Figlie della Chiesa Lectio XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)

Domenica 13 Luglio (DOMENICA – Verde)
XV DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO (ANNO C)
Dt 30,10-14   Sal 18   Col 1,15-20   Lc 10,25-37

La Liturgia della Parola di questa XV Domenica del T.O. ci offre la possibilità di meditare un classico della narrazione evangelica: “il buon samaritano”, un vero e proprio best seller che tutti, in diversi contesti, abbiamo imparato a conoscere. Questa familiarità ci apre a due prospettive: la prima è la possibilità di andare più in profondità, visto che conosciamo già la storia, per comprendere cosa dice oggi alla nostra vita questa vicenda così ricca di significato; la seconda, al contrario, rischia di farci pensare che conosciamo già cosa ci vuole comunicare e di conseguenza potremmo addomesticare il messaggio che, in ogni caso, in questo momento particolare della nostra esistenza, il Signore vuole rivolgerci.

San Gregorio Magno afferma che la Parola cresce con chi la legge, per cui accostarci a questo brano e lasciare che il Signore ci apra il cuore per comprendere che cosa è importante per il momento concreto che ciascuno di noi vive, diventa un Kairòs, un tempo opportuno in cui la luce evangelica ci raggiunge e ha il potere di farci cambiare prospettiva.

Le letture che precedono la pericope evangelica ci introducono nel tema della Legge donata da Dio, che nella sua perfezione rinfranca l’anima. È come se la liturgia ci conducesse verso un apice, che nel vangelo si realizza ponendoci di fronte all’icona del samaritano, per maturare nel cuore una domanda: come si fa a rispettare la Legge? In che modo l’osservanza della Legge può diventare perfetta nella nostra vita? Ecco allora che il Signore si serve del genere letterario della parabola per aiutarci ad entrare nel cuore dell’esperienza evangelica e farci assaporare la bellezza della buona notizia che offre alla nostra vita.

La prima cosa che stupisce in questo brano è che inizia in un certo senso in modo subdolo, in quanto il dottore della legge si alza per mettere alla prova Gesù. La sua azione, dunque, non è un’effettiva e sincera ricerca, ma manifesta una persona che ritiene già di sapere cosa sia giusto e cerchi di smascherare l’ingiustizia dell’altro.

In fondo è un po’ il nostro atteggiamento nei confronti di Dio: capita anche a noi di pensare che conosciamo già cosa è bene e cosa è male per noi; e quindi di sapere perfettamente cosa Dio dovrebbe fare per darci la felicità…

Eppure, di fronte all’agire del dottore della legge proviamo repulsione, sentiamo che non è un modo corretto, leale, giusto di comportarsi e immediatamente assumiamo una posizione di avversione e in difesa nei suoi confronti; Gesù, invece, si rivolge a lui con una serenità sconcertante e lo accompagna a riconoscere il significato profondo della sua domanda, anche se tendenziosa.

È il modo di agire di Gesù anche nei nostri confronti: il Signore conosce il nostro cuore, sa che il peccato originale ci ha resi increduli, incapaci di fidarci della sua azione benevola nei nostri riguardi e, con pazienza divina, ci prende per mano e ci accompagna a riconoscere la profondità da cui nasce la nostra ricerca e insieme a comprendere quanto è grande il suo amore per noi.

La sapiente azione del Maestro Divino conduce il dottore della legge a sfoggiare la sua conoscenza della Legge e a dimostrare che in realtà lui sa bene che cosa serve per essere felici. Di riflesso possiamo riconoscere che anche noi sappiamo bene cosa ci fa felici, anche se poi all’atto della realizzazione le cose non vanno proprio come vorremmo. Qual è dunque il problema? L’attuazione di questo comando, che sembra facile a dirsi, è decisamente complessa da vivere.

Gesù, quindi, conduce il suo interlocutore a mostrarsi nella verità, perché anche lui, come ogni uomo, ha fatto esperienza di quanto sia difficile amare, pur riconoscendo che è l’unica via della felicità.

La narrazione della parabola mostra una situazione abbastanza verosimile, in quanto le strade da una città all’altra in quei tempi non erano sicure e spesso l’incontro con i briganti poteva diventare fatale. Tuttavia, al di là di ciò che appare superficialmente, il racconto di Gesù ha un significato molto profondo, che attinge al cuore del messaggio evangelico. L’uomo che incappa nei briganti sta andando da Gerusalemme a Gerico; quindi, sta facendo il percorso inverso rispetto a quello del Figlio dell’uomo, che sale a Gerusalemme per donare la sua vita. Gerusalemme è il luogo della presenza di Dio, per cui andare verso Gerico, la città simbolo del male, indica l’agire dell’uomo che si allontana da Dio e incappa nei briganti, che non sono solo nemici esterni, ma rappresentano anche i nostri egoismi, il nostro modo di agire che ci aliena da Dio, da noi stessi e dagli altri, lasciando aperta la porta del nostro cuore al male.

In questa situazione Gesù mostra che l’unico capace di prendersi cura del povero malcapitato che ha perso la sua identità allontanandosi da Dio è il samaritano, figura di Gesù stesso, che si fa carne della nostra carne, per farsi vicino a ciascuno di noi, gravemente ferito, e portarci al sicuro.

Comprendiamo bene che l’esperienza che fa l’uomo incappato nei briganti è quella di un amore che gli salva la vita e che riconosce essere totalmente gratuito.

In questo modo Gesù risponde alla domanda del dottore della legge, che alcuni commentatori traducono non: “Chi è il mio prossimo?”, bensì: “Chi mi è prossimo?”, cioè “Chi mi ama?”, “Chi è che mi vuole bene?”.

Giungiamo così al fondamento della buona notizia: il Samaritano è Gesù e in Lui Dio risponde alla domanda: “Chi mi è prossimo?”. Il dottore della legge (e ciascuno di noi!) sa bene che per poter amare è necessario essere amati. L’amore diventa un’azione quando la si sperimenta nella propria vita. Il vangelo di questa domenica ci rivela dunque che il bisogno fondamentale della nostra esistenza, che consiste nel sentirci amati, Dio lo prende sul serio, chinandosi sulle nostre ferite, su quegli aspetti di noi che ci fanno sentire meno amabili; e nel suo Figlio ci dimostra tutta la sua cura e desiderio di amarci così come siamo. L’esperienza di questo amore è la via maestra per vivere, già qui sulla terra, il nostro percorso verso la pienezza della vita cristiana, amando a nostra volta! ma sta a noi aprire il cuore, perché l’amore si ferma di fronte alla nostra libertà. Decidere di accogliere l’Amore ed amare a nostra volta è certamente la via sicura che ci consente di raggiungere la felicità per sempre.

Fonte:https://www.figliedellachiesa.org/