Figlie della Chiesa Lectio I Domenica di Avvento (Anno A) 

I Domenica di Avvento (Anno A)  (27/11/2022)

Vangelo: Mt 24,37-44 

Il Vangelo che ci viene proposto in questa prima domenica di Avvento è un brevissimo brano del discorso escatologico, e sarebbe utile leggerlo dall’inizio, perché ricco di particolari.

I discepoli fanno osservare a Gesù le costruzioni maestose del tempio ed Egli dice loro: «Vedete tutte queste cose? In verità vi dico, non resterà qui pietra su pietra che non venga diroccata». Sedutosi poi sul monte degli Ulivi, i suoi discepoli gli si avvicinano e, in disparte, gli dicono: «Dicci quando accadranno queste cose, e quale sarà il segno della tua venuta e della fine del mondo». Gesù fa una descrizione dettagliata degli eventi, ma quanto a quel giorno e a quell’ora, afferma che nessuno lo sa, neanche gli angeli del cielo e neppure il Figlio, ma solo il Padre.

L’Avvento che inizia è un tempo per accorgerci… per vivere con attenzione, rendendo profondo ogni momento; ecco perché il Vangelo odierno ci invita e ci sprona con queste parole: “Vegliate, dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà” (v. 42). Sapete però che verrà!

Sarebbe utile per la preghiera e riflessione personale ipotizzare la seguente divisione del «discorso escatologico» di Matteo:

a) Parte I: 24,4-36: i «dolori messianici» con i segni della fine e la venuta del Figlio dell’uomo nella sua Gloria;

b) Parte II: 24,37-25,46: la vigilanza, con le tre parabole relative.

Nella lettura potrebbe risultare utile far risuonare come un ritornello l’espressione: «Vegliate dunque»… Data l’imprevedibilità della venuta del Figlio dell’uomo, come si è evidenziato, è necessaria la massima vigilanza. Visto che nessuno conosce il momento esatto della venuta del Signore (vedi anche 24,36), l’atteggiamento da mantenere è una costante vigilanza.

Vigilare (in greco grègoréo) non è semplicemente «stare svegli»; non si tratta di una veglia ed attesa passiva, rinunciataria; occorre stare svegli e operosi nella carità, come si esprime S. Paolo. Il Signore stesso ci indica con chi vegliare e come vegliare:

a) anzitutto vigilare «con il Signore», pregando: Mt 26,38.40, al Getsemani;

b) conservando la lampada accesa della Sapienza divina, come le 5 vergini sapienti: Mt 25,13;

c) vigilare con il digiuno, l’elemosina, la preghiera: Mt 6,1-18.

d) vigilare nella sobrietà: 1 Ts 5,6;

e) vigilare spezzando il pane: At 20,7-12.

In questo tempo che ci introduce al Natale del Signore possiamo assumere alcuni atteggiamenti e disposizioni del cuore così come ci sono stati suggeriti nei testi biblici sopra riportati, per andare anche noi senza indugio a Betlemme per trovarvi Maria, Giuseppe e il Bambino, adagiato in una mangiatoia (Lc 2, 16).

Inoltre gli atteggiamenti e le disposizioni del cuore ci vengono suggeriti anche osservando e cogliendo il significato profondo di due alberi presenti nella Sacra Scrittura: il fico e il mandorlo.

Il fico è l’ultimo albero a fiorire dopo l’inverno e annuncia che l’estate è vicina, cioè una vita nuova nasce. Proprio nel capitolo 24 di Matteo si fa riferimento al fico: «Dal fico poi imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina». I fichi infatti costituiscono un importante alimento, sia appena raccolti che essiccati (1Sam 25,18; 30,12; Gdt 10,5); sono inoltre il simbolo del popolo d’Israele amato dal suo Dio: «Ebbi riguardo per i vostri padri, come per i primi fichi quando iniziano a maturare» (cfr. Os 9,10). L’albero di fico rappresenta, per questo, il popolo di Dio che, rispondendo al suo amore, produce frutti abbondanti.

Lo stare seduti sotto l’albero di fichi, nei testi biblici, è simbolo della pace messianica che scaturisce dalla fedeltà all’alleanza con Dio. Il fico infatti è un albero all’ombra del quale ci si può riposare, mentre si legge e si medita la parola di Dio. Gesù inoltre usa il simbolo del fico spoglio e senza frutti per richiamare il popolo alla conversione, dato che esso aveva deluso le attese di Dio restando infecondo (Mt 21,18-22; Mc 11,12-14.20-25; Lc 13,6-9).

Un testo evangelico molto noto dell’immagine di sedere sotto il fico è quella di Natanaele: uno che cerca con cuore sincero la verità annunciata nella Legge e nei Profeti. Ed è proprio nel vangelo di Giovanni che Gesù rivela a Natanaele di averlo visto sotto il fico (Gv 1,48-51), cioè apprezza il suo desiderio di verità. E Gesù aggiunge che la sua ricerca sarà appagata se rimane con lui, alla sua sequela.

In Matteo e Marco la mancanza di frutti provoca la maledizione. Nel vangelo di Luca, che sottolinea maggiormente la misericordia, possiamo notare che le cure adeguate del vignaiolo contribuiscono a far portare frutti anche lì dove c’erano solo foglie, intraprendendo un cammino di conversione. «Ma quegli rispose: “Padrone, lascialo ancora quest’anno, finché io gli zappi attorno e vi metta il concime e vedremo se porterà frutto per l’avvenire; se no, lo taglierai“» (Lc 13,6-9).

Il secondo albero di riferimento è il mandorlo.

Accanto alla Parola è necessario che ci sia sempre una lampada accesa, cioè una luce che ci conduce sulle strade buie della vita, per infondere speranza; una luce che ci aiuti ad andare oltre le nostre attese, oltre i nostri guadagni, oltre ciò che ci accade, perché il Signore è oltre.

Allora perché l’albero di mandorlo?

Molti passi della Scrittura fanno riferimento a questo albero; noi ricordiamo in questo contesto solo il simbolo, particolarmente intenso, nel racconto della vocazione di Geremia. Al profeta che vuole fuggire dalla sua missione, Dio offre protezione nel segno del mandorlo. «Che cosa vedi, Geremia?». Risposi: «Vedo un ramo di mandorlo». Il Signore soggiunse: «Hai visto bene, poiché io vigilo sulla mia parola per realizzarla» (Ger 1,11-12).

Come il mandorlo fiorito evoca il vigilante che annuncia la primavera, così il ramo di mandorlo che Geremia vede assicura che Dio vigila sul suo popolo. Il richiamo al mandarlo ha anche un motivo linguistico, perché in ebraico il termine mandorlo e il termine vigilante hanno la medesima radice: mandorlo è shaqed; “colui che vigila” o che protegge è shoqed.

Il mandorlo è l’albero che annunzia la primavera e veglia nel buio dell’inverno; è una sentinella in attesa del giorno, della primavera, il simbolo di colui che come una sentinella sta sulla torre e annuncia la bella notizia: sta arrivando l’alba. Questa è l’immagine della vigilanza notturna. Questo è il tempo dell’Avvento, il tempo di stare come sentinelle, come i pastori che, pernottando all’aperto, vegliavano tutta la notte facendo la guardia al loro gregge; e un angelo del Signore si presentò a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce (Lc 2, 8-9). Questi pastori si lasciano avvolgere dalla luce perché hanno vegliato sulla propria vita e sul gregge loro affidato. Perché a loro?… Allora due uomini saranno nel campo: uno verrà portato via e l’altro lasciato. Due donne macineranno alla mola: una verrà portata via e l’altra lasciata. Vegliate dunque…

Tutti siamo chiamati ad essere pronti perché nell’ora che non immaginate, viene il Figlio dell’uomo. Allora questi due alberi sono un richiamo per noi, in modo particolare in questo tempo, ad essere come chi sta sotto il fico a meditare giorno e notte la Parola di Dio e sulla torre a vegliare in attesa dell’alba, della luce che ci avvolge e ci porta fino a Betlemme.

A conclusione di questa breve condivisione non ci resta che impegnarci maggiormente, ciascuno nel proprio cammino, perché si tratta di essere sempre più aperti a quell’Orizzonte Altro da noi, per il quale si è disposti a donare la propria vita ogni giorno.

È un itinerario che dura per tutta la vita; è un po’ l’augurio del salmista quando dice beato chi decide nel suo cuore il santo viaggio ed è come il viaggio che il sommo poeta nel canto che conclude il Purgatorio, ci presenta come una purificazione: «Puro e disposto a salire a le stelle» (D. Alighieri, Divina Commedia, Purgatorio XXXIII, v. 144, Biblioteca Economica Newton, Roma 2006, 434). Dante paragona se stesso a una pianta nuova con nuova fronda, quindi un uomo diverso, cambiato, rispetto a come era prima. Il poeta è quindi pronto a salire al Paradiso per contemplare la beatitudine e la grazia di Dio. Le stelle sono la meta di Dante, ma non sono poste lì per dare simmetria ad ogni cantica; tale corrispondenza è legata al nuovo ideale, cioè essere costantemente orientato verso la meta, quell’Amore «[…] che move il sole e l’altre stelle» (D. Alighieri, Paradiso XXXIII, v. 145, 648).

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/


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