Alessandro Cortesi Natale del Signore – anno A – 2022

Liturgia: Is 52, 7-10; Sal 97; Eb 1, 1-6; Gv 1, 1-18 (Messa del giorno)

“In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” (Gv 1,1) Il IV vangelo si apre con uno sguardo al Logos, Parola, Verbo, sapienza, nel rapporto con Dio e l’inno si chiude con l’’affermazione che il volto di Dio è stato reso vicino dal Figlio : “Nessuno ha mai visto Dio; l’Unigenito Dio, che è (rivolto) verso il seno del Padre, lui ne ha mostrato la via” (Gv 1,18). In mezzo sta il profilo di un percorso che sintetizza l’esperienza del credere.

La Parola, comunicazione del Padre è presentata come presenza rivolta verso l’intimità del Padre, che lo conosce. Questa ‘Parola’ fatta carne ha compiuto l’opera dell’esegeta, ha mostrato e indicato la via al Padre.

Al centro dell’inno sta l’indicazione di un dono: “diede potere di diventare figli di Dio a quelli che credono nel suo nome” (Gv 1,12). Coloro che ‘credono nel suo nome’ sono coinvolti in un percorso e da qui il senso dell’intero vangelo di Giovanni. A conclusione dell’intero vangelo si legge infatti: “Gesù dunque fece davanti ai suoi discepoli molti altri segni, che non sono stati scritti in questo libro. ma questi sono stati scritti affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e affinché credendo abbiate la vita nel suo nome” (Gv 20,30-31).

Il progetto di Dio sin dal principio è dono di comunione: si tratta di una comunicazione di vita per rendere partecipe l’umanità della vita che vince la morte.

All’origine era il Verbo: la ‘Parola’ rinvia ai testi del Primo Testamento in cui la Parola di Dio indica il dono e il progetto di Dio: nel secondo Isaia l’efficacia della parola è paragonata alla fecondità della pioggia e della neve (Is 55,1-11); così pure in Geremia: “La tua parola Signore è come il fuoco, è come il martello che spacca la roccia” (Ger 23,29). ‘Dabar’, termine ebraico, indica nel contempo parola e azione (Gen 1,1). Il Verbo non è solo parola ma anche azione. Nei libri sapienziali si parla della ‘Hokmah’, la sapienza di Dio, strumento di Dio per creare e nello stesso tempo una presenza che viene da Dio stesso. Nel libro dei Proverbi compare Sophia come datrice di vita. La benedizione della vita è legata alla Sapienza ed essa proclama: “Chi trova me trova la vita” (Prov 8,35). Sophia evoca i tratti propri del Dio d’Israele che ama e promette, odia l’arroganza e si muove nelle vie della giustizia e della verità. Sophia è connessa con l’atto della creazione: “Il Signore ha fondato la terra con la sapienza” (Prov 3,19) ed è presentata accanto a Dio nei momenti centrali della creazione. Se ne descrive il profilo come colei che costruisce una casa e invita e prepara la tavola (Prov 9,1-6). Invita ad abbandonare la via della stoltezza per seguire le vie dell’intelligenza e della pace.  Nel libro del Siracide Sophia ha un particolare rapporto con il Creatore, esce dalla bocca dell’Altissimo, e rappresenta la Torah, il libro dell’alleanza  (Sir 4,22): è associata alla storia d’Israele e al cammino di alleanza. Nel libro della Sapienza Sophia è descritta come emanazione della potenza di Dio, effusione della gloria, riflesso della luce perenne, specchio dell’attività di Dio immagine della bontà divina (Sap 7,25-26), artefice di tutte le cose, madre di tutte le cose buone, conoscitrice dei loro segreti. A lei spetta un compito di salvezza: “furono salvati per mezzo della sapienza” (Sap 9,18) e nel capitolo 10 del medesimo libro viene ripercorsa l’intera storia di Israele come racconto della potenza salvatrice di Sophia. Nel libro di Baruc si dice poi che Sophia, la sapienza, è dono che Dio ha condiviso con gli esseri umani e per questo è apparsa sulla terra per vivere insieme a loro (Bar 3,37-38). “la cristologia sapienziale riflette le profondità del mistero di Dio e indica il cammino verso una cristologia inclusiva in simboli femminili” (E.A.Johnson, Colei che è, Queriniana, 202). Origene scrive: “Noi crediamo che la Parola stessa del Padre, la Sapienza di Dio stesso, fu racchiusa nei limiti di quell’uomo apparso in Giudea; ancor più, che la Sapienza di Dio entrò nel grembo di una donna, nacque come un infante e vagì come i bambini che piangono” (Orig. Princ. 2,62)

Nella Parola, per il IV vangelo, sono presenti tutte queste dimensioni proprie di Sophia, la sapienza: è parola, progetto, azione, compimento. Ogni realtà è connessa a questa azione di Dio. Nel Logos/Parola Dio manifesta la sua vita e la sua luce. “Ciò che è avvenuto in lui era vita e la vita era la luce degli uomini” (v.4). Luce e vita sono termini propri della teologia del IV vangelo (cfr. Gv 5.11). C’è una luce al cuore della vita stessa, dono del Dio della vita, che rinvia ad una pienezza e ad un desiderio di compimento dell’esistenza.

‘La luce splende nelle tenebre ma le tenebre non l’hanno sopraffatta’ (v.5). Luce e tenebre si scontrano: una lotta è in atto dentro la storia: “le tenebre non l’hanno accolta” significa che le tenebre simbolo del male non hanno compreso la luce, ma non sono riuscite a vincerla.

Nei versetti 6-9 l’inno presenta una parentesi: “venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni…”. Si pone attenzione a Giovanni, che non era la luce, ma il testimone venuto a rendere testimonianza alla luce. Giovanni è indicato come lampada mentre la luce vera, che illumina ogni uomo, è Gesù. Giovanni è solamente l’amico dello sposo, ma non è lo sposo (Gv 3,28-30), è colui che secondo le norme del diritto orientale aveva il compito di preparare le nozze; l’amico però si ritira ad un certo punto quando si presentano lo sposo e la sposa.

La seconda strofa dell’inno (vv 9-11) ripete che il Verbo era la luce vera, venendo nel mondo, ma il mondo non lo riconobbe; i suoi non l’hanno accolto. Sono presentati alcuni percorsi: il primo è nel kosmos: nel IV vangelo, indica l’universo creato, altre volte gli uomini come vertice dell’universo creato, ma ‘kosmos’ è anche il male e il rifiuto di Dio: per questo ‘il mondo non lo riconobbe’. Tra i vari significati del verbo ‘conoscere’ nella Bibbia, uno tra essi è ‘amare’: quest’espressione sta allora ad indicare che il mondo non lo amò. Ma la luce di Cristo continua a penetrare in mezzo alle tenebre. Cristo viene tra i suoi eppure incontra un rifiuto. L’intero quarto vangelo è costruito infatti come un grande dibattito processuale con testimoni diversi ed un giudizio che si sta compiendo. Alla fine c’è un esito che richiede di prendere posizione di fronte a Gesù e di attuare la responsabilità di accoglierlo. Il centro dell’inno sta quindi nelle parole: “A quanti l’hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio, a quelli che credono nel suo nome” (v.12).

“Il Verbo diventò carne e ha posto la sua tenda in mezzo a noi” (v.14): la Parola presentata come luce all’inizio, presso Dio, viene a dimorare nella concretezza della corporeità. Ciò suscitava scandalo per chi pensava ad un Dio che non potesse aver contatto con la storia. Giovanni usa il simbolismo del ‘piantare la tenda’, e rinvia così all’immagine del cammino d’Israele nel deserto, e alla tenda del convegno quale segno della presenza di Dio che cammina in mezzo al suo popolo. E richiama così anche il tempio. Il verbo ‘porre la tenda’, ‘attendarsi’ (eskenosen) rinvia infatti al termine ebraico shekinah che indica la presenza e la dimora nascosta nel tempio di Gerusalemme. E’ la presenza viva di Dio in mezzo a noi che riposa. E’ il Logos, Sophia divenuto carne, la shekinah, la presenza di Dio in mezzo a noi. E’ presenza che apre al dono di amore del Dio ineffabile.

Natale ha al suo centro la presenza di Cristo, il Figlio, comunicazione d’amore del Padre che dona la possibilità di un trasformazione della vita, l’essere generati come figli, nella comunione.

Alessandro Cortesi op

Umanità di Dio

Umanità di Dio, è questo il titolo di una famosa conferenza di Karl Barth docente di teologia a Basilea davanti ad un’assemblea di pastori svizzeri riformati tenuta il 25 settembre 1956. Egli richiama la svolta avvenuta nel suo pensiero quale ricerca continua attorno alla questione di Dio. Ricorda anche come questa svolta sia avvenuta per lui in riferimento a Gesù Cristo, nella sua persona e nella sua opera. Sta qui il cuore della conferenza, espresso anche nel titolo: Umanità di Dio. L’umanità di Dio è un fatto accaduto che rinvia a profonde conseguenze di cui Barth tratta nella terza parte del suo discorso.

La svolta che il teologo richiama fa riferimento ad un primo indirizzo del suo pensiero. A fronte di una corrente teologica che poneva al centro l’uomo religioso e che aveva avuto ampio spazio nella temperie degli studi di quel tempo, Barth aveva proposto con forza in una prima fase della sua riflessione di rimettere al centro della teologia il riferimento a Dio, indicato come “il totalmente altro” (totaliter aliter) rispetto a tutto ciò che è creato e all’umano. Per questo sottolineava la differenza qualitativa tra Dio e l’uomo, l’irrompere dall’alto di Dio che non poteva essere compreso e ridotto in percorsi dal basso.

A distanza di qualche decennio Barth scorgeva, a fronte di tale giusta insistenza da lui posta negli anni ‘20, la necessità di correggere in parte tale orientamento. Non si trattava di ritrattare e cambiare strada ma di esprimere una maturazione proveniente dall’aver individuato un aspetto fondamentale. A tal proposito Barth evidenzia l’umanità di Dio e riconosce di non avere dato nella sua prima fase un’attenzione sufficiente all’umanità di Dio. Nella sua alterità, quindi nella sua differenza rispetto ad ogni creatura, Dio vive una assoluta libertà di essere altro da se stesso, di essere non solo Creatore ma anche creatura. “E la libertà con la quale Egli fa questo è la sua divinità. Essa è la divinità che, come tale, ha anche il carattere dell’umanità” (K.Barth, L’umanità di Dio, Claudiana 2021, 41).

Barth spiega che motivo di tale svolta nel suo pensiero è la persona e l’opera di Gesù Cristo che rivela Dio all’uomo e l’uomo a Dio: “La sua libertà è piuttosto di essere in sé e per sé, ma anche con noi e per noi, ad affermare se stesso, ma anche a dare se stesso, a essere eccelso, ma anche minimo, non solo onnipotente, ma anche misericordia onnipotente, non solo Signore, ma anche servo” (ibid. 49). Barth legge al cuore della vita di Dio la libertà di amare e la legge a partire da Gesù Cristo, dalla sua testimonianza, dalle sue parole.

Da qui sorgono alcune conseguenze: la prima è che ogni essere umano ha Dio come Padre e Gesù come fratello. E’ aperta per ogni essere umano la possibilità di compiere quella umanità che Gesù ha vissuto.

La seconda riguarda uno sguardo positivo alla cultura quale tentativo da parte degli uomini di essere umani. La terza conseguenza è per il discorso cristiano che è “tanto preghiera rivolta a Dio quanto parola rivolta all’uomo” perché ci si possa riconoscere nell’umanità che Gesù ha vissuto (ibid. 57). Per questo, è la quarta conseguenza, la parola cristiana dovrà essere una parola positiva, certo non cieca e incapace di denunciare il peccato, ma orientata ad un messaggio di consolazione e di possibile cambiamento.

Infine, quinta conseguenza, riconoscere l’umanità di Dio implica riconoscere gratitudine alla chiesa. Benché debba esserci una critica per richiamare la chiesa al suo fondamentale orientamento alla salvezza, tuttavia si deve assumere l’atteggiamento di Gesù che non si vergogna di chiamare fratelli i suoi discepoli nonostante le loro miserie. Credere la chiesa implica credere che essa sia “luogo dove la gloria di Dio vuole abitare sulla terra, cioè dove l’umanità di Dio vuole assumere, già nel tempo e qui sulla terra, una forma tangibile” (ibid. 67).

Paolo Ricca in un recente libro in cui s’interroga su Dio e sul suo parlare e amare nello stabilire alleanze, dopo aver presentato e commentato tale discorso di Barth pone un interrogativo importante: “la chiesa nel suo insieme è diventata o sta divenendo quella ‘fraternità cristocratica’, che potrebbe rendere tangibile l’umanità di Dio? (…) il messaggio di Dio come umanità è svolto oggi dalla chiesa con la dovuta convinzione, in modo che sia chiaro che è in Dio, e non in se stesso, che l’uomo può ritrovare sia la sua umanità perduta, sia quella ‘nuova’ vissuta da Gesù? L’impressione è che, purtroppo, Barth e la sua lezione, compresa quella sull’umanità Dio, siano oggi sostanzialmente dimenticate…” (P. Ricca, Dio. Apologia, Claudiana 2022, 247-248). Festeggiare il Natale è una provocazione ad accogliere oggi ancora la scoperta dell’umanità di Dio.

Alessandro Cortesi op

Fonte:https://alessandrocortesi2012.wordpress.com/