Lorenza Ferrari “il primo testimone di Gesù”

II Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)  (15/01/2023)

Vangelo: Gv 1,29-34 🏠

La liturgia domenicale, prima di riprendere la lettura regolare del vangelo di Matteo, ci invita ancora una volta a soffermarci a riflettere su quanto Giovanni Battista ci rivela di Gesù. Il passo è preso dal quarto Vangelo e, sebbene non fornisca informazioni aggiuntive a quanto già affermato dai testi corrispondenti dei sinottici, presenta delle peculiarità interessanti come, ad esempio, il fatto che il Giovanni di cui si parla non è mai chiamato con l’appellativo di Battista e che la scena del battesimo di Gesù non è menzionata in maniera esplicita. Probabilmente questa scelta narrativa deriva dalla riflessione della prima comunità che poteva considerare problematica la comprensione del battesimo di Gesù ad opera di qualcuno di “più piccolo” rispetto al Figlio di Dio.
In tale maniera viene evidenziata e posta in assoluta rilevanza l’attività di Giovanni in qualità di primo autorevole testimone di Gesù come Messia, mentre il suo essere battezzatore resta sullo sfondo. Il quarto Vangelo ci sta rivelando ciò che è riferito da Dio a Giovanni e che lui provvede a trasmettere fedelmente a quanti lo ascoltano e lo seguono. Mentre alcuni evangelisti riportano un Battista che si interroga circa l’identità di Gesù, l’evangelista Giovanni ci presenta il cugino di Gesù deciso e risoluto nel testimoniare chi è l’Agnello di Dio chiamato a togliere i peccati del mondo.
Prima di essere uno che parla in nome di Dio, e quindi un profeta, il Battista ci viene presentato come uno che sa ascoltare la Parola, che è abituato a fare discernimento e per questo riesce a vedere l’azione di Dio che si manifesta. Il suo ascolto obbediente lo rende capace di vedere lo Spirito Santo che scende dal cielo come una colomba e si ferma sopra Gesù per restarvi. Per due volte il Battista dirà: «Io non lo conoscevo», ma ciò che diviene determinante nel suo racconto non è la conoscenza pregressa, quanto più la capacità che egli ha di riconoscerlo. Quando Giovanni vede venire Gesù verso di lui, lo presenta agli astanti come «l’agnello di Dio, colui che toglie il peccato del mondo!», un titolo che nessun altro attribuirà al Nazareno. L’agnello è simbolo della mitezza, della mansuetudine, che in ambito ebraico ricorda principalmente l’agnello pasquale, segno di liberazione del popolo dalla schiavitù in Egitto, ma può anche riportare alla mente il servo del Signore di cui scrivono Isaia e Geremia come animale innocente che viene perseguitato e ucciso. Nell’opera giovannea “Agnello di Dio” è un appellativo che viene associato a Gesù che, con fare innocente, docile, mite, senza compiere alcuna violenza prende su di sé il peccato e l’ingiustizia che distinguono l’operato dell’uomo.
Giovanni vede arrivare Gesù e gli rende testimonianza, perché questo è il suo compito in virtù di quanto Dio gli ha detto in precedenza. Il Battista attesta ciò di cui ha fatto esperienza – ha visto lo Spirito discendere e rimanere su di lui – e così quanto afferma prende ancora più forza e vigore; la sua non è una conoscenza acquisita una volta per tutte bensì una realtà che chiede di essere sempre rinnovata. Oggi come allora.

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