Don Marco Ceccarelli Commento V Domenica di Quaresima, Anno “C” – 3 Aprile 2022

I Lettura: Is 43,16-21
II Lettura: Fil 3,8-14
Vangelo: Gv 8,1-11

  • Testi di riferimento: Lv 20,10; Nm 5,17.23; Dt 17,6-7; 22,22-24; Sal 45,11; Pr 28,13; Is 1,16-18;
    35,6-10; 42,9; 48,6; Ez 18,23.32; 33,11; Mt 7,1-5; Lc 1,48; 5,10; 9,62; Gv 3,17-19; 5,14; 12,47-48;
    Rm 2,1-3.22; 3,9; 5,20-21; 8,1-3.34; 11,32; 1Cor 5,12; 9,24-26; 2Cor 5,16-17; 1Tm 1,15; Gc 4,12;
    2Pt 3,9; Ap 2,21-22; 21,5
  1. Il peccato. Come tutto Giovanni, anche il brano di Vangelo odierno suscita varie domande e si presta a tanti spunti di analisi. Tuttavia, è utile andare subito al cuore dell’episodio. L’adultera del brano fa parte di quella categoria di persone che dalla legge ebraica (il nostro Antico Testamento, non dimentichiamolo!) erano condannate a morte a causa del loro peccato. Questo tipo di pena era giustificata con la necessità di «togliere il male di mezzo a te» (Dt 13,6; 17,7; 19,19; 22,21.24;
    24,7). L’uccisione del peccatore non era un atto di vendetta. Si trattava di un “provvedimento” che partiva dalla consapevolezza, da un lato, che la causa del male è il peccato e che occorreva eliminarlo; e d’altro lato che il peccato era una realtà così “incarnata”, talmente radicata nel cuore dell’essere umano (cfr. Gen 8,21; Ger 17,1) che non si vedeva altra possibilità di estirparlo se non eliminando il peccatore stesso. Per “togliere il male di mezzo a te” occorreva uccidere il peccatore.
    Certo, sarebbe stato auspicabile che ci fosse stato il modo di eliminare il male senza la persona, perché «Dio non si compiace della morte del peccatore, ma che si converta dalle sue vie e viva» (Ez 33,11). Ma la conversione del peccatore, cioè la possibilità che nel malvagio si realizzasse una sostanziale guarigione, un vero cambiamento di vita, sembrava in certi casi praticamente impossibile.
  2. I testimoni.
  • Secondo Dt 17,7 i testimoni di un fatto che implica la pena di morte sono “i primi” che devono scagliare le pietre per lapidare il colpevole. Coloro sulla cui testimonianza viene messa a morte una persona si devono assumere la responsabilità di quella morte. Perché, nel caso in cui essi avessero testimoniato il falso, il sangue di quell’innocente sarebbe ricaduto su di loro. Si tratta di una responsabilità estremamente grave. Per i falsi testimoni era prevista la stessa pena di colui che essi accusavano. Al v. 7 del Vangelo odierno Gesù chiama dunque in causa questa norma; d’altro lato però invece di dire “testimone” dice «colui che è senza peccato» (v. 7).
  • In At 26,16ss. si dice che Paolo è stato costituito «testimone di quelle cose che ha visto»; egli deve annunciare ciò che ha sperimentato da parte di Dio, vale a dire il passaggio dalla cecità alla vista e la remissione dei peccati (At 26,18). Egli è diventato testimone davanti agli uomini di quello che è avvenuto in lui. Dunque il vero testimone è colui che guarda a se stesso e non all’altro, chi guarda ai propri peccati e non ai peccati dell’altro. È colui che ha capito che il male, quel male che si vorrebbe eliminare eliminando il malvagio, è dentro ciascuno di noi. Cosicché tutti siamo passibili di condanna (Rm 2,1-3) perché nessuno è senza peccato. Se si volesse applicare questo principio in maniera coerente occorrerebbe un nuovo diluvio che distruggesse la creazione corrotta per farne apparire una rinnovata. Ma Dio ha promesso che non avrebbe più distrutto la sua creazione a causa del peccato dell’uomo (Gen 8,21). Dio farà nuove tutte le cose, perché tutte le cose ne hanno bisogno. E la via per accogliere questo rinnovamento è appunto il riconoscimento di tale necessità.
  1. La novità di Cristo.
  • «Neanch’io ti condanno» (v. 11). La frase non indica una rinuncia al giudizio; al contrario. Essa ha una grande solennità, come tutto il comportamento di Gesù nell’episodio. Il suo “chinarsi” (due volte) e “rialzarsi” (due volte), il suo scrivere per terra, e infine le parole finali presentano Gesù non solo come un grande sacerdote (vedi testi di riferimento), ma soprattutto come detentore della piena autorità divina. Gesù è il giudice divino. Apparentemente Gesù non aveva nessun titolo per condannare la donna e quindi la frase poteva suonare in un certo senso fuori luogo. Ma in realtà lui sta seduto nel tempio (v. 2) come Colui che abita in esso. Lui è il solo che può giudicare e condannare (Gc 4,12). Però Gesù non lo fa, perché non è venuto per condannare ma per salvare (Gv 3,17;
    12,47). Gesù non condanna non perché non ne abbia diritto. Gesù non condanna non perché “declassa” il peccato ad “azione indifferente”; non perché cambia lo status dell’adulterio; non perché riduce la gravità di quella azione; non perché si astiene dall’emettere giudizi. In realtà quella di Gesù è una vera e propria sentenza. È una sentenza di non condanna e allo stesso tempo di intimazione a non peccare più, perché peccando ci si autocondanna a una vita di perdizione (cfr. Gv 5,14). Gesù non declassa mai il male (anzi, semmai lo fa risaltare ulteriormente), ma lo vince cambiando il cuore dell’uomo. È il cambiamento della conversione.
  • «Da questo momento …» (apo tou nun). La frase sempre indica nei Vangeli (vedi testi di riferimento) il momento, il nun, della manifestazione di Dio che cambia radicalmente l’esistenza di una persona e il corso della sua vita. È il momento che segna la rottura con il passato e l’inizio di qualcosa di completamente nuovo (At 18,6; 2Cor 5,16). Il fattore determinante, quello che opera la svolta, è la presenza di Cristo (Lc 12,52); con lui inizia una nuova era (Lc 22,18.69). Anche per l’adultera l’incontro con Cristo segna un cambio radicale nella sua vita. Per lei, da questo momento, dal momento dell’incontro con Cristo, c’è la possibilità di una svolta irreversibile. Senza l’incontro con Cristo questa svolta sarebbe impossibile. In Cristo e nel suo perdono, nella sua rinuncia a condannare, c’è la manifestazione della potenza di Dio che cambia la vita di una persona. Non c’è incontro con Cristo che non determini un “da ora in poi”, una svolta radicale, una definitiva rottura con il passato, un punto di non ritorno, un prima e un dopo. Il perdono, la misericordia di Dio manifestata in Cristo non è una rinuncia al giudizio e alla condanna a livello puramente giuridico. È invece una forza che provoca un apo tou nun, un momento di svolta che concede la possibilità di essere liberati dalla condizione di peccato e permette di condurre una vita completamente nuova. «Le cose vecchie sono passate; ecco: ne sono nate di nuove» (2Cor 5,17).
  1. Le cose nuove.
  • La Pasqua di Cristo segna l’inizio delle “cose nuove” (prima lettura). Chi partecipa al mistero pasquale di Cristo è una nuova creazione (2Cor 5,17), fa già parte di quel regno di Dio che avrà il suo
    definitivo compimento alla fine dei tempi. I risorti con Cristo camminano in una vita nuova (Rm
    6,4), cioè partecipano della risurrezione di Cristo che permette loro di agire in un modo profondamente diverso da prima. La partecipazione a Cristo segna una svolta, un cambio profondo, un “momento a partire dal quale” (apo tou nun: 2Cor 5,16) comincia qualcosa di radicalmente nuovo.
  • La conversione segna la nascita di una realtà nuova che prende il posto di quella precedente. È il dimenticarsi di ciò che sta dietro e rimanere proteso verso ciò che sta davanti, senza voltarsi indietro (seconda lettura). La vera conversione rigetta ogni compromesso con la via precedente, perché non si può camminare contemporaneamente su due strade come fanno gli ipocriti (cfr. Sir 2,12). Non è mai definitiva finché non si è giunti alla meta. Rimangono le tentazioni e i combattimenti. E tuttavia la vera conversione segna una rottura radicale con un modo di vivere, con un modo di pensare. La vera conversione parte da un reale incontro con Cristo che cambia profondamente l’esistenza. Cristo diventa il centro di essa. Tutto il resto è percepito come secondario se non insignificante.
  • La novità di Cristo è la possibilità di eliminare il peccato senza il peccatore, perché lui stesso si è identificato con il peccato (2Cor 5,21; 1Pt 2,24), distruggendo il peccato nella sua carne, condannando il peccato senza il peccatore (Rm 8,3.34).
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