Don Marco Ceccarelli “ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE”

Domenica 14 Settembre (FESTA – Rosso)
ESALTAZIONE DELLA SANTA CROCE
Nm 21,4-9   Sal 77   Fil 2,6-11   Gv 3,13-17

Di Don Marco Ceccarelli 🏠

Testi di riferimento: Dt 21,23; 30,12; Pr 30,3-4; Sap 16,7; Is 52,13; Bar 3,29; Mt 11,25; 13,35;
20,28; 23,12; 26,31; Lc 1,52; 24,26; Gv 1,1; 3,36; 5,36.45; 6,62; 8,28; 10,28; 12,32-34.47; 19,37;
At 2,22-23; 4,27-28; Rm 5,8; 8,3.32; 1Cor 2,7-8; 15,47; 2Cor 4,4; 8,9; 13,4; Gal 3,13; Ef 2,4; 2Ts
2,16; Eb 1,2-3; 12,2; 1Pt 1,18-20; 1Gv 3,1; 4,9-10.14

  1. L’esaltazione della croce.
  • La stoltezza/sapienza della croce. Cadendo questa domenica il 14 Settembre la liturgia del tempo
    ordinario è sostituita da quella della festa dell’esaltazione della Santa Croce. La Santa Croce è ovviamente quella di Cristo. Per “croce” non va inteso semplicemente il legno concreto su cui egli è
    stato appeso – anche se la festa pare sia nata in seguito al ritrovamento di tale legno – ma tutto
    l’evento della sua passione e morte avvenuto tramite la condanna al supplizio della croce. Ma perché una festa per esaltare la croce? Come si può esaltare un supplizio, uno strumento di tortura? È
    in realtà un folle paradosso; e dobbiamo essere consapevoli di questa “assurdità” che tocca il cuore
    del cristianesimo. Dobbiamo renderci conto di quanto folle e scandaloso ci sia nella fede cristiana,
    che ha portato tanti intellettuali, dal mondo antico a quello moderno, a beffeggiare il cristianesimo.
    E fin dagli inizi i cristiani hanno dovuto difendere la sensatezza del disegno di salvezza di Dio che
    passa dalla croce. Nei primi tre capitoli di 1Cor san Paolo usa per cinque volte il termine “stoltezza”
    per indicare la sapienza di Dio manifestata nella croce di Cristo. Ed è nella fede in questo Cristo
    crocifisso che si ottiene la salvezza.
  • La peculiarità della croce di Cristo (e del cristiano). Quello che noi festeggiamo ed esaltiamo non
    è qualsiasi croce, ma precisamente quella di Cristo. Esiste una differenza sostanziale fra la croce di
    Cristo e tutte le altre. Ogni croce significa sofferenza e merita rispetto. Ma il modo in cui Cristo ha
    vissuto la croce, ha portato la croce, è entrato nella croce, è assolutamente unico. Gesù ha assunto la
    croce volontariamente. Chiunque altro di quei crocifissi al tempo di Gesù, e dei tanti crocifissi al
    tempo nostro, avrebbero evitato volentieri la croce. Gesù non lo ha fatto. La croce di Cristo non è
    stata uno spiacevole incidente, una malaugurata conclusione della sua missione profetica. Il supplizio della croce – l’abbiamo visto due domeniche fa – era il cammino che il Padre aveva fissato per
    il suo Figlio fin da sempre. È la via della salvezza che il Messia doveva percorrere. Era necessario
    che ciò avvenisse; Gesù «deve essere innalzato» (Gv 3,14). Perciò non va mai dimenticato che il
    cristianesimo nasce da quell’evento costitutivo che è la morte in croce di Cristo. E ai discepoli di
    Cristo è chiesto di fare altrettanto, di portare ogni giorno la propria croce. Certamente questo è uno
    scandalo, e non va dimenticato che siamo sempre soggetti ad essere scandalizzati da questa realtà.
    Occorre perciò farsi piccoli (Mt 11,25), per ricevere da Dio la sapienza della croce, la capacità di
    riconoscere nella croce di Cristo e nella via che lui ha percorso il cammino di salvezza per ogni uomo; per non rischiare che, se abbiamo ridotto il cristianesimo ad un insieme di piccole o grandi pratiche, la croce si presenti alla nostra vita con tutto il suo scandalo, come uno scoglio insormontabile.
  1. Il Vangelo: L’innalzamento del figlio dell’uomo.
  • Nel discorso rivolto a Nicodemo, Gesù fa riferimento all’episodio descritto nella prima lettura, in cui Mosè fabbrica un serpente di bronzo e lo pone sopra un’asta. Coloro che venivano morsi da un serpente velenoso e quindi erano condannati a morire se guardavano il serpente fatto da Mosè sarebbero rimasti in vita. La cosa era alquanto bizzarra, non solo perché richiedeva un atteggiamento che noi definiremmo quasi magico, ma soprattutto perché si trattava di cercare la salvezza attraverso un semplice sguardo verso un oggetto che non presentava nulla di salvifico. Il serpente, oltre che essere un animale pericoloso e mortale, era stato da Dio maledetto (Gen 3,14) per avere indotto al peccato i progenitori. Eppure il Signore nel deserto chiede agli israeliti qualcosa che può sembrare come un atto di fede nei confronti di un simbolo di maledizione. E quelli che facevano questo atto di
    fede – che in realtà era piuttosto nei confronti della parola di Dio trasmessa da Mosè – aveva salva la vita.
  • Gesù si paragona a questo serpente. Anche lui diventerà oggetto di maledizione perché, come ricorderà san Paolo (Gal 3,13), «Cristo … si è fatto lui stesso maledizione, come sta scritto: “Maledetto chiunque pende dal legno”». Gesù è stato appeso al legno, è stato innalzato su di esso come un oggetto di maledizione. Certamente, anche senza scomodare la citazione di Dt 21,23, non c’era
    niente di peggio che pendere dal patibolo della croce. La croce era il segno di maledizione per eccellenza. Eppure Dio ha voluto che gli uomini ottenessero la vita avendo fede in questo oggetto di
    maledizione. Cristo si è fatto peccato per noi perché diventassimo giustizia di Dio (2Cor 5,21).
  • L’innalzamento del figlio dell’uomo segna la fine del primato del demonio sul mondo. In Gv 12,31-32 Gesù afferma che il suo innalzamento, vale a dire la sua morte in croce, come spiega
    l’evangelista (Gv 12,33), implica la cacciata del principe di questo mondo. Il principe di questo mondo è colui che si vuole innalzare sopra ogni cosa, compreso Dio. C’è un anticristo che si innalza
    sopra ogni cosa e addita se stesso come dio (2Ts 2,4). Cristo è venuto ad annientare questa regalità.
    La croce di Cristo annienta il potere di satana sugli uomini, lo fa precipitare dall’alto (Lc 10,18).
    Con l’innalzamento di Gesù sulla croce si instaura la regalità di Cristo sul mondo, inizia il regno di Dio. Se il mondo giaceva sotto il potere del maligno (1Gv 5,19), da questo momento esso viene gettato fuori. Gesù dice: «Quando innalzerete il figlio dell’uomo allora saprete che io sono» (Gv 8,28).
    “Io sono” è il nome di Dio. Grazie all’innalzamento di Cristo possiamo riconoscere il vero Dio e non dare più culto al demonio. Tutti gli uomini sono attirati a Gesù; lui è il Dio in mezzo a noi.
    L’innalzamento di Cristo sulla croce gli ha ottenuto l’esaltazione, la glorificazione, l’innalzamento alla destra del Padre, la signoria su ogni cosa (seconda lettura).
  • Lo sguardo a Gesù. Guardare a Gesù come al serpente innalzato significa credere che la salvezza
    ci viene da quella morte in croce che apparentemente sembra invece una maledizione. Dopo la morte di Gesù l’evangelista cita Zc 12,10 che dice: «Guarderanno a colui che hanno trafitto» (Gv
    19,37). Guardare al trafitto, a colui che è morto sulla croce come l’ultimo dei peccatori, significa
    credere che il morso velenoso del serpente, che ci ha iniettato la morte attraverso il peccato (1Cor
    15,56), viene annullato dalla morte di Gesù sulla croce; “dalle sue piaghe siamo stati guariti” (Is
    53,4; 1Pt 2,24). La morte che è entrata nel mondo attraverso il peccato primordiale causato dal serpente può essere annullata grazie alla fede in Cristo. Il veleno del serpente è stato quello di far dubitare gli uomini dell’amore di Dio; la salvezza della croce di Cristo è quella di mostrarci che «Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo figlio unigenito» (Gv 3,16). La fede è quindi il mezzo per cui
    possiamo avere la vita eterna. E la fede consiste nel riconoscere in Cristo crocifisso colui che ci dà la salvezza, che ci permette di non morire. Senza la fede questo non è possibile; senza la fede è impossibile capire che la salvezza ci viene da un crocifisso. E la fede è possibile perché la luce è venuta nel mondo. L’unica cosa è non rifiutarla, non ostinarsi a voler rimanere nelle tenebre, nei propri
    errori, nel proprio modo di pensare. Se mi ostino a considerare la croce una maledizione, una tortura, non sarò mai in grado di capire che da un crocifisso mi viene la salvezza.