RICCARDO SABATO “Beatitudini: lamentele, rivoluzioni, promesse”

IV Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)  (29/01/2023)

Vangelo: Mt 5,1-12 🏠

Oggi è piuttosto raro sentire dire “beato te”. È un’espressione quasi obsoleta, riservata a discorsi di circostanza, più spesso rivolto a terzi (“beato lui”), e alle volte velato di una certa invidia, o comunque circondato da un senso di confronto. Dietro ogni “beato lui” sembra fare capolino un “io invece”. Perché in effetti dire bene di qualcuno, già di per sé faticoso, viene spesso insieme al dire male di qualcun altro o, ancora più spesso, al lamentare il male che capita a noi. Niente di più distante da come intende Gesù quel “beati voi”. Anzi, se c’è un negativo delle benedizioni che annuncia Gesù dalla montagna forse sono proprio le lamentele che annunciamo noi dai nostri pulpiti. Nei bar, sulle prime pagine dei giornali, sul posto di lavoro, a scuola e in università, in televisione, sulla rete e nei social le lamentele si moltiplicano e si rincorrono in un profluvio corale di analisi spietate, accuse frontali e indignazioni sperticate. Un gioco a chi piccona più forte e più in basso. Il metodo di base è sempre lo stesso: il paragone. Quello che fecero gli operai della prima ora, o ancora prima quello del serpente che vuole far diventare l’uomo “come Dio” tramite la “conoscenza del bene e del male”. Guardare il male, e restarvi invischiati, deriva forse da quella presunzione iniziale, da quella prima lamentela contro Dio.

Gesù scardina questa logica dal suo perno. Elenca ogni singola beatitudine, senza nessun paragone, nessuna lamentela, anzi, smontando ogni confronto, dicendo beati i non beati, chi non diresti mai beato. Il suo è un elenco simile a un appello, una chiamata personale, come quella di suo Padre, che nominando le cose le aveva create e dette “buone”, o quella di Adamo nell’Eden, quando aveva dato un nome ad ogni animale e ancora non provava vergogna, fatica o paura. Il discorso della montagna non è semplicemente, per quel tempo e ancora per noi, un manifesto rivoluzionario, ma è il superamento di qualsiasi rivoluzione soltanto terrena. Perché si declina nel segno della promessa: una forza più potente e dinamica di ogni semplice rivolta. In fondo per lui non ha senso confrontare ad ogni beato un “non beato”, perché la beatitudine è un dono, non una proprietà, una meraviglia e non una condizione, un’eredità e non un guadagno, una promessa più che rivoluzionaria.

di RICCARDO SABATO

Fonte:https://www.osservatoreromano.va


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