Don Marco Ceccarelli Omelia XXVIII Domenica del Tempo Ordinario (Anno A)

I Lettura: Is 25,6-10
II Lettura: Fil 4,12-14.19-20
Vangelo: Mt 22,1-14

  • Testi di riferimento: Gen 25,33-34; Sal 81,11-13; 106,24; Pr 9,1-6; Is 30,15; 55,1-2; 61,10; Ger
    6,16-17; 31,12-13; 35,15; Sof 1,7; Dn 9,26; Mt 7,13-14; 8,11-12; 10,37-38; 13,47-48; 18,34; Mc
    16,15-16; Lc 13,23-24.34; At 13,46; Gv 4,10; Rm 2,4; 1Cor 5,7-8; 1Ts 1,5; 1Tm 4,14; Eb 2,3;
    10,29; 12,6; Ap 3,4; 16,15; 19,7-9; 22,14.17
  1. Il banchetto. La parabola del brano di Vangelo odierno presenta l’invito ad una festa e più precisamente ad una festa di nozze che costituiva la festa più importante al tempo di Gesù; una festa che
    poteva durare anche diversi giorni. Si tratta sempre di una metafora per il regno dei cieli. Il tempo
    della salvezza e della gioia messianica è descritto nell’Antico Testamento come un grande banchetto nuziale. All’arrivo del Messia Dio avrebbe invitato i suoi eletti a partecipare a tale banchetto; ma
    di questa festa avrebbero beneficiato anche gli altri popoli (vedi prima lettura e testi di riferimento).
    Dio ha preparato per il suo popolo una festa. Il dono di Dio è sempre una festa; Egli chiama per la
    gioia, non per la tristezza. Poter essere fra gli invitati, fra i “chiamati” alla festa è un privilegio
    grandissimo: «Beati coloro che sono invitati alla cena delle nozze dell’agnello» (Ap 19,9). Gesù applica questa immagine al regno dei cieli. L’avvento del regno dei cieli nella persona di Cristo, che è
    lo sposo (Mc 2,19), inaugura l’era di festa. Ciò implica la possibilità di entrare nel regno, di essere
    salvati, di avere la vita eterna, di essere santi come Dio è santo, di diventare figli di Dio. Ma davanti
    alla chiamata si riscontrano due atteggiamenti sbagliati.
  2. Gli invitati (v. 3). Non si tratta di gente chiamata a caso. Sono invece le persone che già sapevano
    di appartenere al numero di coloro a cui era riservato il banchetto. È come un erede designato il
    quale, anche se non ha ancora la possibilità di ereditare, sa già che spetta a lui il patrimonio. Così
    questi invitati sapevano già di essere designati a partecipare al banchetto di nozze. Quello che viene
    loro notificato attraverso i servi non è che qualcuno, in maniera imprevista, li ha invitati ad una festa, ma è che ora la festa ha inizio.
  3. Se ne infischiarono (v. 5). I servi dunque vanno ad annunciare che è arrivato il momento delle
    nozze. Il secondo invio dei servi (v. 4) sottolinea la veridicità di tale annuncio. Gli invitati però disattendono l’invito, pensando (forse) che avrebbero perso tempo inutilmente. Nel parallelo di Lc essi avanzano delle scuse; qui in Mt si tratta di un rifiuto completamente ingiustificato. Si dice soltanto che «infischiandosene [della ripetuta chiamata alle nozze] se ne andarono chi al proprio campo,
    chi ai propri affari». Il punto scandaloso della parabola è appunto che gli invitati se ne infischiano,
    non danno peso al privilegio che hanno, all’importanza del regno. Essi si disinteressano completamente della chiamata. Questo è il primo atteggiamento sbagliato.
  4. L’abito festivo (v. 11). Il secondo atteggiamento sbagliato è quello di chi entra alla festa senza
    abito nuziale, che significa semplicemente abito pulito. Per qual motivo il tale non si è cambiato
    d’abito, indossando quello della festa come richiedeva l’occasione? Perché non ha fatto in tempo, o
    non ha voluto prepararsi in tempo. Per prepararsi ad una festa, o a un appuntamento importante occorre tempo: mi devo lavare, cambiare d’abito, fare in modo di non arrivare tardi, ecc. Ma questo
    toglie tempo alle altre attività. Dunque questo tale si è introdotto nella festa all’ultimo momento,
    senza cambiarsi, per non togliere tempo a quelle attività che egli considera primarie. È entrato alle
    nozze con la veste sporca, usata fino a poco prima nel suo lavoro, perché ha ritardato il più possibile
    la sua partecipazione alla festa. Questa è una offesa verso il re e gli altri ospiti. La chiamata alle
    nozze lo ha trovato impreparato; si è dedicato ad altre cose fino all’ultimo istante disponibile, per rinunciare ai suoi affari il meno possibile. Per questo gli viene chiesto «Come sei entrato?», cioè
    con che diritto? con quale faccia tosta?
  5. L’interpretazione.
  • Ci sono dunque due atteggiamenti sbagliati nella risposta alla chiamata. Il primo è mostrato da
    quelli che se ne infischiano. Si tratta di persone che in un primo momento avevano accettato di far
    parte degli invitati, ma che poi rivelano che la loro vera intenzione era diversa (similmente alla parabola dei due figli). Essi preferiscono la situazione attuale al dono promesso di Dio. Per essi la
    chiamata al regno è una perdita di tempo (la festa di nozze durava giorni); meglio dedicarsi ai propri
    affari. È l’appiattimento in una vita mediocre, senza alcuna aspettativa di una vita diversa. Non si
    crede che vi sia la possibilità di una vita migliore di quella piatta e banale che viviamo tutti i giorni:
    dormire, mangiare, lavorare, gratificarsi in qualche cosa, alienarsi. L’annuncio del regno è la chiamata a ricevere una vita nuova, diversa; è una chiamata alla festa. Nel regno si entra per la fede in
    colui che ha potere di trasformare la nostra vita (Mt 8,8-13). Dio chiama a ricevere questo dono. Ma
    può accadere che “non erano degni” (v. 8), cioè adatti. Il termine “degni” indica qui l’essere nella
    disposizione giusta per ricevere qualcosa, come in Mt 10,11.13.37.38. Si può ricevere il dono di Dio
    se lo si sta aspettando. Chi non aspetta nulla non riceverà nulla.
  • Il secondo atteggiamento è rappresentato dall’uomo senza abito nuziale. Si tratta di quelli che vogliono partecipare alla festa, ma in modo sbagliato. La “sala delle nozze” si riempie di “cattivi e
    buoni” (v. 10). Nella Chiesa entra di tutto. C’è gente che sta nella Chiesa materialmente, ma non
    con il cuore perché non crede a quello che la Chiesa insegna. Non crede, per esempio, che solo un
    Cristo c’è la salvezza. Allora, pur stando nella Chiesa, ci si preoccupa di mantenere e difendere e
    incrementare anche tutte le altre forme di salvezza. Non ci si vuole astenere di benefici che si possono ottenere stando nella Chiesa, ma senza rinunciare a tutto il resto, perché anche tutto il resto è
    considerato indispensabile. Si vuole avere Dio senza rinunciare al mondo. Allora si è cristiani il minimo (supposto) indispensabile.
  1. Il punto della parabola.
  • Ciò che accomuna i due atteggiamenti è il non dare importanza alla partecipazione al regno. «Tutto è pronto» (v. 4), ma non tutti sono pronti. Tutti sono chiamati, ma pochi sono quelli che sono
    pronti ad entrare. L’affermazione conclusiva (v. 14), si riferisce quindi ad entrambi gli atteggiamenti. C’è sempre qualcosa che ci attira più del regno, più della chiamata di Dio. Ritardiamo il più possibile l’ingresso, anche quando vogliamo entrare, perché c’è sempre qualcos’altro che ci sembra
    importante, e non capiamo che l’unica vera cosa importante è partecipare al banchetto dell’agnello,
    è stare nella Chiesa, è avere la fede, è fare la volontà di Dio. Tutto questo può sembrare un limite
    alle nostre faccende, e cerchiamo di ritardare la nostra adesione al regno per fare altre cose. Pensiamo che ci sarà tempo (per convertirsi, per sposarsi in Chiesa, per fare la Cresima, per educare cristianamente i figli, per andare a Messa, ecc.; e non parliamo poi di prendere in considerazione una
    chiamata a qualche servizio nella Chiesa o addirittura ad una vocazione particolare). Ma risulterà
    che o non entreremo per nulla, o se entreremo non ci servirà a nulla perché siamo entrati senza abito
    pulito, senza una vera conversione. Occorre invece essere sempre pronti perché la chiamata non arriva quando lo decidiamo noi. Occorre indossare l’abito della conversione, del pentimento, prima
    che sia troppo tardi. La veste sporca viene lavata dal sangue dell’agnello (Ap 7,14). È la veste della
    salvezza di cui Dio riveste i redenti (Is 61,10) perché partecipino alle nozze dell’agnello (Ap 19,7-
    9).
  • I due atteggiamenti mostrano che in entrambi i casi esiste la reale possibilità di perdere il posto al
    banchetto del regno. Il regno di Dio non rimarrà vuoto, si dovrà riempire comunque (v. 10); però ci
    saranno quelli che perderanno il posto per non aver dato al regno l’importanza che merita, considerandolo tutt’al più un bene al pari di tanti altri. La chiamata è per tutti; però è la risposta che è decisiva. E la risposta non è quella semplicemente formale, giuridica, ma implica un’appartenenza che
    relativizza tutto il resto. Alcuni rinunciano al regno per dei beni considerati superiori. Altri, peggiori
    forse dei primi, vogliono e l’uno e gli altri. La storia d’Israele conosce tanti di questi personaggi che
    hanno voluto i beni terreni insieme con i beni celesti (Esaù, Saul, ecc.). Questi personaggi hanno però perso il loro privilegio. Così «molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti» (v. 14), perché quello
    che fa la differenza è la risposta alla chiamata. Non si tratta di una “predestinazione”, ma della possibilità di rifiutare l’invito. In altri termini: “Tutti sono chiamati, ma non tutti rispondono”.

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