II Domenica di Pasqua (Anno B) (07/04/2024) Liturgia: At 4, 32-35; Sal 117; 1Gv 5, 1-6; Gv 20, 19-31
Gesù risorto annuncia ai suoi discepoli la cosa di cui maggiormente oggi l’umanità sente il bisogno: la pace.
Proprio lui che aveva detto di essere venuto piuttosto a portare la divisione e non la pace (cf Mt 10,34 “sono venuto a portare non pace, ma spada”). Ma lui è l’uomo che non ha fatto compromessi con il male: in questo senso, non è venuto portare pace. La sua parola invece è come una spada che segna con chiarezza il bene dal male, ma dall’altra parte si è fatto morte per noi, ha subito in nostro favore tutto il male dell’uomo, portandone misteriosamente tutte le conseguenze sul legno della croce, perdonando i suoi uccisori.
Grazie alla sua infinita capacità di perdono noi possiamo essere nella storia di oggi quello stesso volto segnato dal dolore ma – allo stesso tempo “guarito”, glorioso, risorto – che si presentò in mezzo alla sala del cenacolo la sera di quel giorno che d’ora in poi sarà detto “Domenica” (giorno del Signore).
In fondo nel discepolo Tommaso è rappresentata tutta l’umanità che vorrebbe credere nella vita, nella vittoria della vita sulla morte, ma che ha bisogno di vedere un segno tangibile. Proprio questo dovremmo essere noi cristiani: la presenza di Cristo risorto vivo, cioè Chiesa, corpo di Cristo risorto, una comunità di uomini che portano – certo – le piaghe, le conseguenze di una vita di peccato, ma che hanno fatto esperienza della redenzione, della sua guarigione. Ciò che potrà convincere il mondo della vittoria di Cristo sul male, sulla morte, non sarà un gruppo di discepoli quasi perfetti e performanti, ma una fraternità di uomini che hanno fatto esperienza della sua misericordia, che nei segni della propria fragilità lasciano risplendere anche i segni della più sovrabbondante grazia di Cristo risorto. Papa Francesco ha ragione di sentirsi un peccatore misericordiato. Così dovremmo sentirci ognuno di noi, se cristiani. Questo il segno che il mondo chiede ai discepoli di Cristo di tutti i tempi.
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