Padre Roberto Pasolini”II meditazione Ricostruire la casa del Signore “

II meditazione di Avvento Padre Roberto Pasolini

Una Chiesa senza contrapposizioni

Nella prima meditazione di Avvento abbiamo rivolto lo sguardo alla Parusia del Signore alla fine dei tempi, contemplando l’immagine di un Dio che ha annunciato e promesso il suo ritorno glorioso. Davanti a questa speranza, ci siamo sentiti richiamare alla vigilanza su noi stessi, per non perdere la capacità di accorgerci della grazia di Dio che opera silenziosamente nella storia. È proprio questa grazia la forza che continua a dare vita al mondo e a offrire alla Chiesa occasioni sempre nuove di conversione. Essa ci insegna a vivere, come ai giorni di Noè, sotto un cielo paziente, mai stanco di rinnovare la fiducia in noi, nonostante le nostre fragilità e contraddizioni. In questa seconda meditazione, vogliamo soffermarci sulla delicata responsabilità di accogliere questa grazia non solo come singoli, ma anche come comunità di credenti. Il battesimo ci ha costituito «collaboratori di Dio» per edificare, nel tempo e nella storia, il suo «edificio» (1Corinzi 3,9) che è la Chiesa: «il segno e lo strumento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano», secondo la coraggiosa e profetica definizione che ne ha dato il Concilio Vaticano II (Lumen Gentium, 1). Ma di quale unità dobbiamo farci testimoni? E in che modo possiamo offrire al mondo una comunione che non si riduca a un generico richiamo alla fraternità, ma diventi un riferimento stabile e credibile capace di rigenerare la fiducia?

  1. L’illusione dell’uniformità
    Per rispondere a queste domande, dobbiamo tornare dove la prima meditazione di Avvento ci ha lasciati: all’indomani del diluvio. La Scrittura apre uno scenario sorprendente: Dio benedice Noè e i suoi figli, affidando loro nuovamente la terra. La violenza umana non ha avuto l’ultima parola e la storia riprende con un ritmo nuovo. La Genesi dedica un intero capitolo a un lungo elenco di popoli, lingue, territori, genealogie: un mosaico variegato che suggerisce che la vita, quando rinasce, non produce copie identiche ma differenze. È nel moltiplicarsi delle forme, dei volti e delle culture che la benedizione di Dio porta frutto. Tuttavia, questo movimento di distribuzione e differenziazione espone a un rischio percepito come minaccioso: la dispersione. Dopo aver conosciuto la fragilità dell’esistenza, l’umanità nascente teme di frantumarsi, di non ritrovarsi più come un solo popolo. Nasce così il racconto della torre di Babele, collocato subito dopo l’elenco dei popoli (Genesi 10), che si apre con una nota rassicurante: «Tutta la terra aveva un’unica lingua e uniche parole» (Genesi 11,1). Una condizione ideale per la pace e la collaborazione, ma il seguito rivela una certa ambiguità: Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo, e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra (Genesi 11,4). L’intenzione è chiara: creare un unico punto di convergenza per garantire l’unità della famiglia umana ed esorcizzare la dispersione. Questo progetto, apparentemente lodevole, nasconde una logica mortale: l’unità è cercata non attraverso la composizione delle differenze, ma mediante l’uniformità. Tutti parlano la stessa lingua, ripetono le stesse parole, perseguono lo stesso obiettivo. È il sogno di un mondo dove nessuno è diverso, dove tutto è prevedibile. Persino i materiali riflettono questa mentalità: i costruttori utilizzano mattoni identici e standardizzati al posto delle pietre, simbolo di una società che teme la fatica della libertà. Il risultato è un’apparente unanimità: tutti allineati, tutti d’accordo, nessuna dissonanza. Ma è una coesione solo di facciata, ottenuta al prezzo dell’eliminazione delle voci individuali. La storia recente conosce bene questa deriva: il Novecento ha visto totalitarismi capaci di imporre il pensiero unico, mettendo a tacere il dissenso. Quando l’unità si costruisce sopprimendo le differenze, il risultato non è la comunione, ma la morte. Oggi, nell’era dei social media e dell’intelligenza artificiale, il rischio dell’omologazione assume forme nuove: algoritmi che selezionano ciò che vediamo, creando bolle informative; intelligenze artificiali che standardizzano pensieri; piattaforme che premiano il consenso rapido. Questa tentazione non risparmia nemmeno la Chiesa. Quante volte abbiamo confuso l’unità della fede con l’uniformità delle espressioni? Quante volte abbiamo desiderato un consenso immediato, incapaci di accettare il ritmo più lento della vera comunione?
  2. La confusione come terapia
    Di fronte al progetto di Babele, Dio sceglie di intervenire in un modo sorprendente, lontano sia dalla punizione violenta sia dall’indifferenza. Il testo biblico annota con fine ironia che «il Signore scese a vedere la città e la torre» (Genesi 11,5): la costruzione che gli uomini immaginavano capace di toccare il cielo si rivela così minuscola che Dio deve abbassarsi per osservarla. Ma il vero centro del racconto si trova nelle parole che seguono. Il Signore disse: «Ecco, essi sono un unico popolo e hanno tutti un’unica lingua; questo è l’inizio della loro opera, e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l’uno la lingua dell’altro» (Genesi 11,6-7). A prima vista queste parole potrebbero sembrare la reazione di un Dio geloso che teme la concorrenza umana. Ma una lettura attenta – e la memoria del diluvio appena narrato – ci suggeriscono un’altra interpretazione: Dio non vuole punire, bensì prevenire una deriva mortale, un processo di «decreazione» che sta nuovamente minacciando la vita.
    Che cosa significa dunque costruire l’unità attraverso l’uniformità? Significa negare le persone nella loro unicità, sacrificare le differenze al progetto comune, abolire l’alterità che rende possibile l’incontro. È l’utopia pericolosa di una società composta da copie identiche, dove nessuno può più sorprendere né essere sorpreso. Come ha detto il santo Padre rivolgendosi agli operatori della comunicazione, questo è il mondo «segnato dalla confusione di linguaggi senza amore, spesso ideologici o faziosi» (Papa Leone, 12 maggio 2025). Ma un mondo così non ha nulla di divino: è l’antitesi della creazione. Dio crea separando, distinguendo, differenziando: la luce dalle tenebre, le acque dalla terra, il giorno dalla notte. La differenza è la grammatica stessa dell’esistenza. Quando l’umanità sceglie la via dell’uniformità, sta invertendo lo slancio creatore, cercando una forma di sicurezza che coincide con il rifiuto della libertà.
    La confusione delle lingue è dunque un gesto di protezione, non di distruzione. Dio non divide per regnare, ma differenzia per consentire alla vita di svilupparsi nuovamente. Restituisce all’umanità il bene più prezioso: la possibilità di non essere tutti uguali. Impedisce che un’unica voce si imponga come criterio assoluto, soffocando ogni alterità. La dispersione diventa così una cura: interrompe un progetto di morte, arresta il sogno di un’unità ottenuta al prezzo della libertà, restituisce dignità alle singolarità. È una terapia che apre nuovamente lo spazio dell’alleanza, perché l’alleanza non esiste senza distanza. Non esiste comunione senza differenza. Dio desidera certamente che gli uomini siano uniti, ma non in qualunque modo. L’unità che nasce dalla cancellazione delle differenze non è comunione, ma fusione: un appiattimento che riduce l’umano a massa.
    Per comprendere meglio il rischio di Babele, il Nuovo Testamento ci offre il racconto speculare: la Pentecoste. Negli Atti degli Apostoli, persone provenienti da popoli diversi – e che parlano lingue diverse – comprendono gli apostoli ciascuno nella propria lingua (Atti degli apostoli 2,1-12). È un particolare decisivo: non viene abolita la pluralità linguistica, né lo Spirito Santo impone un’unica lingua universale. Gli apostoli parlano la loro e gli ascoltatori comprendono la propria: la diversità rimane, ma non divide più. Non c’è uniformità, eppure c’è comunione. Non c’è una voce unica, eppure tutti ascoltano la stessa buona notizia. Pentecoste sarà la risposta di Dio all’angoscia di Babele: non eliminare le differenze per creare l’unità, ma trasformarle nel tessuto di una comunione più ampia.
  3. Il tempio da ricostruire
    L’umanità impiegherà molto tempo per assimilare la lezione di Babele, comprendendo che l’incontro tra Dio e l’uomo è possibile dove si custodiscono insieme le uguaglianze e le differenze. A partire dal capitolo dodici di Genesi, la storia biblica si concentra su Israele, chiamato a un posto singolare nella storia della salvezza tramite un’alleanza. Dopo la liberazione dall’Egitto, Israele desidera un re e un tempio per custodire la presenza del Signore e la sua Legge. Queste scelte comportano ambiguità: la monarchia tenta di sostituire la signoria di Dio, mentre il tempio rischia di ridursi a una ritualità esteriore. Il primo progetto di Davide per un tempio incontra la risposta di Dio, che ricorda che l’iniziativa dell’alleanza proviene da Lui. La storia mostrerà questa ambivalenza, con il tempio di Gerusalemme distrutto e il popolo che riconosce le conseguenze della propria infedeltà. I momenti di lontananza diventeranno occasioni per riscoprire l’alleanza. Significativa è la ricostruzione dopo l’esilio babilonese, quando Neemia invita il popolo a ricostruire le mura e il Tempio. Nonostante le difficoltà e i nemici, il popolo risponde con entusiasmo. Quando vengono gettate le fondamenta del tempio, si celebra con gioia, ma ci sono lacrime di chi ha visto il primo tempio, creando un contrasto emotivo. Questa scena riflette il clima della ricostruzione, dove gioia e dolore coesistono, e il processo non è lineare, ma è fatto di entusiasmi e lacrime.
  4. Il rinnovamento della Chiesa
    Il racconto biblico della ricostruzione del tempio diventa un compendio prezioso per comprendere il mistero della Chiesa e la sua perenne necessità di rinnovarsi nel tempo e nello spazio. Come le mura e il tempio di Gerusalemme, anche la Chiesa – realtà divina e insieme umana – è chiamata a lasciarsi ricostruire continuamente, perché la sua forma storica sia trasparente alla bellezza del Vangelo. Lo hanno compreso soprattutto i santi, che più di altri intuiscono quando la “casa di Dio” mostra segni di affaticamento. Tra questi, Francesco d’Assisi occupa un posto speciale. Nel silenzio della sua ricerca, egli ascolta la voce che gli dice: «Francesco, va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina» (Vita Seconda di Tommaso da Celano VI, 10 – FF 593). L’Assisiate inizia a rispondere all’appello di Dio restaurando edifici di pietra, ma presto comprende che il tempio da rinnovare è la Chiesa stessa, ferita da divisioni e appesantita da forme di vita che non rivelano più la freschezza del Vangelo. Con la radicalità della sua sequela, Francesco restituisce alla Chiesa la luminosa semplicità della fraternità evangelica.
    Non si tratta di un’eccezione: lungo i secoli, la Chiesa ha sempre intuito e vissuto il bisogno di rinnovarsi per restare fedele a se stessa e, al contempo, continuare a porsi a servizio del mondo. Il Concilio Vaticano II ha ricordato che la Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a una «continua riforma» e che «ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente in una fedeltà più grande alla sua vocazione (Unitatis Redintegratio, 6). Il rinnovamento, dunque, non è un’esigenza straordinaria, ma l’atteggiamento ordinario della Chiesa che vuole restare fedele al Vangelo e al mandato apostolico.
    La storia sacra che abbiamo ripercorso, da Babele fino al ritorno di Israele dall’esilio, ci offre alcuni criteri fondamentali di discernimento. Anzitutto, il rinnovamento ecclesiale non coincide mai con la tentazione di rendere tutto uniforme. Come a Babele, il rischio di trasformare l’unità in omologazione è sempre in agguato: pensare che la comunione richieda solo identità di stile, di sensibilità o di espressione. Una Chiesa che si rinnova non è una Chiesa uniforme, ma una Chiesa capace di accogliere la varietà, lasciando allo Spirito il compito di ordinarla in un’armonia più grande delle nostre misure. Un secondo elemento emerge dalla scena dei costruttori delle mura, che lavorano con una mano e con l’altra impugnano l’arma. Il rinnovamento non è mai un’opera ingenua o pacifica: richiede un combattimento spirituale continuo, perché il battesimo ci abilita non solo a edificare, ma anche a resistere a ciò che contrasta il Vangelo. Chi smette di combattere – contro l’orgoglio, la pigrizia, le illusioni o le ideologie – smette anche di edificare il corpo di Cristo. La Chiesa si rinnova nella misura in cui i suoi membri accettano di rimanere in un combattimento spirituale autentico, senza rifugiarsi nelle scorciatoie del puro conservatorismo o dell’innovazione acritica.
    Infine, la scena di ricostruzione dove alcuni si rallegrano mentre altri scoppiano in un pianto incontenibile ci consegna un terzo insegnamento. Ogni vero rinnovamento passa attraverso la disponibilità a portare il peso della comunione. Ricostruire la Chiesa significa accettare questo intreccio: la convivenza di entusiasmi e nostalgie, di speranze che nascono e di ferite che ancora sanguinano. La comunione non è mai un sentimento omogeneo, ma il luogo in cui voci differenti imparano a restare vicine senza mutuamente cancellarsi. Richiede di saper ascoltare anche ciò che non coincide con la nostra sensibilità, di accogliere il dolore dell’altro senza giudicarlo, di lasciarsi toccare dalla sua storia. È in questa paziente capacità di “patire” insieme che la Chiesa torna a essere davvero casa di tutti, e che il canto frammentato del popolo diventa, nel tempo, una lode più grande.
  5. Interpretare il declino
    A sessant’anni dal Concilio Vaticano II possiamo permetterci uno sguardo più lucido su quella che fu accolta, forse con qualche eccesso di ottimismo, come una “primavera dello Spirito”. Come accadde ai primi cristiani nell’attesa del ritorno del Signore, anche noi siamo chiamati a rimodulare le nostre speranze; le intuizioni profetiche del Concilio richiedevano tempi più lunghi e complessi. Se non ci riconciliamo con questa lunga gestazione, rischiamo di non comprendere il tempo che viviamo: un tempo in cui convivono elementi critici e segni di sorprendente vitalità. Ci sono due facce dello stesso travaglio: da un lato, un declino delle pratiche e delle strutture storiche della vita cristiana; dall’altro lato, emergono nuovi fermenti dello Spirito: cresce la centralità della Parola di Dio, il laicato matura una presenza più libera e missionaria e il cammino sinodale si impone come forma necessaria.
    Ogni rinnovamento comporta realtà che fioriscono e altre che si estinguono. Questo declino diventa decadenza quando la Chiesa smarrisce la consapevolezza della propria natura sacramentale e si percepisce come un’organizzazione sociale; quando la fede si riduce a etica o benessere. In un contesto così complesso, la tentazione delle semplificazioni è forte: nostalgia per il passato o attesa di un futuro indefinito. Eppure, proprio il declino può diventare un tempo di grazia, se affrontato senza paura. Non significa arrendersi, ma rimanere fedeli anche quando le forme abituali si indeboliscono. È un invito a vivere con sobrietà e fiducia, senza lasciarsi spingere né dal timore né dall’ansia di dover salvare tutto.
    La Chiesa non è qualcosa da edificare secondo i nostri criteri: è un dono da ricevere, custodire e servire. L’Apocalisse lo ricorda: la «Gerusalemme nuova» non sorge dalle nostre mani, ma scende dal cielo, da Dio, già preparata. Accogliere la Chiesa come dono significa vivere già ora della promessa che ci orienta verso il compimento in cui Dio sarà tutto in tutti.
    Preghiamo
    O Dio, che con pietre vive e scelte prepari una dimora eterna per la tua gloria, continua a effondere sulla Chiesa la grazia che le hai donato, perché il popolo dei credenti progredisca sempre nell’edificazione della Gerusalemme del cielo. Per il nostro Signore Gesù Cristo.
    p. Roberto Pasolini, OFM Cap.
    Predicatore della Casa Pontificia