Don Marco Ceccarelli Commento IV Domenica di Avvento (Anno A)

IV Domenica di Avvento (Anno A)  (18/12/2022)

Vangelo: Mt 1,18-24

  1. La quarta domenica di Avvento è ormai proiettata alla festa di Natale, alla prima venuta di Gesù.
    Perciò la tematica è quella dell’adempimento delle promesse messianiche riguardo al futuro re davidico, che troviamo nell’Antico Testamento, specialmente nei testi profetici. Tale tematica mette in rilievo la verità che Dio è fedele per sempre e non viene meno alle sue promesse, mantenendole al di là di ogni aspettativa umana, attraverso vie inaspettate. Anche nel momento in cui la discendenza davidica sembrerà irrimediabilmente perduta e il regno non più realizzabile, Israele deve credere che comunque Dio compirà quanto ha promesso. Certo, siccome le vie di Dio non sono le nostre Egli ha realizzato le sue promesse in una forma che non rientrava negli schemi di coloro che ne erano in attesa. Dio è sempre superiore alle nostre aspettative; è sempre fuori dai nostri schemi.
  2. La prima lettura.
  • Si tratta della famosa profezia dell’Emmanuele che sarà applicata alla nascita di Gesù. Isaia rivolge queste parole al re davidico Acaz nel contesto di una minaccia da parte di alcuni re nemici. Il profeta ha già detto ripetutamente al re che si deve fidare di Dio e non agitarsi per cercare alleanze umane (per esempio con il re di Assiria). Ora gli dice anche di chiedere un segno. L’atteggiamento di Acaz nel rifiutare il segno per non tentare il Signore, ha tutta l’apparenza di un atteggiamento di fede. Ma non è così. È vero che non bisogna tentare Dio e non chiedere per forza dei segni (Dt 6,16). Ma nel momento in cui è Dio stesso che li vuole dare, bisogna accettarli e riconoscerli. Se Dio vuole dare dei segni significa che dobbiamo vederli. Dietro all’atteggiamento di Acaz dunque non sta la fede, ma la paura di dover riconoscere che Dio gli sta veramente parlando e quindi di dover fare la sua volontà. Quando non si vuole fare la volontà di Dio non si è disposti a ricevere e a
    riconoscere alcun segno.
  • La profezia di Is 7,14 ha il suo accento nel nome dato al bambino della vergine. Quello che conta è a realtà espressa dal nome; e tale realtà è che Dio sarà in mezzo al suo popolo per salvare. Il nome del bambino annuncia che il trascendente e inaccessibile Dio si farà presente in mezzo agli uomini.
    Al re, spaventato e in procinto di cercare alleanze umane per salvarsi dai nemici che lo assediano, Isaia ricorda che solo in Dio c’è salvezza, ed Egli si farà presente per salvare. Dunque la forza di questa profezia cade interamente sul nome “Emmanuel”, che sta ad indicare la presenza del Signore in mezzo al suo popolo e il suo intervento per salvarlo. Il modo in cui ciò si realizzerà in Gesù sarà totalmente inaspettato e impensabile.
  1. Il Vangelo.
  • “Così fu generato Gesù Cristo” (v. 18). Questa frase (tradotta in questo modo), che introduce il brano di Vangelo odierno, è un po’ fuorviante, si presta cioè a condizionare l’interpretazione del brano. In effetti, a ben guardare, qui non si parla affatto della nascita di Gesù. Il tema del racconto non è la nascita, ma come mai Gesù, che nasce verginalmente da Maria, senza concorso cioè di Giuseppe, è veramente il “Cristo”, cioè il Messia, dalla discendenza di Davide. Il senso della frase è dunque questo: “L’origine di Gesù in quanto Messia avvenne così …”.
  • Prima del nostro brano, Matteo presenta la genealogia che parte da Abramo e arriva, attraverso Davide, fino a Giuseppe. Però a differenza di tutte le altre generazioni non si dice che Giuseppe generò Gesù, ma che egli era «lo sposo di Maria dalla quale nacque Gesù chiamato Cristo» (v. 16).
    Dunque il nostro racconto non ha lo scopo di informarci della nascita verginale di Gesù da Maria, e nemmeno di raccontare come Giuseppe ne sia stato informato. Giuseppe già lo sapeva. Quello che Giuseppe non sapeva è che, nonostante che Maria fosse stata presa da Dio per un’opera speciale, egli doveva comunque sposarla e dare il nome al bambino.
  • “Giuseppe suo sposo era giusto” (v. 19). Giuseppe era già sposo di Maria perché fra i due si è già realizzata la forma giuridica, ma non la coabitazione. Nel momento in cui egli sa di quello che è avvenuto in Maria, pensa che sia il caso di ritirarsi. La sua “giustizia” consiste nel rinunciare ai suoi diritti per lasciare fare alla volontà di Dio. Capendo che Maria è stata chiamata da Dio per qualcosa di speciale egli pensa di farsi da parte. Certo, rinunciare a questo punto al matrimonio sarebbe un atto grave che metterebbe Maria in seria difficoltà. Perciò pensa di farlo segretamente. Ma su questo viene “corretto” dall’angelo.
  • Il messaggio dell’angelo non ha dunque lo scopo di informare Giuseppe che quanto è avvenuto in Maria è opera dello Spirito Santo; ma che nonostante che la gravidanza di Maria fosse opera dello Spirito Santo, di un intervento straordinario di Dio, tuttavia egli deve prenderla come sposa perché ella gli partorirà un figlio al quale dovrà dare il nome. Giuseppe pensava di ritirarsi per lasciare campo libero a quello che Dio voleva fare con Maria. In questo si mostra tutta la sua giustizia. Giuseppe aveva tutto il diritto di tenersi Maria per sé. Ma egli rinuncia al suo diritto, decide di farsi da parte; non vuole ostacolare il progetto divino. Ma proprio nel momento in cui Giuseppe dovrebbe uscire di scena Dio lo rimette in gioco. Quando si rinuncia a lottare con Dio, a voler ostacolare i suoi piani per realizzare quelli nostri, ancorché giustissimi, è allora che Dio ci rimette in gioco. È allora che anche noi entriamo a far parte della storia della salvezza. Così l’angelo dice a Giuseppe quale sarà la sua missione: prendere comunque Maria con sé, come sua legittima sposa e dare il nome al bambino. Dando il nome al bambino, riconoscendolo cioè come suo figlio, il bambino acquista tutti i diritti paterni, vale a dire entra nella discendenza davidica. Nonostante che Maria abbia concepito verginalmente per opera dello Spirito Santo, Gesù è veramente il Messia, il figlio di Davide, perché è legittimamente figlio di Giuseppe, che gli ha dato il nome, riconoscendone la paternità. Gesù è allo stesso tempo figlio di Dio – nel senso pieno del termine – e figlio di Davide (seconda lettura).
  • Gesù è l’Emmanuele (vv. 22-23). Quello che Giuseppe deve fare, cioè imporre il nome di Gesù al bambino, è spiegato come l’adempimento della profezia dell’Emmanuele presentata nella prima lettura. Però, viene da chiedersi, che c’entra il nome di Gesù con la profezia dell’Emmanuele? Gesù era un nome abbastanza comune; significa “Dio salva” o “Dio è salvezza”. Invece Emmanuele significa “Dio è con noi”. Siccome il tipo di salvezza che Gesù dovrà portare non verrà compresa facilmente, come appare nel seguito di Mt, l’angelo mette subito in chiaro che egli salverà il suo popolo dai suoi peccati. Ma ovviamente nessuno può salvare dai peccati se non Dio solo (Mt 9,3). Per questo il bambino sarà Gesù, cioè Dio salva (dai peccati) perché è l’Emmanuele, il Dio con noi. Essendo stato concepito dallo Spirito Santo, in lui si realizza perfettamente quanto contenuto nel nome Emmanuele. Soltanto se Dio viene in mezzo a noi possiamo ricevere quella salvezza vera che nessun uomo ci può dare, che è la salvezza dal peccato. Il Dio-con-noi è garanzia del perdono dei peccati. Con il Dio-con-noi inizia una nuova storia, una nuova umanità, non più segnata irreparabilmente dal peccato. Il Dio-con-noi è tutto quanto ci occorre, è l’unica cosa necessaria, perché se Dio è con noi non dovremo temere alcun male. Il vero male era dentro, non fuori. Ma ora che “dentro” c’è Dio-con-noi il peccato è annullato

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