Don Paolo Zamengo “Ai cercatori di stelle”

Liturgia: Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3.5-6; Mt 2, 1-12

L’epifania evoca immagini di carovane in cammino,
spazi immensi, deserti sconfinati, sciami di stelle. E
io ho solo parole piccole che portano il segno
inconfondibile del limite. Oggi per raccontare
l’epifania avrei bisogno di occhi che sanno scrutare ,

di un cuore che ama i sentieri senza confini e di non avere paura di perdermi.
Ogni volta che osservo il presepio e le statuine dei magi, mi ricordo come da bambino, con mio
fratello Luigino, più grande di me, le andavamo spostando lentamente verso la capanna. Dovevano
camminare i Magi, uomini del cammino.
Forse i magi avevano nel sangue la nostalgia dell’infinito, gli occhi persi tra le stelle. Il cielo parla e
loro ascoltano. È un peccato per noi che nelle nostre città sia sempre più difficile contemplare il
cielo di notte nell’ora in cui diventa un prato di stelle.
E quando, a volte, ci capita, è come se le nostre meschinità, le nostre piccinerie che fanno di noi
degli esseri insopportabili, sparissero di colpo. E in quei momenti ci accade di sentirci naviganti
nell’orizzonte sconfinati.
“Vennero”, scrive Matteo, “da oriente a Gerusalemme” Anche la parola “oriente” ha un fascino,
come il cielo stellato. C’è un’attesa che abita la terra sconosciuta e mette in cammino. E sono
tenaci e coraggiosi questi cercatori. Giunti a Gerusalemme non si lasciano fermare da una città che
guarda con sospetto questi sconosciuti che non si lasciano intimorire dai volti incartapecoriti dei
rappresentanti della legge e del culto.
I sacerdoti e gli scribi hanno tra le mani i libri della sapienza, i libri dei cammini e, invece,
declamano a occhi spenti parole che dovrebbero mettere il fuoco nelle vene. Le istituzioni
immobili, la città spaventata ma i magi non si arrendono. Nemmeno al buio che fa parte del
cammino di tutti e di tutti i cercatori di stelle.
Avanzare e non fermarsi, cercare e non arrendersi, andare sempre avanti, sono questi gli
atteggiamenti dei veri esploratori dello spirito.
Giungono a una casa. Erano abituati a contemplare le stelle nei cieli lontani e ora una stella si era
fatta vicina, come impigliata su una casa, una casa comune, uguale a tutte le altre case. A indicarla
non c’erano scritte ma una stella, la loro stella. Una casa, un bambino, una madre: “si prostrarono
e lo adorarono”.
Era tutto piccolo, disadorno, comune, ma straordinario era il mistero che Dio aveva preso casa tra
le case, che Gesù è un bambino come uno dei tanti bambini del mondo e la madre come una delle
tante madri del mondo.
Erano in cerca della luce ed ecco la luce abitava una casa. Forse le stelle proprio questo dovevano
raccontare. Raccontare che la luce del divino abita le case, abita donne che portano in braccio un
bambino. Là, in quella casa, era terminato il tragitto delle stelle.
E non sarà che forse qui finisce anche il nostro cercare e che l’epifania di quest’anno ci svela
proprio questo? Purchè siamo uomini e donne in cammino!