Figlie della Chiesa Lectio III Domenica del Tempo Ordinario

III Domenica del Tempo Ordinario – Anno A
Mt 4,12-23 🏠

Dopo le letture ricchissime del periodo di Avvento e Natale siamo giunti all’inizio di un nuovo anno liturgico: la Festa del Battesimo del Signore ha concluso il periodo natalizio e nella seconda domenica del tempo ordinario ci è stata ancora richiamata la figura del Battista, vista dall’evangelista Giovanni. Qui siamo finalmente all’inizio dell’attività di Gesù, che inaugura la predicazione della Buona Notizia.

E comincia subito con caratteristiche inaspettate: non prende avvio dalla città santa, da Gerusalemme, come ci si sarebbe aspettati, ma dalla Galilea, terra malvista dagli ebrei osservanti, inquinata da infiltrazioni pagane, dedita a commerci più o meno onesti.

Infatti la Galilea, terra storicamente assegnata alle tribù di Neftali e Zabulon (due dei dodici figli di Giacobbe), a partire dalla conquista di Tiglat Pileser, re degli Assiri (fine 700 a.C.), era stata completamente stravolta a seguito della deportazione della maggior parte della popolazione, sostituita con genti pagane; di conseguenza il culto in quella terra era stato largamente inquinato, tanto che, ancora ai tempi di Gesù, veniva considerato con grande sospetto dai pii Ebrei. Galilea “Ghalil o Ghelil” è un termine ebraico, che significa regione, territorio: dunque regione dei gentili, dei pagani.

Cafarnao, la città che Gesù prende come punto di riferimento, cresciuta di importanza per la sua collocazione sulla “via del mare” che collegava l’Egitto con il Mediterraneo era città strategica per i traffici commerciali e, quindi, assai prospera economicamente, non certo però dal punto di vista religioso.

Come mai allora, questa scelta di Gesù ?

La risposta la possiamo trovare nella prima lettura, la Profezia di Isaia 8,23 – 9,2.

Matteo, che sempre è attento a cogliere la continuità con la voce dei profeti dell’Antico Testamento, interpreta la scelta di Cafarnao come risposta di Dio alla profezia di Isaia; Egli promette a quelle genti, umiliate ed angosciate dalla violenta conquista degli Assiri, la venuta di una grande Luce, che riporterà liberazione e grande gioia. Ed è proprio quella grande luce a caratterizzare l’attività di Gesù in Galilea: densa di parole di speranza e di conversione, di segni miracolosi di guarigione e liberazione.

Potrebbe esserci tuttavia anche un altro motivo, forse più profondo, se pensiamo alla strategia preferita dal Signore nelle sue opere: quella di privilegiare sempre i piccoli ed i poveri; strategia anticipata nel vangelo di Luca dal canto del Magnificat della Vergine Maria e che troverà la sua piena affermazione nella pagina delle Beatitudini.

Questa prospettiva è stata fortemente sottolineata negli ultimi anni da Papa Francesco, con il suo ripetuto invito alla Chiesa ad “uscire dai recinti” per andare nelle Periferie del mondo; Gesù per primo ci ha insegnato a non rinchiuderci al sicuro, all’interno dei nostri templi, ma ad osare, ad andare verso i lontani. Dobbiamo diffidare di una religiosità chiusa e discriminante.

Il primo momento dell’azione del Signore Gesù è quello di scegliersi alcuni discepoli: non soltanto perché accolgano e poi trasmettano i suoi insegnamenti o per avere collaboratori, ma, prima di tutto per avere persone che stanno con lui e divengono la sua famiglia.

Per questo non sembra casuale la scelta di due coppie di fratelli come suoi discepoli e neppure deve meravigliare la prontezza con cui due di loro, Giovanni e Giacomo, abbandonano il padre per seguirLo. Anche in Luca troviamo esposto, forse anche in modo più duro, un concetto analogo: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e persino la sua propria vita, non può essere mio discepolo” (14, 26).

Potremmo anche noi interrogarci sul nostro rapporto con Gesù e verificare se è solo un rapporto formale, legalistico, o se riesce a raggiungere una vera dimensione affettiva, familiare.

Un altro elemento caratteristico è l’ambiente in cui si sviluppa la predicazione di Gesù, tanto da divenire, in qualche modo, quasi un altro “personaggio” della narrazione: il Mare di Galilea (fra l’altro si tratta non di un mare, ma di un lago di acqua dolce). Non riteniamo sia una mera nota geografica, perché questa “figura” racchiude in sé anche un significato teologico: il mare significa la vita, perché contiene il pesce che può portare cibo e lavoro; ma allo stesso tempo rappresenta anche la morte, per la pericolosità dei suoi abissi. Inoltre ricorda anche il Mar Rosso, che il popolo di Israele, con l’aiuto provvidenziale di Dio, ha attraversato per iniziare il suo esodo verso la Terra promessa: per i discepoli di Gesù, infatti, la chiamata assume il profondo significato di un nuovo Esodo.

Data l’ambientazione sulle rive del mare di Galilea, era quasi scontato che la scelta di Gesù cadesse su dei pescatori, come furono i primi quattro discepoli e, forse, buona parte degli apostoli. Solo in seguito i responsabili della chiesa cristiana tornarono alle abitudini che erano state proprie dei sacerdoti ebrei e tornarono a definirsi pastori; ma la scelta di Gesù di chiamare dei pescatori (in greco“alieùs” dove c’è la radice di al, ossia sale e, dunque indicando tutto ciò che ha a che fare col mare) ha anche un preciso significato teologico. Egli stesso lo spiega subito dopo, dicendo che li farà alièis anthropon, cioè pescatori di uomini vivi: non dovranno più prendere pesci destinati ad essere mangiati e perciò a morire, ma uomini veri, destinati a scoprire la vita nel senso più pieno; non sarà e non dovrà più essere una scelta puramente professionale, la scelta di un mestiere, ma una vera chiamata per il bene e la salvezza dell’umanità.

Data l’importanza di questa chiamata i discepoli di Gesù dovranno essere sempre molto attenti al modo con cui interpretano la sequela, sempre impegnati a dimostrare con la loro vita la presenza continua del Signore Gesù e non ad imporre scelte personali o di gruppo.

Così possiamo comprendere meglio anche le parole della seconda lettura tratta da 1Cor 1,10-13.17, che invitano i discepoli di Cristo a “essere tutti unanimi nel parlare, perché non vi siano divisioni tra voi, ma siate in perfetta unione di pensiero e di sentire”. Anzi, oltre che l’invito all’unità, ci sono i severi rimproveri di Paolo contro le discordie causate da alcuni gruppuscoli che agitavano la comunità cristiana di Corinto.

Di fronte ad una tale frammentazione della comunità cristiana di Corinto non possiamo fare a meno di interrogarci sulla nostra situazione di Chiesa di oggi: siamo di fronte a livello mondiale allo scandalo immane della separazione dei Cristiani in varie chiese, scandalo incancrenito da secoli, nonostante qualche debole bagliore di dialogo ecumenico negli anni più recenti; ma al di là di esso, dobbiamo porre attenzione anche alle nostre comunità più piccole, dove le indicazioni e i progetti del Papa suscitano talora discussioni, dissensi, spesso anche feroci, dove la tentazione della frammentazione è sempre pronta ad esplodere. 

Domande per la riflessione personale:

  • Anche oggi il Signore passa nella nostra vita e ci chiede di seguirlo. Siamo capaci della prontezza dei suoi primi discepoli?
  • Gesù inizia la sua predicazione con un pressante invito alla conversione. In che cosa, nella mia situazione concreta, posso impegnarmi a fare passi concreti?

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/it/