Abbazia Santa Maria di Pulsano Lectio DOMENICA «DEL BATTESIMO DEL SIGNORE»

Lectio DOMENICA «DEL BATTESIMO DEL SIGNORE» (A)

Matteo 3,13-17; Isaia 42,1-4.6-7 (leggi 42,1-9); Salmo 28; Atti 10,34-38

L’epifania, che celebra il mistero della «manifestazione del Signore», si sviluppa liturgicamente attraverso la
meditazione dei tre episodi evangelici dell’adorazione dei magi, del battesimo di Gesù al Giordano, e del
primo «segno» da lui operato a Cana. La tradizione occidentale ha posto al centro della celebrazione
dell’epifania l’episodio dell’adorazione dei magi, conservando come collaterali i temi di Gesù solennemente
presentato al momento del battesimo e di Gesù che manifesta egli stesso la sua «gloria» davanti ai suoi
primi discepoli alle nozze di Cana.
La festa del battesimo del Signore fa dunque parte delle «feste epifaniche», cioè delle feste che celebrano la
“manifestazione” del Signore. Tutti gli evangeli descrivono la missione di Cristo a partire dal battesimo.
Con questo avvenimento Gesù inaugura la sua vita pubblica.
Il fatto che Gesù chieda di ricevere il battesimo di Giovanni dona a questo rito un significato completamente
nuovo. Gesù si umilia, si confonde coi peccatori; ma lui è l’innocente, il santo e, come tale, risponde
all’iniziativa di Dio con un’obbedienza perfetta: questa sua fedeltà compie la nostra salvezza.
Nel battesimo al Giordano Gesù risponde ufficialmente alla elezione del Padre e alla missione che dal Padre
gli viene affidata. Questo fatto contiene tutto l’itinerario che Gesù dovrà percorrere: è la vocazione alla
croce. Inizia in senso pieno per Gesù la sua storia di salvezza che vivrà in perfetta fedeltà fino al «tutto è
compiuto» del Calvario. La sua misisone è tutta protesa verso il battesimo della croce: «Devo ricevere un
battesimo, e quale non è la mia angoscia fino a quando non sia compiuto» (Lc 12, 50).
La sua opera sarà allora quella del «servo», quella dell’«agnello di Dio che toglie i peccati del mondo».
Sotto questo aspetto è quanto mai indicativo che gli evangelisti sinottici mettano il battesimo del Giordano
in connessione diretta con le tentazioni del deserto: «Gesù, pieno dello Spirito santo, tornò dal Giordano e
fu spinto dallo Spirito nel deserto per quaranta giorni, per essere tentato dal diavolo» (Lc 4,1-2).
In questa prova Gesù rivive in fedeltà assoluta l’elezione e l’esperienza del popolo di Dio, elezione ed
esperienza che ricapitola in sé e porta a compimento sulla via del servizio, della povertà e dell’amore.
Inoltre Gesù, accettando il battesimo di Giovanni, riceve ufficialmente l’investitura messianica. Lui è il
profeta che non solo annuncia la salvezza in nome di Dio, ma è l’uomo-Dio, che la realizza. Lo Spirito santo
scende su di lui e lo consacra con unzione sacerdotale, profetica e regale, per la sua azione di salvezza. Gesù
.è dunque l’eletto di Dio, il Figlio prediletto nel quale il Padre trova la sua compiacenza. In quel «servo» gli
uomini devono riconoscere il vero messia.
La celebrazione pertanto del battesimo di Gesù è celebrazione di un mistero di salvezza. Il formulario
liturgico di questa parte permette una approfondita catechesi sul contenuto del mistero in relazione al
sacramento del battesimo e alla missione profetica del cristiano.

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Dall’eucologia:

Antifona d’Ingresso Cf Mt 3,16-17
Dopo il battesimo di Gesù si aprirono i cieli,
e come colomba
lo Spirito di Dio si fermò su di lui ,
e la voce del Padre disse:
«Questo è il Figlio mio prediletto,
nel quale mi sono compiaciuto».

Canto all’Evangelo Cf Mc 9,9
Alleluia, alleluia.
Si aprirono i cieli e la voce del Padre disse:
«Questi è il mio Figlio diletto: ascoltatelo».
Alleluia.

I cieli aperti e la voce del Padre sul Signore battezzato e nella scena della Trasfigurazione; la Teofania
trinitaria con l’imperativo «Ascoltatelo!» permanente nella Comunità del Risorto e che risuona oggi
all’inizio di questo tempo liturgico attirando la nostra attenzione.
Il ciclo liturgico del santo Natale termina con la festa del Battesimo di Gesù; anche se la Domenica I per
l’anno appartiene al “tempo della Manifestazione” tuttavia introduce in modo sublime al tempo per l’anno e
qui si pone come vero capodanno.
La liturgia romana commemorava il Battesimo di Cristo nel Giordano lottavo giorno dopo lEpifania del
Signore, una festività apparsa in Occidente nel secolo VIII. Questo avvenne sotto linfluenza della liturgia bizantina per la quale, similmente alle altre liturgie orientali, il ricordo del mistero del Battesimo aveva una particolare importanza. La festa a sé stante del Battesimo del Signore fu costituita solamente nellanno 1955
e veniva celebrata il 13 gennaio. Nel nuovo calendario liturgico, la festa è stata trasferita alla domenica dopo
lEpifania. Cristo riceve il Battesimo nelle acque del Giordano dalle mani di Giovanni il Battista. La voce del Padre e la presenza dello Spirito Santo proclamano Gesú Figlio prediletto di Dio e, nello stesso tempo, Servo mandato per annunziare ai poveri la buona novella della salvezza. Lui non alzerà la voce, ma annunzierà a tutti la salvezza, non spezzerà la canna incrinata, ma libererà quelli che rimangono nella schiavitú delle tenebre. Cristo non ha alcun peccato, ma non si separa dallumanità che vive nel peccato: lumanità corrotta insieme con lui entra nelle acque del Giordano che preannunziano lacqua che ci purificherà da ogni sporcizia, ci
farà vivere la vita nuova, ci introdurrà nel mistero della morte e della risurrezione del nostro Salvatore.

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Oggi, il nostro Dio ci ha manifestato la sua
indivisa natura in tre Persone;
il Padre dà infatti chiara testimonianza al Figlio;
lo Spirito scende dal cielo in forma di colomba;
il Figlio chinò il capo immacolato dinanzi al Precursore;
e battezzato, scioglie il genere umano dalla schiavitú,
perché amante degli uomini.

(Liturgia Bizantina, EE n. 3038)

I tre evangeli di questo giorno ci propongono il medesimo episodio secondo la diversa redazione che i
sinottici ne hanno dato.
Di fatto il battesimo del Signore segna il suo vero ingresso nella «vita pubblica», nel suo ministero
messianico. Cristo Signore si fece battezzare affinché anche noi fossimo poi da Lui battezzati nello Spirito
Santo. Il battesimo del Signore manifesta presente la Trinità santa; la Trinità consustanziale indivisibile
vivificante che attraversa l’intera esistenza di ogni uomo fin dal loro battesimo, segno del gratuito divino
che viene ad ognuno con infinita sovrabbondanza.
Il contesto dell’episodio è molto chiaro: dopo l’evangelo dell’infanzia del Signore (1,1-2,23), con la
genealogia del Signore, è presentata la predicazione di Giovanni Battista che annuncia colui che viene con
lo Spirito Santo e il Fuoco e porta con sé i tempi ultimi (3,1-12); poi è narrato il battesimo (3,13-17) e le
tentazioni del Signore nel deserto (4,1-11). Ora il battesimo e le tentazioni rendono in un certo senso Gesù
idoneo e responsabile all’annuncio dell’evangelo che viene dopo in 4,12-25.
Nel racconto del battesimo di Gesù da parte di Giovanni, Matteo riprende la fonte di Marco (vedi Mc 1,9-
11; Lc 3,21-22) e l’ha inserita in un dialogo tra Giovanni e Gesù (Mt 3,14-15) che spiega perché Gesù abbia
voluto sottoporsi al battesimo di Giovanni.
Il fatto che Gesù sia stato battezzato da Giovanni è uno dei dati storici più certi della tradizione evangelica.
Poiché questo suppone una dipendenza e una sottomissione a Giovanni da parte di Gesù, la cosa non è
chiaramente il genere di storia che avrebbero inventato i primi cristiani. Il dialogo inserito in Mt 3,14-15
indica che forse i primi cristiani provavano un certo imbarazzo a proposito di questo episodio e avevano
bisogno di una spiegazione di come fosse accaduto.
L’episodio termina con l’identificazione di Gesù mediante l’accostamento ad eminenti figure bibliche:
Figlio di Dio, Isacco, Servo di Dio.
Quando noi cristiani moderni leggiamo Mt 3,13-17 e i passi paralleli, non possiamo fare a meno di vedere
collegamenti tra il battesimo di Gesù e il battesimo cristiano, considerando in tal modo il battesimo di Gesù
come un prototipo del nostro. Questo approccio ecclesiastico conduce a dibattiti circa il rapporto tra
battesimo con l’acqua e battesimo nello Spirito, nonché ad altre controversie teologiche.

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Anziché concentrarsi sulla storicità del battesimo di Gesù e la sua importanza per il battesimo cristiano, è
meglio riconoscere che per Matteo e gli altri evangelisti il punto focale era la persona di Gesù. Più
specificamente, Mt 3,13-17 serve a stabilire l’identità di Gesù prima che egli cominci il suo ministero
pubblico. A questo scopo Matteo chiama in causa la voce dal cielo che dichiara chi sia Gesù e perché sia
importante.

I lettura: Isaia 42,1-4.6-7
In questa lettura è riportato quasi per intero il primo dei carmi del servo di lahvé. La critica moderna
individua in Is 42-53 e isola 4 brevi composizioni che si è convenuto di chiamare i «canti del Servo
sofferente»:

I) Is 42,1-9;
II) 49,1-6;
III) 50,4-11;
IV) 52,13 – 53,12.

Essi trattano di questa figura misteriosa del «Servo» docile, a un tempo una persona, e una comunità, la
prima rifluente sulla seconda, e da questa sulle nazioni pagane.
Nel 1° canto (Is 42,1-9), oggi letto almeno in parte, il Signore interpella e investe il «suo» Servo, gli
riconosce i titoli singolari di «Servo» (41,8; 49,3-6; 52,13; 53,11; Ez 34,24; Zacc 3,8), «sostenuto (dal
Signore)», Israele l’eletto del Signore, il suo Compiacimento (v. 1ab). Poi gli manifesta di avere già effuso
lo Spirito «suo» divino su lui (11,2; 61,1-2), con il fine di apportare a tutti i popoli la giustizia, che è la
Bontà divina (v. le). Lo Spirito del Signore conferisce al Servo le qualità che piacciono al Signore: il
nascondimento, la mitezza, la riservatezza (v. 2). E insieme le qualità che servono al Signore: risparmiare la
debolezza dei fratelli, anzi soccorrerla, come la canna incrinata da non finire di spezzare (.57,15, Sal 33,19),
e il lucignolo incerto da non spegnere. Solo servendosi dì questi residui, il Signore mediante il suo Servo
potrà diffondere la sua giustizia – bontà (v. 3; Sal 9,9). Lo Spirito del Signore conferisce però anche le
qualità della vittoria divina: l’irremovibile stabilità del Servo, la sua invincibilità, la sua perseveranza nel
portare alla terra la giustizia – bontà, il divino insegnamento atteso dalle isole, le regioni più lontane (v. 4;
60,9; Gen 10,5). Il v. 5 (fuori della lettura) parla poi dello Spirito Creatore.
Adesso il Signore si rivolge al suo Servo con la vocazione diretta, personale (41,9), per l’assunzione alla
missione, per la progressiva formazione a essere «alleanza con il popolo e Luce per le nazioni» (v. 6; 49,6-
8; 60,3), che si configura come il dono del Giubileo biblico: la vista ai ciechi, la liberazione dei prigionieri,
la luce a chi sta nelle tenebre. Si può richiamare qui Is 61,1; Lc 4,18-19, testi giubilari; e Sal 144-147 per le
opere divine, adesso affidate al Servo con lo Spirito Santo. Affidate a Cristo Servo con lo Spinto Santo
battesimale.
Riassumendo:
 Il servo eletto da Dio (v. 1). Il personaggio di cui parla il profeta riceve il titolo di «servo»

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(cf. 41, 8). Questo titolo però è onorifico, e non dispregiativo; esso presuppone un’elezione
speciale: il servo di Dio è l’eletto di cui egli gioisce e si compiace. A questo prediletto Dio offre
un sostegno (cf. 41, 10); il Servo perciò non mancherà mai dell’aiuto divino nel compimento
della sua missione. Questa è talmente importante e difficile, da richiedere l’effusione dello spirito
di lahvé e la comunicazione dei suoi doni (cf. 11,2 ss. ; 61, 1). L’opera del Servo è
eminentemente missionaria: è proclamazione del «diritto» (cioè della vera fede) alle nazioni
pagane. Si noti questa visione universalistica, che torna anche nei versetti seguenti.
 L’azione del Servo (vv. 2-4). Il testo si sofferma a descrivere alcune caratteristiche dell’azione
del Servo. Egli non avrà atteggiamenti istrionici e clamorosi, ma svolgerà un’attività umile e
silenziosa; eviterà ogni violenza e precipitazione nel condannare o nel distruggere, e agirà invece
con mansuetudine e dolcezza. Nello stesso tempo, avrà fermezza e costanza davanti alle
difficoltà che ostacoleranno la sua missione.
 Mediatore e salvatore (vv. 6-7). Nell’ultima parte del testo, viene definita ancora più
chiaramente la figura del servo di lahvé e l’essenza della sua opera. Il Servo sarà «alleanza del
popolo», cioè «mediatore» di una nuova alleanza tra Dio e gli uomini e «simbolo» di tale
alleanza. Egli è definito anche come «luce per le nazioni», qualifica che per un israelita poteva
adattarsi solo al messia (cf. Lc 2, 32). L’opera di liberazione, descritta nell’ultimo versetto, può
essere riferita alla liberazione dei prigionieri in Babilonia, ma anche — metaforicamente — a
quella dalle tenebre del male e dell’errore.

Il Salmo responsoriale: 28,la e 2.3ac-4.3b e 9b-10 I
Il Versetto responsorio: «Il Signore benedirà il suo popolo con la pace» (v. 11b), canta il Signore che
benedice, e poiché avviene che «la benedizione torna sempre al Benedicente e unisce a Lui il benedetto», il
popolo suo entra in comunione con Lui per virtù del dono supremo, la pace, eirênê, šalôm, la condizione di
ogni bene divino desiderabile, ossia prosperità, salvezza, integrità, tranquillità dell’esistenza: anticipo
simbolico della vita e tema.
L’esordio del salmo è l’imperativo innico rivolto dal sacerdote ai «figli di Dio», i fedeli vincolati alla divina
alleanza (Sa 81,6; 88,7), affinché vengano al santuario per dare la dovuta glorificazione al Nome divino (Sal
95,7-6; 67,35 e adorare Lui con tutta la solennità (vv. 1-2). Dal v. 3, nei vv. 4ab,5a.7a.8a.9a.quindi per 7
volte, numero della completezza, risuona l’espressione ebraica «qôl IHVH, Ecco il Signore!», mentre Egli
appare dal cielo alla terra, nell’eternità e nella storia, presente e operante in modo irresistibile. E l’inno canta
proprio Lui in questa visione. Purtroppo, già più tardi gli Ebrei, poi i Padri, hanno compreso e tradotto il
qól, che effettivamente è della semantica di “voce” ma con il senso traslato di “ecco”, proprio con “voce”,
elaborando anche una ricca teologia della Parola divina e della sua onnipotenza, che qui hanno altra base. La
comprensione del v. 3a infatti è «Ecco il Signore sopra le acque», come fu alla creazione, al diluvio, per

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vincere le «acque molte» del peccato degli uomini (v. 3c; non era utile qui lo sforbiciamento del v. 3b, che
nel Salmo suona perfettamente, e che qui è spostato per far dire al testo quello che il testo non dice).
Prosegue il Salmo: Ecco il Signore nella potenza (Sal 67,34; 45,7): al Battesimo del Signore, dove si
ambienta adesso il testo, la Potenza è lo Spirito Santo (v. 4a), e Dio appare nella sua irraggiungibile Maestà
(v. 4b). Ma al Battesimo del Figlio il Signore ha aperto i cieli della Maestà per manifestare sul Figlio, con la
Gloria dello Spirito Santo, come già alle acque del Mar Rosso la Nube della Gloria divina accompagnava il
popolo santo d’Israele. E la Potenza divina operò tutti i prodigi, come seguita fino al culmine a fare sul
Figlio, e con i suoi fedeli fino al culmine.
Il Dio della maestà si manifesta poi nei prodigi della creazione, con tuoni e fulmini, affinché gli uomini
comprendano la sua potenza (v. 3b), e radunati nel santuario proclamino insieme la gloria del Signore (v.
9b). Il Signore, che ha dominato ogni forza mostruosa delle acque – di nuovo, episodi richiamati -, ha la sua
dimora sopra di esse, al di là del raggiungibile (concezione ebraica delle acque nei serbatoi superiori al cielo
visibile), e troneggia come Re Salvatore in eterno (v. 10).

Esaminiamo il brano

v. 13 – «Gesù andò»: letteralmente «Allora si fece vicino (paragìnetai) Gesù». Una formula semplice a
prima vista ma rara e solenne se si conosce lo stile biblico.
In confronto a Mc 1,9 e Lc 3,21, Matteo 3,13 offre maggiori informazioni sugli spostamenti di Gesù e il
motivo per cui è andato da Giovanni. Luca è particolarmente oscuro, poiché Giovanni era già in prigione
(vedi Lc 3,20); da Lc 3,21 è difficile poter arguire che Gesù è stato battezzato da Giovanni. Questa
confusione non si trova invece in Mt 3,13
Il verbo paragìnetai è usato al v. 3,1 anche per Gv Battista (II Dom. di avvento) ma per Gesù è più intenso e
pregnante: vuole indicare l’apparizione, grave e solenne del Re messianico, il Sovrano salvatore. Nella vita
quotidiana il verbo paragìnomai era usato per la visita del regnante nella provincia, considerata della
massima importanza poiché da essa cominciava un’era nuova.
È l’inizio della Teofania nella carne, prima apparizione nella sua vita storica; scrive S. Girolamo: «Nella sua
Natività il Figlio di Dio viene al mondo in modo nascosto, nel Battesimo apparve in modo manifesto»; E s.
Gv Crisostomo «Prima egli non era conosciuto dal popolo, con il Battesimo si rivela a tutti»(Omelia 37 sul
Battesimo).
È la parousìa, la presenza agli uomini: da parà – presso, vicino ed eìmì – essere, stare. Con questo termine
Matteo designa la venuta ultima nella Gloria, per il giudizio finale (24,3.27.37.39); così Paolo (1 Tess 2,19;
2 Tess 2,9; 3,13; 4,15; 1 Cor 15,23; ecc.
Il medesimo verbo paraginetai, e con incomparabile solennità, sarà usato anche in Ebr 9,11, che a leggere
bene ha stretta attinenza con quanto il Battesimo del Giordano rivelerà: “Christós de para-genómenos
Archieréus ton mellóntón Agathón, Cristo, poi, apparso — nella sua Parousia! — quale Sommo Sacerdote

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dei futuri Beni” divini, che ottenne agli uomini con il suo indicibile Sacrificio d’offerta al Padre, potendo
così tornare al Padre avendo attuato l’eterna Redenzione (Ebr 9,12).
La venuta di Gesù è Parusìa in quanto presenza eterna che adesso si manifesta. Nella Divina liturgia del rito
bizantino questo senso è perfettamente conservato nella ricca teologia simbolica nel cosiddetto «piccolo
ingresso»: l’Evangeliario dall’altare, è portato processionalmente all’ambone con accompagnamento
solenne della Croce, delle luci e dell’incenso attraverso il popolo che s’inchina al Segno di questa Economia
della carne che di continuo apppare come presenza trasformante nella Parola evangelica tra i fedeli.
Se i Magi erano venuti dal Bambino e Lo avevano riconosciuto, adorato ed a Lui reso omaggio di doni,
adesso l’Uomo (Gesù) compie la sua Parousia propriamente divina, venendo all’uomo Giovanni, per un
atto di abbassamento estremo, farsi “battezzare”, ossia ricevere un lavacro che dimostra, secondo la
predicazione del Battista, l’intima metànoia, la penitenza e conversione (Mt 3,13b). Quando al “Piccolo
Esodo” l’assemblea della liturgia bizantina si china all’Evangelo portato in solenne ostensione processionale
quale “icona spaziale e temporale della Resurrezione”, i fedeli sanno che stanno venerando l’intera
Economia della carne del Signore, decretata dal Padre e sigillata dallo Spirito Santo: l’Ingresso “piccolo” è
la Parousia iniziale del Signore, Presenza di Lui nella sua Parola vivificante, preludio al “Grande Esodo”
sacrificale offertoriale.
«al Giordano»: Matteo non specifica dove è accaduto, lo fa invece Giovanni: avvenne in Betanìa, al di là
del Giordano, dove Giovanni stava battezzando (Gv 1,28). Non è la Betània di Lazzaro e delle sue due
sorelle Marta e Maria, ma un sito che si trovava presso la foce del Giordano, sulla riva nord del Mar Morto.
Alcuni codici, al posto di Betània, riportano un altro nome, Bethabàra, che significa luogo dove si guada il
fiume.
Il Giordano, citato 188 volte nell’Antico Testamento e 15 negli evangeli, ha sempre avuto un solo
significato: segnare il confine fra le nazioni pagane – schiave dei loro idoli – e la terra di Israele dove si
serviva il vero Dio.
Questo confine è stato varcato la prima volta dagli ebrei al termine del loro esodo dalla terra d’Egitto. Dalla
cima del monte Nebo, Mose aveva contemplato la Terra Promessa, ma non vi era entrato. La tappa decisiva
era stata guidata da Giosuè, che aveva fatto attraversare il fiume a tutto il popolo proprio nella zona di
Bethabàra. Lì Israele aveva varcato il confine, aveva lasciato alle spalle la terra della schiavitù ed era entrato
nel regno della libertà. Ma – ci chiediamo – era davvero quella la terra promessa ad Abramo e alla sua
discendenza? Noi cristiani abbiamo compreso che quella era solo una pallida immagine del regno della
libertà che Dio aveva in serbo per il suo popolo. Dopo milleduecento anni da quel primo esodo, nell’anno
quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare (Lc 3,1) ecco comparire, presso quello stesso guado del
Giordano, Gesù di Nazaret. Si presenta per farsi battezzare e per dare inizio a un nuovo esodo, per guidare il
popolo preparato dal Battista verso la vera terra promessa.
Il luogo geografico dove questo fatto ha avuto luogo ha anche un altro suggestivo richiamo, meno evidente,
ma altrettanto significativo: geologicamente Bethabàra è il luogo abitato più basso della terra (400 m sotto il

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livello del mare). La scelta di Gesù di iniziare da lì la vita pubblica non è stata casuale. Era venuto dal cielo
per condurre ogni uomo nel suo regno e non voleva che alcuno sfuggisse alla salvezza. Per questo, sospinto
dalla sua passione d’amore, non poteva che scendere – anche materialmente – fin nel luogo più basso, nel
baratro più profondo, mostrando così di voler raggiungere ogni uomo, anche coloro che ritengono sia per
loro impossibile risalire da certi abissi di peccato.
Da secoli l’umanità peccatrice elevava a Dio questo grido accorato: Dal profondo a te grido, o Signore;
Signore, ascolta la mia voce. Siano i tuoi orecchi attenti alla voce della mia supplica (Sal 130,1-2). Nel
battesimo di Gesù, Dio ha risposto a questa invocazione d’aiuto ed è sceso a liberarci dalla schiavitù del
peccato.
v. 14 – «voleva impedirglielo»: Il dialogo tra Giovanni e Gesù si trova solo in Mt 3,14-15 ed indica un
certo imbarazzo da parte di Giovanni a battezzare Gesù. L’imbarazzo può essere attribuito o all’intrinseca
superiorità di Gesù e del suo battesimo percepita da Giovanni (vedi Mt 3,11) o al carattere del battesimo di
Giovanni «per la conversione» (vedi Mt 3,11). La spiegazione di Giovanni in Mt 3,14 è ambigua, e perciò il
testo non è una chiara attestazione della perfetta innocenza di Gesù.
Giovanni, alla lettera, “gli impediva (diakôlyô)” di accostarsi a lui, rifiutando dunque di dargli il segno
battesimale penitenziale: “Io ho necessità di essere battezzato da Te!” Sta parlando “il più grande tra i nati
da donna”, come Gesù stesso lo proclama (Mt 11,11).
La reazione di Giovanni è di stupore e di tale venerazione che lo porta al rifiuto. Anche se nelle dure
«rampogne» verso la folla che pure viene a battezzarsi Gv li ha minacciati a parole esternando la necessità
di purificazione (esortandoli alla conversione del cuore) mai si è posto al di là dei peccatori. Il suo è un atto
preparatorio al fine di preparare al Signore un popolo ben disposto e ora sa di essere davanti all’Atteso dei
secoli e al suo battesimo con lo Spirito Santo. E ora Colui che viene si accosta proprio alla sua umiltà?
v. 15 – «Lascia fare per ora, conviene che adempiamo tutto ciò che è giusto»: All’umiltà ed all’angoscia
di Giovanni però Gesù risponde in modo deciso, che non ammette replica: “Lascia, adesso!” (v. 15a). Non
può aversi esitazione: è la Parousia cominciata.
Non sembra appropriato vedere nella frase un riferimento al battesimo cristiano (vedi Rm 6,1-11) né
all’economia dell’Antica Alleanza (come nelle citazioni di adempimento di Matteo). Più probabilmente
allude piuttosto allo stile di vita che dovevano praticare coloro che si facevano battezzare da Giovanni
(«produrre buoni frutti»). Pur riconoscendo la superiorità del proprio battesimo, Gesù si dice tuttavia
disposto a comportarsi secondo le esigenze del battesimo di Giovanni.
La risposta di Gesù è breve e senza repliche. Un parallelo si può vedere in Gv 13,7: il rifiuto di Pietro di
lasciarsi lavare i piedi. Anche lì la risposta di Gesù è senza repliche: «Quello che faccio adesso tu non lo
capisci». L’opera divina non dev’essere impedita.
Ma se a Pietro non è data una spiegazione a Giovanni invece è densa e misteriosa: «così adempiamo ogni
giustizia»: il noi è riferito anzitutto al Padre e allo Spirito in rapporto a Lui stesso; poi a Gesù e Giovanni; in
seguito significa anche il popolo di Dio.

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In quanto il Figlio dimostra di far parte del popolo “suo” solo allora il Padre con lo Spirito mediante il Figlio
potrà adempiere “l’intera Giustizia.
Qual’è questa “Giustizia divina”: quella promessa lungo tutto l’A.T.
E’ l’intervento misericordioso, soccorrevole, spontaneo gratuito di Dio per il popolo suo e da questo verso
tutte le nazioni.
Ma quale Giustizia è la dikaiosynê? Un esempio: in Gen 18,17-19 mentre il Signore decide la punizione di
Sodoma e Gomorra ha questo progetto per Abramo: «Poi il Signore parlò…».
Nel linguaggio dell’A.T., al greco dikaiosynê corrisponde il vocabolario della Misericordia divina.
Esercitare la “giustizia” perfetta, è dare a ciascuno quanto gli necessita, così che tutti abbiano tutto, ed a
nessuno manchi più alcunché. È la carità, è anche la definizione del Regno, e la definizione della salvezza
del Regno. La Giustizia comprende una “via”, inaugurata da Giovanni, e che sarà accolta allora solo da
pubblicani e prostitute, che precederanno gli altri nel Regno, “ma perché credettero” a Giovanni (Mt 21,32).
È la prima forma. Adesso la Giustizia va “adempiuta”, per modi misteriosi che però il Battesimo con lo
Spirito Santo additerà alla contemplazione ed alla vita vissuta. È l’apertura alla Croce, alla morte iniqua.
Quella che in altra forma proverà anche Giovanni (Mt 14,1-12).
Il Battesimo ora apre alla Giustizia perché apre alla Croce e alla Gloria; questo per adesso lo capisce solo
Giovanni (egli vide…) anche se non in tutta la sua estensione verso un futuro inimmaginabile.
vv. 16-17 – Il simbolismo di quanto detto sono: le acque, l’immersione e la riemersione, lo Spirito Santo, la
Parola del Padre ecc. (cf Icona).
«ed ecco»: Il “Kài idoù, Ed ecco”, come sempre, annuncia il prodigio divino che si manifesta.
«I cieli aperti»: sono una metafora per indicare il Padre. Cf Ez 1,1 preludio alla Sua Parola; At 10,11
apertura del messaggio evangelico al mondo.
L’apertura dei cieli significa una nuova possibilità di comunicazione tra Dio e il genere umano (vedi Ez 1,1;
2 Mac 3,24ss; 2 Baruch 22; Gv 1,51; At 7,55-56; 10,11; Ap 11,19; 19,11-21).
I cieli aperti non sono dunque un’informazione meteorologica. Non è che, fra le nubi dense e cupe,
improvvisamente sia filtrato un luminoso raggio di sole. Se così fosse, Matteo ci avrebbe riferito un
dettaglio banale e di nessun interesse per la nostra fede. Egli alludeva, in modo esplicito, a un testo
dell’Antico Testamento, a un brano del profeta Isaia che è necessario richiamare.
I rabbini insegnavano che il trono di Dio si trovava al di sopra del settimo cielo e che fra un firmamento e
l’altro c’era la distanza equivalente a un viaggio di cinquecento anni. Ora, negli ultimi secoli prima di
Cristo, il popolo d’Israele aveva avuto la sensazione che tutti e sette i cieli fossero stati chiusi. Sdegnato per
i peccati e le infedeltà del suo popolo, Dio era divenuto inaccessibile, aveva smesso di inviare profeti e
sembrava aver rotto ogni dialogo con l’uomo. Non ci sono più profeti e tra noi nessuno sa fino a quando,
esclamava il salmista (Sal 74,9), e un altro pio israelita, sconsolato, confidava al Signore: Non abbiamo più
né capo, né profeta, né luogo per offrirti olocausti (Dan 3,38).

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Quando avrà fine questo silenzio che tanto ci angoscia? – si chiedevano tutti – Il Signore non tornerà a
parlarci, non ci mostrerà più il suo volto sereno, come nei tempi antichi? Lo si invocava con questa stupenda
preghiera: Tu sei adirato perché abbiamo peccato,.. Ma, Signore, tu sei nostro padre; noi siamo argilla e tu
colui che ci plasma, tutti noi siamo opera delle tue mani, .. Se tu squarciassi i cieli e scendessi! (Is 64,7;
63,19).
Affermando che, con l’inizio della vita pubblica di Gesù, i cieli si sono aperti, Matteo vuole dare ai suoi
lettori una sorprendente notizia: Dio ha esaudito la supplica del suo popolo, ha spalancato il cielo e non lo
richiuderà mai più. E finita per sempre l’inimicizia fra Cielo e terra. La porta della casa del Padre rimarrà
eternamente spalancata per accogliere ogni figlio che desideri entrare, nessuno sarà escluso.
«ed egli vide»: Sarebbe una forzatura del testo sostenere da questa espressione di Mt 3,16 che ciò che ha
sperimentato Gesù era una visione privata. Molto probabilmente Matteo l’ha intesa come una
manifestazione pubblica accessibile ad altri (come in Mc 1,10-11 e in Lc 3,21-22).
«lo Spirito discendere come una colomba»: L’idea della comunicazione aperta tra Dio e l’umanità è
ulteriormente sviluppata con la discesa dello Spirito Santo sopra Gesù. La descrizione della discesa dello
Spirito è presentata con una frase avverbiale («come una colomba» = come scende una colomba) che
potrebbe evocare il racconto della creazione («e lo Spirito di Dio aleggiava sulla faccia delle acque», Gen
1,2).
Per il peccato antico lo Spirito del Signore non potè più convivere con la carne fragile e peccaminosa che lo
respingeva e il Signore lo ritirò (Gen 6,1-3) ma ecco ora lo Spirito del Signore su un uomo e per sempre (cf
At 10,38).
«Ed ecco una voce dal cielo»: L’espressione potrebbe rispecchiare o essere legata all’espressione rabbinica
bat qòl («figlia di una voce», ossia l’eco di una parola pronunciata in cielo), altra immagine dell’apertura di
un canale di comunicazione tra Dio e il genere umano.
«Questi è il Figlio mio…»: Le tre immagini dell’apertura di comunicazioni – l’apertura dei cieli, la discesa
dello Spirito come una colomba, la voce dal cielo – preludono alla identificazione del Figlio di Dio.
L’identificazione è fatta in terza persona («Questi è …»), a differenza di Mc 1,11 e Lc 3,22 («Tu sei…»). La
voce del cielo mette insieme diverse espressioni dell’AT: «mio figlio» (Sal 2,7 = il re davidico come figlio
adottivo di Dio), il «prediletto» (Gn 22,2 = Isacco), e «il mio eletto in cui mi compiaccio» (Is 42,1; 44,2 = il
Servo di Dio). All’inizio del suo ministero pubblico Gesù viene identificato in termini di figure bibliche che
costituiscono altrettanti tipi o modelli della sua persona e della sua attività.
Le parole del Padre 3 sole volte in tutto il N. T. al Battesimo; alla Trasfigurazione e alla Resurrezione.
Paolo nel suo 1° viaggio missionario At 13,32-33 espone così il kérygma apostolico rivelando che il Padre
chiamò il Figlio dal sepolcro, per donargli lo spirito della Resurrezione (Rm 1,4) chiamandolo per sempre
Figlio mio!
«Figlio»: indica forme convergenti: il popolo Es 4,22-23; il Re messianico Sal 2,7; 2 Sam 7,14; Il servo
messianico Is 49,1-6.

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«il diletto»: in greco ho-agapètòs , dove l’articolo ha la funzione di sottolineare la straordinaria potenza e
significato del titolo. Come testo di partenza si legga Gen 22 dove l’ebraico ha jahid = l’unico, il
Monogenito (vv. 2.12.16) che è la vittima sacrificale, quella che il Padre dona per tutti gli uomini come ci
ricorda la lettera ai Romani: «Egli che il proprio Figlio non risparmiò, bensì a favore di noi tutti lo
consegnò» alla croce (8,32).
Da questo momento con lo Spirito Santo Gesù si avvicina alla Croce, annunciando l’evangelo e operando i
segni della Resurrezione che riconquistano il Regno al Padre in favore degli uomini.
«nel quale mi sono compiaciuto»: il verbo “compiacere” in greco eudokéó = essere lieto, soddisfatto è in
greco tradotto con un indicativo aoristo complessivo. L’aoristo è un tempo puntuale del passato ma può
abbracciare anche un tempo molto lungo, purché venga considerato come un unico blocco (aoristo
complessivo). Possiamo chiamarlo un “passato profetico” che indica il futuro. L’aoristo qui può rendere
anche il semitico perfetto statico, che equivale al presente, il tempo immutabile di Dio. Il Padre nel suo
eterno presente (per necessità si esprime nella temporalità degli uomini) rivela qui il suo compiacimento
divino perché vede già del tutto compiuta l’obbedienza e la missione del Figlio.
L’Eudokìa divina del Padre è già un fatto. Un indizio era già presente nell’inno angelico di Lc 2,14, quando
le schiere celesti glorificavano il Signore per il Fatto avvenuto: «Gloria a Dio nei cieli altissimi e sulla terra
pace e agli uomini l’eudokìa (= la benevolenza divina)». Tra le traduzioni possibili abbiamo:
a) quella che vede gli uomini aventi “buone disposizioni d’animo”;
b) quella che vede gli uomini oggetto della benevolenza divina. Quest’ultimo significato
è più conforme alla mentalità biblica.

Tutto questo noi lo cantiamo ogni Domenica e festa: Gloria a Dio nell ‘alto dei cieli e….
Nel battesimo di Gesù è sigillata dallo Spirito Santo l’alleanza paterna e filiale; qui l’Evangelo è
pronunciato; qui l’opera del Padre è svolta per intero. Il tempo per l’Anno, tempo fortissimo, viene adesso a
mostrare ai fedeli tutti, la vita del Signore battezzato che passa visitando gli uomini e preparandoli al Regno,
affinché ne prendano parte.
La festa odierna ci ha portato a meditare sul significato del battesimo, quello di Gesù e quello cristiano.
L’eucaristia che stiamo celebrando, è l’occasione migliore per rinnovare in noi la coscienza del nostro
battesimo e dell’opera mirabile che esso compie in noi. E insieme è l’occasione per rinnovare il nostro
impegno missionario, poiché l’epifania del Signore — la sua manifestazione al mondo — deve continuare
nel tempo, e altri fratelli devono incontrare Cristo, rispondendo liberamente alla sua chiamata.
Come Giovanni Battista, dobbiamo attestare al mondo: «Io ho veduto, e ho dato testimonianza che questi è
l’eletto di Dio» (Gv. 1,34).
Nati e vissuti nella fede della Chiesa, noi cristiani abbiamo bisogno di riscoprire, oggi più che mai, la
grandezza e le esigenze della vocazione battesimale. È paradossale che il battesimo, il quale fa dell’uomo un
membro vivo del Corpo di Cristo, non abbia molto posto nella coscienza esplicita del cristiano e che la
maggior parte dei fedeli non sentano l’ingresso nella Chiesa attraverso l’iniziazione battesimale come il

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momento decisivo della loro vita.
Il battesimo dato a noi nel nome di Cristo è manifestazione del preveniente amore del Padre, partecipazione
al mistero pasquale del Figlio, comunicazione di una nuova vita nello Spirito; esso ci pone dunque in
comunione con Dio, ci integra nella sua Famiglia; è un passaggio dalla solidarietà nel peccato alla
solidarietà nell’amore. Una nuova sensibilità per il battesimo è stata suscitata nella Chiesa dallo Spirito:
oggi più che mai, nelle comunità cristiane, si presenta la vita cristiana come «vivere il proprio battesimo»; e
maggiormente si manifesta negli adulti il bisogno di ripercorrere le tappe del proprio battesimo attraverso un
«cammino catecumenale» fatto di profonda vita di fede vissuta comunitariamente, legata ad una seria
conoscenza della Scrittura.
Molto è il cammino da compiere e per questo preghiamo:

II Colletta

Padre d’immensa gloria,
tu hai consacrato con potenza di Spirito Santo
il tuo Verbo fatto uomo,
e lo hai stabilito luce del mondo
e alleanza di pace per tutti i popoli:
concedi a noi
che oggi celebriamo il mistero del suo battesimo nel Giordano,
di vivere come fedeli imitatori del tuo Figlio prediletto,
in cui il tuo amore si compiace.
Egli è Dio, e vive e regna con te …

Abbazia Santa Maria di Pulsano
lunedì 2 gennaio 2023