Monastero Marango “L’uomo del cammino”

Liturgia: Is 60, 1-6; Sal 71; Ef 3, 2-3.5-6; Mt 2, 1-12 🏠

L’Epifania è la Manifestazione del Signore. Egli non “si accontenta” di diventare uomo, di condividere la nostra condizione perché noi condividiamo la sua, cioè approdiamo alla salvezza. Egli fa di più: si rivela e si dona a noi, rendendoci così partecipi della sua vita e della sua opera. Vuole che lo conosciamo, come noi siamo da Lui conosciuti.
In questo tempo di Natale è risuonata la parola centrale per la fede, secondo l’evangelista Giovanni: «Dio è luce e in Lui non c’è tenebra alcuna» (1Gv 1,5). Di quella luce, che è Dio stesso, Isaia invita a rivestirsi. Per noi cristiani, alla fine, si tratta di rivestirci di Cristo (cfr. 1Cor 15,53). Cioè, dobbiamo diventare «qualcosa che è Lui stesso. Non puramente per imitazione dall’esterno e ancora per sforzo volontaristico, ma per un dono che è come un abito intrinseco al nostro essere. Per cui si può dire che Cristo diventa il nostro abito, nel senso di attitudine abituale» (G. Dossetti). La luce diventa la nostra attitudine abituale, quella luce che è Dio stesso.
 
Ma la luce non illumina se stessa. «La tenebra ricopre la terra, nebbia fitta avvolge i popoli». La luce del Signore risplende sul suo popolo, e allora gli altri verranno con i loro doni. Isaia scrive quando Israele è tornato dall’esilio, ma si trova in una grande povertà: gli stranieri avevano depredato tutto, c’era solo rovina. Il profeta “sogna” in Dio il tempo nel quale «le genti, i re» – quelli che avevano portato via tutto – verranno a riversare le loro ricchezze su Gerusalemme, «proclamando la gloria del Signore».
Per chi si trova nell’abbandono, sperare la salvezza significa attendere un’azione talmente radicale e rivoluzionaria, rispetto al presente, che sarà per forza eccedente ogni misura, sovrabbondante. Dio non si limiterà a restaurare il suo popolo, ma la sua presenza in esso attirerà tutti i popoli: al bene, e non più a fare il male. Israele era talmente povero da avere solo Dio: quell’unica ricchezza lo porterà a possedere tutte le ricchezze.
Ci sono persone che vivono situazioni di vita tanto negative e dolorose. Sembrano sprofondate in un pozzo profondo, da dove è impossibile risalire. La constatazione della propria impotenza può far cadere nella depressione e nella disperazione. Oppure ci si può attaccare ad una lontana promessa, un Bambino che è nato. Dio rende possibile l’impossibile: a quel Bambino povero e marginale giunge l’onore e il riconoscimento dei popoli stranieri. In Lui possiamo sperare e attendere un cambiamento radicale anche delle peggiori situazioni. Non come l’azione di un mago. Ma come la sensibilità di un Padre, che non può rimanere insensibile al grido dei propri figli.
 
Il cammino dei Magi ha analogie con quello di Abramo. Come lui sono chiamati a partire, verso una meta che non conoscevano prima, e che sarebbe loro stata indicata dal Signore. Anche loro camminano come stranieri e precari sulla terra, in attesa di un compimento in Dio (cfr. Eb 11,13-15). Dio sta all’inizio del cammino di Abramo, che parte mosso dalla fede in Lui. Per i Magi, invece, il cammino sfocia nella fede, quando la stella che li ha guidati si ferma sul bambino Gesù. Sia Abramo che i Magi sono in ricerca di Dio. E la loro vicenda ci mostra che la ricerca è fatta innanzitutto di fiducia: si lasciano guidare dalla Parola e dai segni del cielo. È poi fatta di cammino, sempre segnato dalla precarietà e dall’insicurezza, ma spinto da un’attesa viva. Poi c’è la domanda (Abramo a Dio, i Magi ai giudei di Gerusalemme) che denota l’umiltà di affidarsi alla guida di altri. Infine c’è l’incontro, che sempre avviene come scambio di doni e condivisione di povertà.
 
Nel cammino guidato dalla luce della stella c’è anche una doppia realtà di buio. Quella nella quale si rinchiude Erode: fatta di ignoranza, di ansia che legge tutto come minaccia al proprio potere, di decisione di sopprimere, di menzogna e inganno. I Magi si sono dislocati per cercare il Messia atteso, segno dei tempi del mondo. Erode rimane fermo, chiuso nella conservazione violenta e ingiusta del suo potere umano, segno del mondo vecchio, che morirà con l’avvento del nuovo che quel Bambino è venuto a portare.
Ma c’è anche il buio per i Magi, perché, giunti a Gerusalemme, la stella scompare. Così essi ci insegnano a non scoraggiarci nella nostra ricerca, e a non fermarci. Può sembrare strano che la stella si oscuri proprio quando si è vicini alla meta. Quello che capita ai Magi sembra dirci che è normale che ci siano dei giorni della vita nei quali ci sembra di brancolare nel buio. «Anche nel cammino di Gesù la stella si oscurò quando giunse a Gerusalemme» (G. Angelini), quando è giunto il momento della sua morte.
Però è un momento, la stella poi riappare e riconduce puntualmente al luogo preciso, meta del loro cammino. Ma la luce della stella rimane fuori, perché dentro, nell’umile casa, a illuminarla c’è il Messia.

Alberto Vianello

Fonte:https://www.monasteromarango.it/