conversione, il tempo che ci mette a disposizione per accogliere la salvezza; mentre qualcun’altro potrebbe sentirsi infastidito dalla determinazione con cui si esprime l’imprevedibilità della fine del tempo che si ha a disposizione.
  • Il tempo per la conversione. Proprio perché in Luca è così forte questa tematica, troviamo continuamente un richiamo all’oggi (Lc 4,21; 19,5.9; 23,43), al momento presente, a non aspettare un domani per convertirsi. La salvezza è presente adesso in Cristo e si può essere salvati ora. Rimandare l’accoglienza della salvezza può essere fatale; può arrivare infatti la fine del tempo disponibile.
    Rimandare significa in fondo o che si sta credendo di non avere bisogno di essere salvati o che la salvezza non è presente qui ed ora, a mia disposizione, e che magari la sto cercando ancora da altre parti. Non ritarderei un istante nel prendere una medicina della quale sono sicuro che mi può salvare la vita. Se ritardo è perché in fondo non ci credo, perché non mi sento veramente bisognoso di tale medicina. Ma il tempo della conversione non è infinito. Il tempo è limitato, e non sappiamo quanto.
    La Quaresima è “segno sacramentale della nostra conversione” perché è immagine della nostra vita presente che è limitata, che finisce, e spesso in maniera imprevista. È il tempo in cui, preparandoci per la vita futura, ci è data la possibilità di convertirci. Ma se perdiamo tempo rischiamo di «perire allo stesso modo» (vv. 3.5). Esiste la possibilità di un “troppo tardi” (Lc 19,42-44).
    [A volte si dice per incoraggiare a non disperare: “non è mai troppo tardi per convertirsi”. È vero nel senso che “finché c’è vita c’è speranza” e non dobbiamo mai dubitare del potere della grazia di Dio di cambiare la nostra vita. Ma dovremmo anche ricordarci che arriva un momento in cui è troppo tardi. E allora dovremmo anche dire che “non è mai troppo presto per convertirsi”].
  • «Allo stesso modo» (vv. 3.5). La parabola dei vv. 6-9 serve a spiegare cosa si intende per «allo
    stesso modo». Gesù aveva annunciato all’inizio del suo ministero che c’è un anno di misericordia, “un anno di grazia” (Lc 4,19) che Dio concede al popolo per la sua conversione. “Un anno” significa un tempo determinato, non quantificabile; un tempo che ha una scadenza e che noi non possiamo determinare, che è nelle mani di Dio. Perciò non possiamo fare affidamento sul futuro, ma soltanto sull’oggi di questo tempo e approfittare di questo oggi per convertirci, per lasciare il peccato, per accogliere la misericordia di Dio, perché questo oggi è il tempo della salvezza (2Cor 6,2). Se non approfitto, se non mi converto, farò la fine di chi viene colto da una morte improvvisa senza possibilità ulteriore di conversione. L’anno di grazia ha una scadenza, ha un termine che noi non conosciamo. E soprattutto l’anno di grazia definitivo è quello inaugurato da Cristo. Se nemmeno con lui siamo disposti ad accogliere la misericordia, non ci sarà data un’altra possibilità. “Allo stesso modo” significa dunque senza un’ulteriore possibilità di conversione, senza una dilazione. Così è successo agli ebrei nel deserto. Hanno avuto un tempo per imparare la fede, per imparare a fidarsi di Dio. E ad un certo punto quel tempo è finito e nessuno di loro è potuto entrare nella terra promessa.
    Ma quelle cose «accaddero a loro in figura e sono state scritte per ammonimento nostro» (seconda lettura). Se abbiamo perso il tempo che ci è stato dato per convertirci non ce ne sarà dato altro. È oggi il momento di lasciare il peccato, di accogliere Cristo e la possibilità che lui ci dà di ricevere la misericordia di Dio, cioè la rigenerazione, la vita nuova.
  1. La falsa conversione.
  • Esiste anche una falsa conversione o falsa penitenza. È quella di chi ritiene che la sua vita vada bene così com’è, che non ci sia nulla nel suo modo di pensare, nelle sue convinzioni, nel suo modo di gestire la vita che vada cambiato. Di chi non si pone mai la domanda: forse c’è qualcosa nella mia vita che deve essere cambiato; forse devo mettermi alla ricerca della verità. Questo tipo di persona, anche se mostra una “parvenza di pietà” come gli ipocriti (Sal 36,2), in realtà non ha minimamente un atteggiamento di conversione. La sua penitenza è una illusione (Sal 36,3); anzi, può diventare un atteggiamento di orgoglio di chi, invece di usare il digiuno, la preghiera e l’elemosina
    come un mezzo di conversione, li usa per mettersi una ulteriore medaglia.
  • La vera penitenza è l’atteggiamento di conversione mostrato dal figlio prodigo in Lc 15,18-19:
    «Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi operai». Chi veramente si considera un peccatore sa di non meritarsi nulla; sa che anche l’ultimo posto è troppo per lui. Per questo non si inquieta se viene messo all’ultimo posto, se viene trattato male, ingiustamente.
    È l’umiltà, cioè la verità (in contrasto con la menzogna in cui vive l’ipocrita) di chi si conosce, di chi veramente ha coscienza dei suoi peccati e desidera convertirsi. La vera conversione implica un atteggiamento costante di ricerca della verità, sapendo che noi tendiamo a cadere continuamente nell’errore. Il vero penitente non presume di essere nella verità, di vederci bene, ma sa di essere un cieco, sempre bisognoso di essere illuminato dalla luce della verità.
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